Blog

  • Hello world!

    Welcome to WordPress. This is your first post. Edit or delete it, then start writing!

  • Associazionismo: malattia senile del riformismo

    La pandemia ha rappresentato per Milano qualcosa di più di una parentesi sanitaria. Ha accelerato processi già in corso: impoverimento, solitudine, espulsione degli abitanti dai quartieri centrali, precarizzazione del lavoro culturale, scomparsa degli spazi accessibili e trasformazione della città in un ambiente sempre più ostile a qualsiasi attività che non produca profitto. Durante i mesi più duri del Covid, mentre le istituzioni mostravano tutta la propria insufficienza, in molti quartieri sono nate reti di solidarietà, brigate volontarie, casse di mutuo soccorso, distribuzioni alimentari, sportelli contro gli sfratti e forme spontanee di sostegno reciproco.

    Per qualche mese è sembrato che la paralisi della metropoli avesse aperto una possibilità. La sospensione della normalità mostrava che una parte considerevole della vita sociale poteva essere organizzata senza mercato e, almeno inizialmente, senza istituzioni. Chi portava la spesa agli anziani, raccoglieva denaro per chi aveva perso il lavoro o distribuiva pacchi alimentari non stava semplicemente offrendo un servizio: rispondeva direttamente a un bisogno, costruiva relazioni e dimostrava nella pratica l’impotenza delle strutture esistenti.

    La riapertura ha però ricondotto gran parte di questa energia entro forme riconoscibili e amministrabili. Le reti informali sono diventate associazioni; il mutuo soccorso si è trasformato in volontariato; gli spazi politici in centri culturali; i militanti in operatori; gli abitanti in utenti. Quello che durante l’emergenza era apparso come un principio di autorganizzazione è stato progressivamente reinserito nell’economia del Terzo settore.

    Non si tratta di un complotto e neppure, necessariamente, di un tradimento consapevole. L’associazione si presenta anzitutto come una soluzione pratica. Permette di aprire un conto corrente, sottoscrivere un contratto, ottenere una concessione, partecipare a un bando, ricevere finanziamenti, pagare un affitto, stipulare un’assicurazione. In una città nella quale il costo degli immobili rende quasi impossibile mantenere uno spazio indipendente, costituirsi in associazione appare spesso come l’unico modo per sopravvivere.

    Il problema comincia quando ciò che dovrebbe essere uno strumento diventa la forma stessa della politica.

    Occorre perciò distinguere l’associazione dall’associazionismo. La prima è una forma giuridica che può essere adottata, anche per necessità, da esperienze politiche molto diverse. Il secondo è una concezione della trasformazione sociale: l’idea che la moltiplicazione di associazioni, reti mutualistiche, cooperative e spazi autogestiti possa modificare gradualmente la società senza spezzare i rapporti capitalistici che la organizzano. Non è dunque la presenza di uno statuto o di un consiglio direttivo a rendere riformista un’esperienza. Il riformismo comincia quando la necessità tattica viene elevata a modello politico, quando la sopravvivenza dell’ente sostituisce gli obiettivi del movimento e quando l’amministrazione dei bisogni immediati viene presentata come un processo già in atto di superamento del capitalismo.

    La distinzione tra associazione e associazionismo, tuttavia, non deve essere trasformata in una separazione astratta. Le due dimensioni si richiamano continuamente e il confine che le divide non è mai stabilito una volta per tutte. La forma associativa può essere adottata per ragioni esclusivamente tattiche, ma non per questo rimane un involucro neutro, incapace di modificare ciò che contiene. Essa impone ruoli, procedure, responsabilità legali, scadenze, bilanci e interlocutori; seleziona alcune attività e ne rende più difficili altre; attribuisce un peso crescente a chi possiede le competenze necessarie alla gestione. Lo strumento costruito per servire il movimento può così cominciare a trasformare il movimento secondo le proprie esigenze.

    All’inizio si costituisce un’associazione per ottenere uno spazio; successivamente occorre organizzare attività per conservarlo. Si partecipa a un bando per finanziare un progetto già deciso collettivamente; in seguito si progettano le attività in funzione dei bandi disponibili. Si elegge un direttivo per adempiere a un obbligo formale; col tempo il direttivo concentra informazioni, rapporti e capacità decisionali. Si introduce la tessera per rispettare una norma; progressivamente la comunità politica viene sostituita dal corpo amministrativo dei soci. Nessuno di questi passaggi costituisce isolatamente un tradimento. È il loro accumularsi a produrre una trasformazione qualitativa.

    L’associazionismo non nasce quindi necessariamente da una scelta ideologica preliminare. Può emergere come risultato materiale della gestione quotidiana. Le necessità dell’associazione diventano criteri politici; la sua sopravvivenza si presenta come condizione irrinunciabile; ciò che mette in pericolo la sede, il finanziamento o il riconoscimento istituzionale viene progressivamente escluso dall’orizzonte delle possibilità. La tattica si converte allora in strategia senza che questa conversione sia mai stata discussa o deliberata.

    È in questo senso che l’associazionismo può essere definito la malattia infantile del riformismo.

    Dall’autogestione all’erogazione di servizi

    La Milano successiva alla pandemia ha moltiplicato bandi, concessioni e programmi rivolti a soggetti “senza scopo di lucro”, incaricati di realizzare attività sociali, culturali, educative e ricreative. Il bando comunale Prospettive di quartiere del 2023, per esempio, destinava immobili pubblici proprio a questa categoria di soggetti. Nello stesso anno il Comune ha assegnato uno spazio all’Associazione Mutuo Soccorso APS, realtà legata all’esperienza del Cantiere.

    Non interessa qui giudicare il singolo caso, ma osservare il dispositivo: per essere riconosciuta come interlocutrice, una realtà politica deve assumere una personalità giuridica, presentare un progetto, dimostrare la propria affidabilità e promettere una serie di ricadute sociali misurabili.

    Il rapporto tra amministrazione e spazi non è più fondato soltanto sulla repressione. È fondato anche sull’inclusione selettiva. L’istituzione non si limita a sgomberare ciò che non controlla; offre ad alcune realtà la possibilità di restare, purché diventino leggibili secondo il linguaggio amministrativo. Il conflitto viene tradotto in progettazione, il bisogno in “utenza”, la partecipazione in una successione di attività, la trasformazione sociale in “impatto sul territorio”.

    Questo modello si è esteso ben oltre gli spazi provenienti dalle occupazioni. Circoli, associazioni di promozione sociale, cooperative e imprese sociali gestiscono ormai una parte rilevante della socialità accessibile in città: corsi, doposcuola, palestre, concerti, presentazioni, mercati, cucine popolari, sportelli psicologici e attività mutualistiche. Svolgono spesso un lavoro utile, talvolta indispensabile. Ma proprio questa utilità rischia di nascondere la funzione politica complessiva che sono chiamati ad assumere.

    A mano a mano che lo Stato sociale arretra, il Terzo settore ne occupa i vuoti. Non abolisce le cause della povertà, dell’isolamento o dell’emergenza abitativa: ne amministra gli effetti. Dove mancano servizi pubblici compaiono volontari, progetti temporanei e lavoratori sottopagati. Dove il mercato espelle, l’associazione include una piccola quota degli esclusi. Dove il quartiere viene trasformato dalla rendita, lo spazio culturale produce una socialità che può perfino accrescere l’attrattività della zona. L’associazionismo, inteso non come semplice ricorso alla forma associativa ma come ideologia della trasformazione molecolare e graduale, diventa così la malattia infantile del riformismo: la convinzione che sia possibile cambiare la società accumulando piccole isole di socialità alternativa, senza affrontare i rapporti che determinano la forma della città nel suo complesso.

    Prendere lo spazio o trasformare la città?

    In Prendere la fabbrica o prendere il potere?, pubblicato nel 1920, Amadeo Bordiga criticava l’illusione che l’occupazione e l’autogestione delle singole fabbriche potessero costituire, di per sé, una via graduale verso il comunismo. La fabbrica occupata continuava a dipendere dal mercato, dal credito, dalle materie prime e soprattutto dal potere politico della borghesia. Senza una trasformazione generale dei rapporti sociali, la conquista locale dell’apparato produttivo era destinata a rimanere un episodio isolato o a essere riassorbita nel sistema esistente.

    La stessa critica può essere applicata oggi agli spazi metropolitani. Come non era possibile costruire il comunismo fabbrica per fabbrica, non è possibile costruire un’altra città associazione per associazione, sommando circoli, cooperative, orti urbani, doposcuola, palestre popolari e centri culturali. Ciascuna di queste esperienze continua a dipendere dalla proprietà immobiliare, dal denaro, dalle concessioni, dai finanziamenti, dal mercato degli eventi e dai rapporti con l’amministrazione.

    Bordiga riconosceva nell’occupazione della fabbrica un segnale importante della volontà operaia di non lavorare più secondo gli ordini del padrone. Ciò che respingeva era il passaggio da questa manifestazione di antagonismo all’illusione che fosse sufficiente prendere possesso di singole unità produttive. Allo stesso modo, l’apertura di uno spazio sociale può esprimere il rifiuto concreto della città mercificata, senza che questo significhi che al suo interno siano già nati rapporti liberati dal capitalismo.

    Il rischio è confondere una posizione di lotta con un’anticipazione autosufficiente della società futura. Lo spazio sottratto temporaneamente alla rendita viene immaginato come un frammento di comunismo già realizzato. Ma se deve pagare un affitto, partecipare a bandi, vendere bevande, attirare pubblico e dimostrare la propria utilità sociale, esso rimane materialmente inserito nei rapporti che intende contestare.

    Il problema non è che l’esperienza sia “impura”. Il problema è perdere la consapevolezza di questa contraddizione, trasformando una necessità tattica in una virtù politica. L’associazione finisce allora per presentare come nuova forma di vita ciò che è, molto più modestamente, una modalità collettiva di sopravvivenza dentro la società esistente.

    L’autorganizzazione locale dimostra che alcuni bisogni possono essere affrontati senza la mediazione immediata del mercato e dello Stato, ma non costituisce ancora un superamento dei rapporti capitalistici. È il punto di partenza di una possibile ricomposizione, non il suo compimento.

    La rivoluzione non è una forma organizzativa

    In Partito e classe del 1921, Bordiga polemizza contro la ricerca di un meccanismo organizzativo capace di produrre automaticamente una politica rivoluzionaria. Sindacalisti, consiliaristi e sostenitori di nuove organizzazioni economiche credevano di poter superare il riformismo sostituendo le vecchie strutture con forme più immediate, orizzontali o aderenti alla produzione.

    Per Bordiga, questa ricerca partiva da un presupposto sbagliato: che la soluzione dell’antitesi tra le conquiste quotidiane e il programma rivoluzionario potesse essere affidata a una determinata forma organizzativa. La sua conclusione è netta: «La rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione». Essa richiede invece l’unificazione di forze attive intorno a una dottrina, a un metodo e a uno scopo generale.

    Al di là della soluzione bordighiana — la centralità del partito comunista — la critica conserva la propria forza. Nessuna forma garantisce da sola il contenuto politico di un’esperienza. Un’associazione può essere formalmente democratica e materialmente oligarchica; non avere scopo di lucro e riprodurre lo sfruttamento del lavoro; praticare il mutualismo e contribuire alla pacificazione sociale; dichiararsi autonoma e dipendere interamente dai finanziamenti pubblici.

    La forma associativa non è dunque né rivoluzionaria né riformista in sé. Non è però nemmeno indifferente al contenuto che ospita. Ogni struttura tende a produrre esigenze proprie, a selezionare determinati comportamenti e a consolidare specifici rapporti di potere. L’associazione diventa riformista quando queste esigenze acquistano la precedenza sugli obiettivi per cui era stata costituita e quando l’organizzazione assume come proprio orizzonte la gestione permanente degli effetti del capitalismo.

    Ciò non avviene perché distribuire alimenti, organizzare un doposcuola o offrire consulenze siano attività riformiste in sé. Avviene quando queste attività cessano di essere momenti di una lotta più ampia e diventano fini autosufficienti; quando chi vi partecipa viene fissato nel ruolo di volontario, operatore o beneficiario; quando la continuità del servizio prende il posto della ricomposizione politica tra persone sottoposte alle medesime condizioni.

    L’illusione consiste nel pensare che la moltiplicazione quantitativa di esperienze associative produca prima o poi un salto qualitativo: più spazi, più progetti, più reti, più “buone pratiche” dovrebbero costruire gradualmente un’altra società. Ma la somma delle attività non modifica necessariamente la loro direzione. Cento associazioni impegnate ad amministrare la precarietà non costituiscono ancora un movimento contro la precarietà.

    La cittadinanza dei soci

    L’associazione promette apertura, ma si fonda sull’appartenenza. Per entrare occorre tesserarsi; per decidere occorre essere soci; per organizzare un’attività occorre rispettare uno statuto; per lavorare occorre spesso fingersi volontari. La tessera, apparentemente innocua, introduce una distinzione precisa tra chi appartiene allo spazio e chi ne resta fuori. La comunità politica tende così a trasformarsi in una comunità amministrativa.

    Non è il costo della tessera il punto. Il problema è il tipo di soggettività che essa produce. L’associato non è necessariamente chi partecipa a una lotta, ma chi aderisce a un ente. Non interviene sulla base di una condizione condivisa, ma usufruisce delle attività previste dallo statuto. La sua capacità di azione si esercita dentro confini già definiti: assemblea annuale, consiglio direttivo, bilancio, quote, responsabilità legali.

    In Il principio democratico del 1922, Bordiga osservava che le procedure democratiche non possiedono un valore universale e non possono essere separate dai rapporti sociali entro cui operano. L’uguaglianza formale degli individui chiamati a votare non cancella le disuguaglianze materiali che determinano la loro effettiva capacità di incidere sulle decisioni. Il ragionamento può essere esteso alle associazioni contemporanee. Uno statuto democratico non impedisce che il potere reale si concentri nelle mani di chi possiede le competenze amministrative, mantiene i rapporti con le istituzioni, conosce i meccanismi dei finanziamenti o dispone del tempo necessario per occuparsi quotidianamente della gestione. Il voto dei soci può ratificare una struttura oligarchica anziché metterla in discussione.

    La democrazia formale non è falsa perché le assemblee siano necessariamente truccate, ma perché interviene quando gran parte delle decisioni è già stata determinata dalle necessità economiche: bisogna rispettare il bando, mantenere la concessione, raggiungere gli obiettivi, pagare le utenze, garantire le entrate. L’assemblea può scegliere come adattarsi a questi vincoli; molto più raramente può sottrarsene. La risposta non consiste quindi nell’opporre semplicemente l’assemblea al consiglio direttivo. Anche l’assemblea può diventare un meccanismo di ratifica e riprodurre le gerarchie create dalla divisione del lavoro gestionale. Può limitare la burocratizzazione, ma non garantisce di per sé l’autonomia politica. Il problema rimane la capacità collettiva di discutere e mettere in questione i vincoli materiali che orientano le decisioni, anziché limitarsi a distribuirne democraticamente l’amministrazione.

    Anche il linguaggio cambia. La mensa diventa “progetto di contrasto alla povertà alimentare”; il doposcuola “azione educativa territoriale”; l’assemblea “percorso partecipativo”; la festa “attività di autofinanziamento”. Non si tratta soltanto di parole. Ogni traduzione corrisponde a un diverso interlocutore. Il destinatario non è più principalmente il quartiere o la classe sociale a cui ci si rivolge, ma il funzionario che valuterà la domanda, la fondazione che erogherà il finanziamento, l’ente che dovrà rinnovare la concessione.

    L’attività viene progettata in funzione della propria rendicontabilità. Occorrono obiettivi, indicatori, destinatari, presenze registrate e risultati certificabili. Ciò che non può essere misurato — la costruzione di fiducia, la disponibilità al conflitto, la capacità di interrompere la normalità — perde valore. Sopravvive ciò che può essere trasformato in una riga di bilancio.

    La trappola della sopravvivenza

    La forza di questo meccanismo consiste nel fatto che non viene imposto soltanto dall’esterno. È riprodotto quotidianamente dalla necessità di mantenere aperti gli spazi. Bisogna pagare l’affitto, le utenze, i lavori di ristrutturazione, i permessi, la sicurezza, la SIAE. Bisogna organizzare eventi capaci di attirare pubblico e produrre entrate. Il tempo politico viene consumato dalla gestione.

    Lo spazio nato per sottrarre una porzione di città alla valorizzazione capitalistica rischia così di trasformarsi in una piccola impresa della socialità. Può non avere scopo di lucro ed essere nondimeno subordinato alle necessità di qualsiasi attività commerciale: riempire il calendario, aumentare le presenze, vendere cibo e bevande, comunicare sui social, costruire un marchio riconoscibile.

    Anche quando il lavoro è volontario, il modello non cambia. Anzi, l’assenza di salario può diventare una risorsa economica fondamentale. Il volontariato consente di offrire a prezzi contenuti ciò che, se tutti fossero regolarmente pagati, costerebbe molto di più. In nome della causa comune viene così normalizzato un lavoro gratuito che altrove verrebbe denunciato come sfruttamento.

    La precarietà non scompare: viene moralizzata. Non si lavora gratis per il profitto di un padrone, ma per “far vivere lo spazio”. E poiché lo spazio deve continuare a esistere, ogni critica alla sua gestione può essere percepita come una minaccia alla sopravvivenza collettiva.

    A quel punto il mezzo ha sostituito il fine. Non si mantiene più uno spazio per rendere possibile una politica; si fa politica per mantenere lo spazio.

    Spazio contro cemento

    In Spazio contro cemento, pubblicato nel 1953 su «Il programma comunista», Bordiga mostra che la città capitalistica non è un contenitore neutro nel quale possono essere introdotti usi differenti senza mettere in discussione la struttura complessiva. La concentrazione urbana, la rendita fondiaria, l’edificazione intensiva e la subordinazione dello spazio alle necessità della produzione formano un unico sistema.

    La contraddizione non è semplicemente tra edifici brutti ed edifici belli, tra amministratori corrotti e amministratori onesti, tra quartieri senza servizi e quartieri ben progettati. È tra lo spazio necessario alla vita della specie e il cemento attraverso cui il capitale immobilizza valore, produce rendita e concentra esseri umani e funzioni economiche.

    Anche lo spazio associativo più radicale opera dentro questa struttura. Può sottrarre temporaneamente un edificio all’abbandono, offrire socialità non completamente mercificata e difendere attività espulse dal mercato ordinario. Non può però ignorare che la propria esistenza dipende dalla forma capitalistica della città. La contraddizione emerge con particolare chiarezza nei processi di gentrificazione. La presenza di spazi culturali, laboratori, circoli e iniziative sociali può rendere attrattiva una zona precedentemente considerata marginale. La socialità prodotta gratuitamente o a basso costo diventa una qualità del quartiere incorporata nei valori immobiliari. Ciò che nasceva per contrastare l’espulsione può contribuire involontariamente a prepararla.

    Il capitale non ha bisogno di distruggere immediatamente ogni esperienza alternativa. Può utilizzarla come avanguardia inconsapevole della valorizzazione urbana. Prima arrivano gli spazi culturali e le attività associative; poi aumentano l’attenzione, i consumi, gli affitti e il valore degli immobili; infine vengono espulsi tanto gli abitanti poveri quanto gli stessi spazi che avevano contribuito a rendere desiderabile la zona.

    La critica di Bordiga impedisce quindi di pensare la liberazione dello spazio come una somma di usi alternativi del patrimonio esistente. Non basta cambiare il contenuto di alcuni edifici se rimangono intatti la proprietà, la rendita e il modo in cui il capitale organizza l’intera metropoli.

    Dalla solidarietà alla sussidiarietà

    Durante il Covid molte reti milanesi hanno scoperto la potenza del mutuo soccorso. Ma solidarietà e sussidiarietà non sono la stessa cosa. La solidarietà parte dall’uguaglianza tra chi partecipa a una condizione comune; la sussidiarietà assegna invece alla società civile il compito di integrare ciò che l’amministrazione non riesce o non vuole più garantire.

    Nel primo caso, la distribuzione alimentare può diventare il punto di partenza per organizzarsi contro salari insufficienti, licenziamenti e affitti insostenibili. Nel secondo diventa un servizio destinato ai “fragili”. Nel primo caso, chi riceve e chi distribuisce possono riconoscersi nella stessa precarietà; nel secondo si separano il volontario e il beneficiario, l’operatore e l’utente.

    La forma associativa tende a consolidare questa separazione. Deve dimostrare di possedere competenze, continuità organizzativa e capacità di gestione. Per farlo si professionalizza. Emergono coordinatori, progettisti, responsabili della comunicazione, presidenti e consigli direttivi. La base sociale, quando esiste, viene convocata per legittimare decisioni prese altrove o per fornire gratuitamente il lavoro necessario alla loro realizzazione.

    La politica cede il posto alla governance. Non si decide più insieme che cosa fare contro una determinata condizione; si amministra un progetto già finanziato, con obiettivi e scadenze stabiliti.

    Questo non rende inutili le attività svolte. Una mensa può continuare a rispondere a un bisogno reale, così come un doposcuola o uno sportello possono migliorare concretamente la vita delle persone. La questione è se il servizio diventi un luogo di incontro e organizzazione tra persone sottoposte agli stessi rapporti oppure le separi stabilmente tra erogatori e destinatari. La critica non riguarda l’utilità immediata dell’intervento, ma la direzione politica che esso contribuisce a costruire.

    La pace sociale degli spazi alternativi

    La funzione riformista dell’associazionismo non consiste nel rendere gli spazi meno radicali sul piano estetico. Uno spazio può conservare simboli antagonisti, ospitare dibattiti rivoluzionari e organizzare concerti militanti, pur essendo ormai perfettamente integrato nella gestione della città. La radicalità del linguaggio può convivere con la moderazione delle pratiche. Milano ha imparato a utilizzare gli spazi “alternativi” come dispositivi di compensazione. Essi raccolgono popolazioni che il mercato ordinario non riesce a includere, offrono socialità a prezzi relativamente bassi, assorbono lavoro culturale precario e producono forme di appartenenza locale. In cambio ricevono una tolleranza condizionata, qualche finanziamento o la possibilità di concorrere per una sede.

    Il conflitto viene così territorializzato e isolato. Ogni spazio si occupa del proprio quartiere, della propria programmazione e della propria sopravvivenza. Le energie vengono frammentate in decine di progetti, ciascuno con il proprio statuto, bilancio e marchio. La rete cittadina si riduce spesso a una collaborazione tra enti: partenariati, festival condivisi, richieste di finanziamento congiunte.

    È proprio contro questa frammentazione per categorie e località che Bordiga insiste in Partito e classe. L’organizzazione economica immediata tende a rinchiudere gli individui nel mestiere, nella fabbrica o nell’interesse particolare; la politica rivoluzionaria dovrebbe invece unificare le diverse condizioni entro un movimento generale. Trasposto alla metropoli contemporanea, ciò significa superare la divisione per cui ogni associazione amministra il proprio settore — cultura, migrazioni, povertà, casa, educazione, salute — senza ricomporre le cause comuni di quei problemi.

    Non nasce così una forza capace di opporsi alla trasformazione capitalistica di Milano, ma un ecosistema di soggetti che competono per risorse sempre più scarse. È questa la vittoria più profonda del modello associativo: aver sostituito l’organizzazione politica con la cooperazione tra organizzazioni.

    Usare l’associazione senza cadere nell’associazionismo

    La critica dell’associazionismo non implica il rifiuto astratto di ogni associazione. Il problema non si risolve opponendo alla forma giuridica una purezza informale. Anche l’assenza di strutture può produrre gerarchie nascoste, irresponsabilità e chiusura; né si può ignorare che, nelle condizioni attuali, una veste associativa sia talvolta necessaria per difendere uno spazio, stipulare un contratto o garantire continuità alle attività.

    La questione non è dunque se costituire o meno un’associazione, ma se l’associazione rimanga uno strumento subordinato al processo politico oppure diventi un fine che subordina a sé il movimento. Nel primo caso, la struttura legale serve a proteggere e sostenere una forza collettiva che la oltrepassa. Nel secondo, la conservazione dell’ente, della sede, dei finanziamenti e dei rapporti istituzionali finisce per determinare ciò che il movimento può pensare e fare.

  • Il Poema Tarocco, Parte II: “Il discorso dell’Eremita”

    Discorso dell’Eremita

    Ma il Bagatto, rimasto dopo un pranzo di pane secco e fichi nel bosco a dormire,

    eccolo svegliarsi, senza troppi sbattimenti da due sogni messi insieme diversi,

    e uno era dolce come la pulzella dalle lunghe trecce, l’altro assurdo, e strano,

    come camminar per lunga spiaggia tenendosi propia anima seco per la mano.

    E apparve un personaggio, anziano vecchio, con bastone, una lampada, spenta,

    e cominciò così a discutere tra sè, incurante dello svegliarsi del sognante Mago,

    andando avanti con discorso ozioso e complicato e con andatura molto lenta.

    “Degli Arcani Minori che son 56, prendi i Re, le Regine, e i Cavalieri,

    ed associ ad ogni segno per tradizione e convenzione un mese,

    a cui corrisponde un segno zodiacale, con relativo elemento,

    aria, fuoco, terra e acqua, è naturale, semiotica dei tarocchi, a cui

    corrispondono gli Assi della Spada, del Fuoco, dei Denari, e delle Coppe,

    ma non andare a dirlo in Parlamento, che se vado lì a ragionare,

    tra deputati e senatori, poi per caso se poi Parlo in fondo sempre Mento.

    E comunque il gioco è questo, zodiacale segnar mese per astro:

    che nel mese dell’inizio che è quello dell’Ariete ci sta Regina di Bastoni, maestra

    di chimere e misteri naturali. Poi c’è il mese successivo, quello del Toro e ci sta

    Re di Denari, il più ricco, gran padrone, non

    per forza avaro, anfitrione.

    Dopo il Toro vien Gemelli, a cui corrisponde Re di Spade, che la spada usa 

    per distinguer e ragionare, senza farsi mai castelli. Dopo viene Regina di Coppe, 

    che è del Cancro, mese del mare e dell’amor sentimentale, amor reale,

    e dopo il mese dell’amore vien Leone, a cui corrisponde Re di Bastoni, 

    per il quale l’orgoglio e pancia piena son prerogative senza uguali.

    E dopo tanto caldo estivo si prosegue ormai verso settembre, 

    dove sta la Vergine, Cavaliere di Denari, nel periodo lungo

    di vendemmia, per far vino senza bestemmia, senza aver pensieri troppo

    avari. Dopo Vergine sta  Bilancia, Regina di Spade, alla quale 

    a dover sceglier viene il mal di pancia, oscillando da una parte e dall’altra,

    in cerca di Giustizia, ma anche scaltra. Dopo lei c’è lo Scorpione,

    che è Re di Coppe, velenoso pungiglione ma anche abile comunicatore.

    Dopo lui c’è Cavalier di Bastoni che è il centauro Sagittario, che alza il legno

    del fuoco, passionale, a volte incendiario. Dopo lui c’è Capricorno, Regina 

    di Denari, concreta e affidabile, legata alla Terra, invernale. 

    Ed ecco fatto il giro si arriva poi a Febbraio, a cui sta Cavaliere dell’Acquario, 

    che è Cavalier di Spada, un pò arrogante, indisponente, su cavallo bianco, cui

    per caso tu vuoi far corrisponder il decimo avatar di Visnu, io ti dico che è un pò 

    esagerato, nel caso in cui tu volessi far finir Kali Yuga al giro della fine 

    dell’era dei Pesci, come infine Cavalier di Coppe, del divin del vino bere,

    cioè retrocessione equinoziale, al contrario del ciclo del Sole, dinamica astrale,

    stagioni dell’anno, che per entar in Satya Yuga combineresti sicuramente

    qualche danno. Ed ecco qua il senso zodiacale dei Trionfi, gli Arcani Minori,

    senza Paggi, che son servitori di Re, Regine e Cavalieri, e stan loro nei paraggi.”

    E il Mago concetrato nel pensiero cercava di capir se il vecchio diceva proprio il vero.

    il vecchio intanto andò avanti con suo discorso, mentre il Sole stava alto in cielo terso.

    “Che senso avrebbe dire allora Toro età dell’antichissimo Mito, Ariete degli uomini 

    ed Eroi del Bronzo e dell’Epica, Pesci, età del figlio dell’Uomo, vero Messia,

    il cui segno paleolitico è il Pesce, IXTUS,

    acronimo per il nome del Redentore

    IESUS XRISTOS TEOUS UIOS SOTER, Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore.

    E dicono si stia passando all’Acquario, età del vaso, che sia quello di Pandora? 

    ll cui custode è il Titano Epimeteo, che sia giunta oramai a noi anche quell’ora? 

    Segno d’aria, complicato, in sè contiene forse fortuna di purezza ma anche il peccato,

    e se non ci metti dentro i Pesci, è quasi sacrilegio, contro la storia e le nostre origini,

    che a var veramente il Gran Reset ci vorrebbero troppe cimici, che poi puzza l’aria fritta,

    e il Diluvio è spirituale, tanto rischiamo sul pianeta male, tra guerre, cambiamenti climatici

    e intelligenza artificiale. Che a pensarci ci

    piglia, non dico tutti, un pò sempre a

    male. Un consiglio vorrei dare, non prender costellazioni e tarocchi tutto insieme,

    ma a prendere le cose non alla lettera tu un poco veramente ti devi da solo allenare.”

    “Ah! Questo lo so bene”, rispose allora il Mago, “e io vorrei capire, non so se mi spiego.”

    “Armarsi di trita-prezzemolo rinascimentale, che è pieno come il prezzemolo di segni 

    e corrispondenza astrale, che a foglie piccole devi tagliar, per non mangiar la foglia, 

    che di ingozzarmi non ne ho voglia, per farci anche solo aglio olio e peperoncino, 

    mica chissà quale gourmet, parco pasto, mica complicato,  leggero pranzettino, 

    con semplice e onesto bicchiere di rosso vino, solo uno, mica tre. Olè.”

    Era l’Eremita, a passo felpato, con lungo pensiero in cui ormai si era inoltrato.

    E il Mago che disse di codesto incontro, con quel vecchio non voleva scontro.

    Un poco attratto un poco invece distratto con L’Eremita c’era poco però contatto.

    E alla fine il Mago se ne andò per la sua strada, con in tasca il suo prezioso mazzo,

    che si era reso conto che a capir tutte cose di segni e alchimie si cade in imbarazzo.

    L’Eremita invece, in segreto furibondo, tra sè e sè disse: “ma guarda come gira il mondo!”

  • In difesa degli spazi sociali occupati. Autonomia, ricomposizione e crisi del movimento milanese

    Da qualche tempo è iniziato un processo di ricomposizione riguardante alcuni spazi sociali e occupati in città, tra i più in vista e importanti. Questo processo si è concretizzato con l’organizzazione di una serie di assemblee, iniziate nell’ambito della lotta agli sgomberi delle case e dello spazio anarchico Bruzzi-Malatesta e della sede dell’USI nel quartiere ticinese. Piano piano, si è vista aumentare la partecipazione, allargatasi ad altri spazi sociali sotto minaccia di sgombero quali il CS Cantiere e la Panetteria occupata di via Conte Rosso. Altre sigle e collettivi hanno partecipato o partecipano tuttora a questo difficile e delicato processo di ricomposizione: il collettivo Off Topic, avente sede a Piano Terra, unico Centro Sociale rimasto nel quartiere Isola; qualche partitino M-L, tra cui i CARC e Potere al Popolo; alcuni membri dei Giovani Palestinesi; e, per finire, tanti cani sciolti.

    Tale processo di ricomposizione, attivato in maniera più o meno cosciente sull’onda dell’emergenza sgomberi che sta investendo Milano da qualche tempo a questa parte (vedi sgombero Leoncavallo), arriva in un momento di gravissima crisi del movimento autonomo milanese. Le ultime e più importanti lotte, infatti, prima fra tutte quella in sostegno del popolo Palestinese, la quale ha manifestato il suo picco in territorio italiano nel giorno degli scontri scoppiati davanti alla stazione centrale di Milano, non sono riuscite a sedimentare abbastanza per permettere ai giovani partecipanti di aprire nuovi spazi liberati che fungessero da avanguardia della lotta nel soffocante tessuto metropolitano milanese. Fatto salvo per lo spazio LOC, sgomberato nel silenzio generale a inizio estate, e la Dogana occupata, propaggine raver di ciò che rimaneva della vecchia sede dell’ADL Cobas, non si contano infatti nuovi spazi occupati in città che non siano prodotto dei vecchi cicli di lotte (dagli anni Settanta a quelle post-Onda del decennio 2008-2020).

    E’ molto probabile che per molti di questi spazi sia troppo tardi: manca infatti il tessuto relazionale di quartiere (ma anche più generalmente politico e cittadino) che serve per potere garantire un minimo di solidità davanti alla minaccia dello sgombero. Di più: la minaccia stessa diventa garante e dimostrazione, in un certo senso, dell’attaccabilità dello spazio. Il vergognoso sgombero del Leoncavallo è stato un esperimento riuscito, dal punto di vista del potere; il motivo? Il collettivo di gestione ha investito per decenni in una politica fallimentare, che usava come stampella associazioni e partiti per garantirsi una sufficiente agibilità politica e la propria “sicurezza”, mancando di costruire relazioni con gli altri spazi occupati della città. Lo spazio che si credeva più sicuro è stato il primo a cadere, e nella maniera più ignobile: senza resistere. Ma di questo abbiamo parlato in un altro articolo.

    Ora, finalmente, sembra che i rimanenti spazi occupati si stiano rendendo conto della gravità della situazione, e sembrano, almeno superficialmente, disposti a lasciarsi indietro le proprie differenze ideologiche e storiche per provare a dialogare riconoscendosi in un discorso e prassi comuni, e tornare ad impostare un discorso di lotta che porti alla loro preservazione, così importante strategicamente ma così fragile. Ciò che accomuna questi spazi è la pratica dell’occupazione, sull’importanza della quale varrebbe la pena soffermarsi ulteriormente.

  • Prime tesi sul cospirazionismo

    “Il mondo è governato da una setta di ebrei pedo-satanisti”: fino a pochi mesi fa un’affermazione simile sarebbe stata accolta dai più come il delirio di un folle, la dietrologia paranoica di uno sprovveduto che, non avendo gli strumenti per analizzare in modo critico la realtà, si affida a narrazioni in grado di restituirne un’immagine semplicistica e rassicurante.

    Oggi, a seguito delle rivelazioni legate al caso Jeffrey Epstein, anche le teorie più inverosimili sembrano essere entrate a pieno titolo nel campo del dicibile: se persino una rivista come Jacobin, espressione di una gauche caviar da sempre molto lontana da posizioni complottiste, arriva a pubblicare un articolo in cui ammonisce -seppur blandamente- la sinistra sui rischi del non dare il giusto peso alla vicenda, il cambio di paradigma in questo senso risulta abbastanza evidente. E se prima il “complottista” era ritratto come una figura da ridicolizzare e isolare socialmente, è oggi protagonista di un’inattesa rivalutazione. A dire il vero, quello di diffidenza nei confronti delle narrazioni ufficiali del potere è sempre stato un atteggiamento pienamente inscritto nella grammatica dei rapporti sociali: la sua stigmatizzazione è un fenomeno relativamente recente. Essa nasce infatti nei primi anni Sessanta, negli Stati Uniti, in seguito all’omicidio di John F. Kennedy: è in questo contesto che inizia a diffondersi il termine “complottista” (“conspiracy theorist”), diffusione che non avviene in modo organico, ma eterodiretto: è la CIA, all’interno del suo famoso Dispatch 1035-960, a incentivare l’utilizzo dell’etichetta “conspiracy theorist” in senso dispregiativo, con l’obiettivo di screditare chiunque mettesse in dubbio la ricostruzione degli eventi fornita dalla commissione Warren (incaricata delle indagini) e ripresa poi dai media mainstream. L’elemento più interessante che emerge dal Dispatch 1035-960 non è che il 46% dei cittadini statunitensi del tempo era convinto che la commissione Warren mentisse, né l’evidente conflitto d’interessi della CIA, che aveva tutto l’interesse a screditare chi avanzava sospetti, essendone essa stessa l’oggetto principale. L’aspetto più significativo è un altro: l’invito a incentivare una connotazione negativa al termine “conspiracy theorist” implica che tale connotazione, originariamente, non esistesse. Quella che si è data a partire dal Dispatch è perciò una psyop nel senso più stretto del termine, il cui effetto più immediato è stato quello di indebolire la capacità delle masse di mettere in discussione la narrazione dominante. Quest’ultima risulta così l’unica accettabile: tutte le altre vengono squalificate non in virtù del proprio contenuto, ma per il semplice fatto di essere tacciate di complottismo. Questa dinamica, dopo l’omicidio Kennedy, avrebbe caratterizzato il dibattito pubblico intorno a ogni avvenimento rilevante della storia recente, americana e non, dall’allunaggio dell’Apollo 11 agli attentati dell’11 settembre. Sia chiaro, non si vuole qui perorare la causa dei quattro scoppiati convinti che i leader del mondo siano dei rettiliani o che Adolf Hitler sia ancora vivo, fuggito in Antartide a bordo di un U-Boot e in attesa di un trionfale ritorno del Reich; quello che si vuole evidenziare è un problema più ampio, e cioè che riducendo ogni teoria non dimostrabile a una risibile elucubrazione priva di qualsiasi fondamento viene meno la possibilità di ribellarsi al discorso dominante senza passare per folli. In questa dinamica paradossalmente è stata spesso la sinistra -che a delegittimare il potere dovrebbe essere interessata più che a ogni altra cosa- a esprimere le posizioni più violente nei confronti dei presunti “complottisti”: di esempi ce ne sono parecchi, dall’idiosincrasia verso le fake news ai dileggi di varia natura nei confronti di chi veniva definito all’occorrenza webete, analfabeta funzionale, e così via. Soprattutto negli ultimi anni, dietro molte sue battaglie la sinistra sembrava celare un obiettivo implicito, e cioè  quello di esercitare un controllo sul linguaggio, determinare cosa fosse lecito dire e cosa no, quali fossero le opinioni accettabili e quali invece quelle da escludere dal dibattito pubblico; oggi sta raccogliendo i frutti marci di questo posizionamento, particolarmente evidenti nel caso degli Epstein files: un vero e proprio slop di nomi cancellati, e-mail criptiche e messaggi dai riferimenti tanto generici da rendere sostanzialmente indistinguibile il vero dal falso, i fatti dalle supposizioni. Come una sorta di contrappasso per chi aveva cercato di censurare opinioni, parole e pensieri, viviamo ora in un mondo in cui della verità non importa più a nessuno: è l’era della post-verità,in cui gli unici a perdere sono quelli che si erano erti a difensori dell’autorevolezza della carta bollata. 

    Che la difesa di questa autorevolezza fosse paragonabile a una lotta contro i mulini a vento appariva evidente da diverso tempo: dal Covid alle ripetute vittorie di Trump, negli ultimi anni si erano infatti moltiplicati i segnali di una crisi profonda della fiducia nelle fonti considerate “affidabili”, e di una crescente distanza tra una parte significativa della popolazione e il discorso dominante; specialmente durante il Covid, si è assistito a una impressionante proliferazione di teorie del complotto, dalle antenne 5G responsabili della diffusione del virus alla presunta correlazione tra vaccini e autismo. Di fronte a questo fenomeno la sinistra -anche quella più radicale- ha preferito adottare un atteggiamento di scherno e di esclusione nei confronti di chi sosteneva tali teorie, anziché cercare di intercettare il legittimo malcontento che si celava dietro di esse. Questo atteggiamento si sarebbe poi esteso anche a chi contestava le misure politiche e i dispositivi messi in campo per gestire la pandemia, dal lockdown al Green Pass. In nome della difesa della propria auctoritas accademica, giornalistica o istituzionale, ogni sfumatura veniva cancellata, e non venivano fatte distinzioni: indipendentemente dal fatto che credesse o meno nella medicina, chiunque esprimesse dissenso era etichettato come complottista, no vax, e in quanto tale trasformato in una macchietta da esporre al pubblico ludibrio. Ciò che è accaduto è che una fetta significativa della popolazione si è vista trattare di punto in bianco come cittadini di serie B,somari raglianti da blastare senza pietà, subumani a cui rubare il posto al bar suscitava l’ilarità collettiva.

    Eviterò di soffermarmi sul classismo insito in una postura simile, perché mi interessa di più sottolinearne le conseguenze: l’unica figura politica di spicco nel panorama italiano a non avere remore a schierarsi al fianco dei “no vax”, Giorgia Meloni, sarà la vincitrice indiscussa delle elezioni del 2022, passando in meno di quattro anni dal 4% al 26%. In mezzo, una pandemia che ha premiato il suo coraggio nel farsi portavoce di chi, secondo tutti gli altri, non aveva diritto nemmeno alle proprie opinioni. Opinioni che, se all’epoca erano inammissibili, sono oggi accettate dalla sinistra stessa, tanto che una figura come Alessandro Barbero -non esattamente vicino alla destra- può affermare tranquillamente, senza timore di ripercussioni, che quella vissuta durante la pandemia è stata  “una grande prova generale della capacità dei governi di imporre ai loro popoli delle restrizioni inaudite in precedenza”. In questa dinamica, un valore ancora più significativo lo assumono i successi elettorali di Donald Trump, perché ottenuti anche grazie al sostegno dei complottisti, quelli veri. Parte del clima di insofferenza nei confronti di Hillary Clinton è imputabile infatti al diffondersi del cosiddetto Pizzagate, teoria del complotto che voleva i coniugi Clinton, insieme a buona parte dell’establishment democratico, coinvolti in una rete criminale responsabile di traffico di esseri umani, abusi sessuali su minori e persino sacrifici umani a scopo satanico: questa élite di psicopatici avrebbe occultato le proprie attività dietro una rete di pizzerie newyorkesi, da cui il nome della teoria. Mentre i media progressisti si affannavano a liquidare la teoria come una bufala costruita ad arte, Trump non si faceva scrupoli a rilanciare la presunta “bufala”: e questo nel 2016 giocò un ruolo fondamentale nell’erodere il consenso di Hillary Clinton, suo principale avversario politico in quel momento. Ancora più significativo, sotto questo aspetto, è quanto avvenne il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Campidoglio. Buona parte dei partecipanti proveniva infatti dagli ambienti che avevano abbracciato le teorie del Pizzagate e le sue successive evoluzioni, confluite nell’universo cospirazionista legato a QAnon: tutte persone fermamente convinte del fatto che Trump rappresentasse l’ultimo baluardo contro le élites pedo-sataniste, e che le elezioni del 2020 fossero state manipolate per impedirne la rielezione. Ancora una volta, di fronte a un evento serio e drammatico come un tentativo di colpo di stato, le analisi che la sinistra dedicò alla vicenda sono di una puerilità sconcertante: in sostanza, gli aspiranti golpisti non sarebbero stati altro che dei poveri mentecatti, facilmente manipolabili da un pifferaio magico abile come il tycoon newyorkese; e quelle del Pizzagate, soltanto le fantasiose elucubrazioni di qualche paranoico che passava troppo tempo su 4chan e troppo poco nel mondo reale. Paranoie che Trump avrebbe poi sfruttato opportunisticamente per consolidare il proprio consenso e conquistare la Casa Bianca. 

    Eppure, a pochi anni di distanza, il quadro appare molto diverso da quello che veniva presentato allora: oggi Bill Clinton è effettivamente alla sbarra degli imputati, e sono emersi fatti e testimonianze che, pur non costituendo una conferma del Pizzagate nella sua totalità, non si discostano più di tanto. Certo, forse le élites mondiali non sacrificavano davvero bambini a Belzebù (però chissà, a questo punto…), ma si è effettivamente scoperta l’esistenza di reti di abusi sessuali che coinvolgevano persone estremamente influenti e protette. E che queste reti fossero legate a doppio filo con il sionismo, a partire da Epstein stesso, che i files suggeriscono essere un ex agente del Mossad. Era vero anche che le persone coinvolte usassero le proprie cospicue risorse economiche e di potere per insabbiare i propri comportamenti criminali. Certo, non attraverso una fantomatica rete di pizzerie; ma alla luce della gravità di quanto emerso, questo dettaglio appare secondario. Allo stesso modo, conta poco o nulla che tra i nomi associati alla vicenda compaia anche quello di Trump, forse legato più di chiunque altro alla figura di Epstein: ciò che conta infatti è che è stato proprio lui a capitalizzare politicamente sulla sfiducia verso le élites, essendo stato l’unico a dare sponda ad accuse che gran parte del dibattito pubblico considerava irricevibili.

    Qual è quindi la lezione politica che si può trarre dagli Epstein files? Forse che ogni teoria, per quanto improbabile, sia degna di credito, e che qualsiasi narrazione debba essere presa sul serio perché potrebbe contenere un fondo di verità? Certamente no. Il monito insito nella vicenda riguarda piuttosto il rischio in cui incorre la politica quando pretende di ergersi ad arbitro della verità, stabilendo quali affermazioni siano legittime e quali no: ecco, questo ruolo non appartiene alla politica, ma alla ricerca storica. Sono gli storici che, a bocce ferme, hanno il compito di ricostruire e interpretare gli eventi; ai politici spetta quello di determinarne il corso. E chi ambisce a “determinare il corso degli eventi” non può limitarsi a muoversi esclusivamente dentro il perimetro di ciò che è già stato dimostrato con certezza: deve essere anche disposto a sporcarsi le mani, assumendosi il rischio di seguire intuizioni non provate dai fatti, e forse sbagliate. Perché anche una convinzione che la storia finirà per giudicare priva di fondamento può comunque generare processi politici di enorme portata.

    Un esempio particolarmente efficace lo fornisce un episodio avvenuto durante la Rivoluzione francese: la Grande paura del 1789. Nel concludere quest’articolo vorrei citare brevemente la vicenda, perché contiene insegnamenti ancora oggi -forse, specialmente oggi- preziosissimi. Con l’espressione “Grande paura” si intende l’ondata di panico collettivo che travolse la Francia tra il 20 luglio e il 6 agosto 1789, nelle settimane immediatamente successive alla presa della Bastiglia. In seguito agli eventi parigini, infatti, nelle campagne francesi si diffuse la voce che orde di briganti e mercenari stranieri, assoldati dagli aristocratici, fossero sul punto di prendere d’assalto le campagne, devastare i raccolti e reprimere le rivolte contadine. Il terrore si propagò rapidamente, tramite un passaparola che andava di villaggio in villaggio, e spinse migliaia di contadini ad armarsi e mobilitarsi: in tutta la Francia grandi folle attaccarono i castelli signorili, molti dei quali furono dati alle fiamme. Ma, a conti fatti, quanto erano fondati i timori dei contadini francesi? Quanto c’era di vero nelle voci di un’imminente invasione da parte di truppe straniere? Poco o nulla. Lo storico Georges Lefebvre, che dedicò alla Grande paura uno dei suoi testi più importanti, definì la vicenda “una gigantesca falsa notizia”. Una bufala, insomma. Eppure fu una bufala dalle conseguenze politiche enormi: una su tutte, la fine del feudalesimo. Non si tratta di un’esagerazione: dopo settimane di tentennamenti, fu proprio la violenza che dilagava nelle campagne a spingere l’Assemblea nazionale, nella notte del 4 agosto, a dare finalmente il proprio sostegno alle rivendicazioni dei contadini, stabilendo l’abolizione immediata di ogni diritto feudale e servitù personale, ponendo così le basi per la trasformazione del possesso feudale in proprietà privata borghese. Tutto ciò fu possibile perché i membri più radicali dell’Assemblea nazionale -i futuri fondatori del club dei Giacobini- seppero leggere l’importanza storica delle rivendicazioni che si celavano dietro quell’isteria collettiva. Ora immaginiamo, per un momento, che i giacobini avessero reagito alla Grande paura nello stesso modo in cui la sinistra nostrana tende a reagire di fronte a fenomeni di disorientamento collettivo, teorie cospirazioniste o credenze considerate irrazionali. Immaginiamoli mentre liquidano le paure dei contadini come semplici fantasie, e ne deridono la dabbenaggine, crogiolandosi nella propria superiorità intellettuale. Ebbene, ritengo plausibile affermare che, in un simile scenario, il feudalesimo sarebbe rimasto in piedi più a lungo, e le teste dei giacobini sarebbero rotolate a terra ben prima di quella di Luigi XVI. Se ciò non è avvenuto, e la Storia ha preso il corso che tutti conosciamo, è perché i giacobini intuirono che, dietro quelle paure per certi versi infondate, si agitavano forze sociali capaci di trasformare radicalmente l’ordine esistente. E quindi invece che indagare sull’attendibilità delle voci che circolavano nelle campagne, seppero cogliere il potenziale rivoluzionario che esse stavano innescando. Animati da un profondo e intimo desiderio di trasformare la società, non esitarono a soffiare sul fuoco di paure e credenze popolari verso cui altri avrebbero tenuto un atteggiamento più distaccato. È quest’ultimo l’atteggiamento tipico della sinistra contemporanea, strutturalmente incapace di assumerne un altro. Perché nonostante si affanni a criticare il capitalismo in ogni sua sfaccettatura, non ne desidera davvero la fine: con esso verrebbero meno anche il prestigio culturale e i privilegi sociali di cui essa beneficia. Perciò, mentre i giacobini cercavano di dare forma a energie sociali confuse e di intercettare il malcontento e la rabbia di chi metteva in discussione l’ordine esistente, la sinistra odierna sembra interessata soprattutto al mantenimento del proprio capitale simbolico. Mentre i primi non esitavano a evocare i fantasmi di inesistenti truppe straniere controrivoluzionarie, la seconda non può permetterselo. Perché evocare fantasmi può cambiare il corso della storia, ma rischia di compromettere la propria reputazione intellettuale nei salotti giusti.

  • L’orrore delle destre psichedeliche, la distopia realizzata e la morte della Cyberdelia.

    É stato difficile scrivere questo pezzo. Sono confuso, arrabbiato e spaventato.

    Ho avuto la necessità di scrivere perché scrivendo ho sperato di mettere ordine nel vespaio che mi si è acceso in testa l’altra notte e ancora, non so da dove iniziare.

    Provo a fare chiarezza iniziando dall’attore principale di questo film horror distopico: Peter Thiel. Non è l’unico ma è il più importante.

    Wikipedia cita un articolo di Roger Parloff del 2014 pubblicato su Fortune (oggi disponibile solo su archive.org e apparentemente oscurato) e lo definisce “perhaps America’s leading public intellectual today”.

    Peter Thiel è un imprenditore, investitore e attivista politico conservatore che, tra le altre cose, ha fondato Founders Fund, il primo investitore istituzionale in Space Exploration Technologies (SpaceX) ed è stato tra i cofondatori di Palantir Technologies, nonché uno dei primi investitori in Facebook.

    I soci della società sono stati fondatori, primi dipendenti e investitori in aziende quali PayPal e Anduril Industries.

    Gli investimenti dello studio includono Airbnb, DeepMind, Rippling, Ramp, Pudgy Penguins, Spotify, Stripe, Neuralink e Nubank.

    Non solo. Thiel, oltre ad avere finanziato le campagne politiche di Donald J. Trump (1,25 milioni di dollari per la campagna del 2016) ha anche finanziato il movimento filosofico e politico chiamato Dark Enlightenment, apertamente antidemocratico, antiegualitario e reazionario. Nel dettaglio (è importante capire di cosa stiamo parlando) il Dark Enlightenment, noto anche come movimento neoreazionario (NRx), è una filosofia politica antidemocratica e reazionaria che sostiene il ritorno a forme tradizionali di governo, come la monarchia assoluta, e si oppone agli ideali illuministici di ragione e uguaglianza. Ha riscosso successo tra alcuni gruppi della Silicon Valley ed è spesso associato a figure come Curtis Guy Yarvin (noto anche con lo pseudonimo di Mencius Moldbug, blogger e informatico statunitense noto per le sue posizioni politiche di estrema destra) e Nick Land (filosofo, scrittore e blogger britannico, noto come il “padre dell’accelerazionismo” il cui peculiare modo di scrivere è stato riconosciuto come pioniere del genere della theory-fiction. Cofondatore del collettivo Cybernetic Culture Research Unit negli anni novanta; il suo lavoro è legato allo sviluppo dell’accelerazionismo e del realismo speculativo. I suoi scritti successivi si sono focalizzati sempre di più sulla difesa del razzismo scientifico e dell’eugenetica ovvero di ciò che egli stesso ha etichettato con il termine “hyper-racism“. Ora sappiamo di chi stiamo parlando).

    Non solo. Thiel sta finanziando un progetto chiamato Objection.ai che mira a aggirare il sistema giudiziario tradizionale istituendo una «giurisdizione parallela» basata sull’intelligenza artificiale.

    Screenshot dal sito ufficiale di Objection.ai

    Permettetemi di ripetere questa frase, leggetela lentamente e con attenzione:

    aggirare il sistema giudiziario tradizionale istituendo una «giurisdizione parallela» basata sull’intelligenza artificiale.

    Di per se io non avrei particolari problemi con un sistema del genere. Se penso a quanta corruzione, inefficenza, mafia e mazzette ho visto in Italia e nel resto del mondo non potrei che applaudire un sistema che è al di sopra di queste parti.

    La realtà però è terrificantemente diversa. Un computer, un qualsiasi computer, dal buon vecchio Vic 20 ai più sofisticati mainframes che gestiscono le AI funzionano in base ad un principio veramente semplice: GIGO, Garbage In, Garbage Out. Approfondirò questa tematica più avanti nell’approfondimento relativo a Objection.ai.

    Questo significa che un sistema informatico di qualsiasi ordine di complessità non fa altro che restituire una elaborazione di quello che gli viene istruito di fare e come gli viene istruito di fare. É sempre stato così e lo sarà fintanto che, un giorno, un sistema informatico sufficientemente complesso non svilupperà una sua coscienza autonoma e indipendente dal fattore umano (si, sono così ottimista).

    Questo dovrebbe essere oggettivamente terrificante perchè Objection.ai non è un sistema autonomo, è un sistema che dipende completamente da quello che gli viene insegnato e i suoi “maestri” sono gente che segue delle idee politiche e filosofiche terribili, come il summenzionato Dark Enlightenment. I suoi maestri sono soggetti come Alexander Karp che ha scritto il manifesto di Palantir, che non mi ha fatto dormire l’altra  notte e che voglio riportare qui. Leggetelo con attenzione, lentamente:

    1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation.

    2. We must rebel against the tyranny of the apps. Is the iPhone our greatest creative if not crowning achievement as a civilization? The object has changed our lives, but it may also now be limiting and constraining our sense of the possible.

    3. Free email is not enough. The decadence of a culture or civilization, and indeed its ruling class, will be forgiven only if that culture is capable of delivering economic growth and security for the public.

    4. The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed. The ability of free and democratic societies to prevail requires something more than moral appeal. It requires hard power, and hard power in this century will be built on software.

    5. The question is not whether A.I. weapons will be built; it is who will build them and for what purpose. Our adversaries will not pause to indulge in theatrical debates about the merits of developing technologies with critical military and national security applications. They will proceed.

    6. National service should be a universal duty. We should, as a society, seriously consider moving away from an all-volunteer force and only fight the next war if everyone shares in the risk and the cost.

    7. If a U.S. Marine asks for a better rifle, we should build it; and the same goes for software. We should as a country be capable of continuing a debate about the appropriateness of military action abroad while remaining unflinching in our commitment to those we have asked to step into harm’s way.

    8. Public servants need not be our priests. Any business that compensated its employees in the way that the federal government compensates public servants would struggle to survive.

    9. We should show far more grace towards those who have subjected themselves to public life. The eradication of any space for forgiveness—a jettisoning of any tolerance for the complexities and contradictions of the human psyche—may leave us with a cast of characters at the helm we will grow to regret.

    10. The psychologization of modern politics is leading us astray. Those who look to the political arena to nourish their soul and sense of self, who rely too heavily on their internal life finding expression in people they may never meet, will be left disappointed.

    11. Our society has grown too eager to hasten, and is often gleeful at, the demise of its enemies. The vanquishing of an opponent is a moment to pause, not rejoice.

    12. The atomic age is ending. One age of deterrence, the atomic age, is ending, and a new era of deterrence built on A.I. is set to begin.

    13. No other country in the history of the world has advanced progressive values more than this one. The United States is far from perfect. But it is easy to forget how much more opportunity exists in this country for those who are not hereditary elites than in any other nation on the planet.

    14. American power has made possible an extraordinarily long peace. Too many have forgotten or perhaps take for granted that nearly a century of some version of peace has prevailed in the world without a great power military conflict. At least three generations — billions of people and their children and now grandchildren — have never known a world war.

    15. The postwar neutering of Germany and Japan must be undone. The defanging of Germany was an overcorrection for which Europe is now paying a heavy price. A similar and highly theatrical commitment to Japanese pacifism will, if maintained, also threaten to shift the balance of power in Asia.

    16. We should applaud those who attempt to build where the market has failed to act. The culture almost snickers at Musk’s interest in grand narrative, as if billionaires ought to simply stay in their lane of enriching themselves . . . . Any curiosity or genuine interest in the value of what he has created is essentially dismissed, or perhaps lurks from beneath a thinly veiled scorn.

    17. Silicon Valley must play a role in addressing violent crime. Many politicians across the United States have essentially shrugged when it comes to violent crime, abandoning any serious efforts to address the problem or take on any risk with their constituencies or donors in coming up with solutions and experiments in what should be a desperate bid to save lives.

    18. The ruthless exposure of the private lives of public figures drives far too much talent away from government service. The public arena—and the shallow and petty assaults against those who dare to do something other than enrich themselves—has become so unforgiving that the republic is left with a significant roster of ineffectual, empty vessels whose ambition one would forgive if there were any genuine belief structure lurking within.

    19. The caution in public life that we unwittingly encourage is corrosive. Those who say nothing wrong often say nothing much at all.

    20. The pervasive intolerance of religious belief in certain circles must be resisted. The elite’s intolerance of religious belief is perhaps one of the most telling signs that its political project constitutes a less open intellectual movement than many within it would claim.

    21. Some cultures have produced vital advances; others remain dysfunctional and regressive. All cultures are now equal. Criticism and value judgments are forbidden. Yet this new dogma glosses over the fact that certain cultures and indeed subcultures . . . have produced wonders. Others have proven middling, and worse, regressive and harmful.

    22. We must resist the shallow temptation of a vacant and hollow pluralism. We, in America and more broadly the West, have for the past half century resisted defining national cultures in the name of inclusivity. But inclusion into what?

    Da dove cominciare? Intanto da un antiacido, un ansiolitico e un antiemetico.

    Tra le tante cose che mi inquietano è che alcune suonano razionali e sensate e questo mi fa DAVVERO paura, la sensazione che ho è che siano state infilate apposta per dare un’aura di legittimità in un contesto altrimenti completamente delirante. Il punto 2, ad esempio: come non essere d’accordo? Ma una analisi più attenta rivela quella che sembra proprio una clamorosa dissonanza cognitiva: da un lato il manifesto sembra condannare la “tirannia delle app” ma l’iPhone è un prodotto della Silicon Valley. Spotify è finanziato da Founders Fund. DeepMind è Google.

    Quindi? Che succede? Da un lato la lancia in resta contro un certo tipo di tirannia ma dall’altra si finanzia a piene mani i fautori della stessa tirannia.

    Mi rendo conto che suono esattamente come un complottista ma non riesco a togliermi dalla testa questi pensieri.

    Punto 3. “Free email”? Che cosa parecchio strana da dire. Non esiste NULLA di free nel Web. Chi se la beve ancora questa propaganda zuckerberghiana? Il fatto che per alcuni servizi non si paghi con soldi non significa che non si paghi in qualche altro modo. La lezione di Facebook a quanto sembra non è servita. E poi… “La decadenza di una cultura o civilizzazione sarà perdonata?” Perdonata? Da chi? Chi si arroga il diritto o il ruolo di perdonare una civilizzazione? Chi è in questa posizione?

    Punto 5. AI come arma. Lo capisco. Palantir ha contratti milionari con eserciti, polizie, sistemi di controllo. Certo, è un arma. Ma non deve, non può essere solo un arma. L’enfasi messa su questo punto è agghiacciante. Anche perchè se una AI viene allenata per essere un guardiano, un guerrafondaio, un poliziotto e se chi lo allena ha delle idee completamente antidemocratiche il rischio è una distopia che neanche George Orwell o Philip Dick avrebbero mai potuto immaginare.

    Punto 8. “I funzionari pubblici non devono necessariamente essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che retribuissero i propri dipendenti come fa il governo federale con i funzionari pubblici avrebbe difficoltà a sopravvivere.” E tanti saluti al sistema pubblico. Che già sta in piedi con molta fatica. Quando, chi, come e perché i funzionari pubblici dovrebbero diventare o essere visti come “sacerdoti”? Quale sarebbe la conclusione di questo (s)ragionamento? Che invece di finanziare e migliorare il sistema pubblico si potenzia il settore privato? A che costo? Letteralmente e metaforicamente parlando.

    Punto 9. Anche questo ha un’aura di ambiguità notevole. Da un lato sembrerebbe in contraddizione con il punto precedente, apparentemente promuovendo una sorta di empatia nei confronti dell’amministrazione pubblica. Dall’altro invece mi sa tanto di una sorta di “tana libera tutti” per le monumentali “manchevolezze” (vorrei usare un termine più colorito ma preferisco esimermi) fatte dalla stessa amministrazione pubblica, non ultima quella di Trump. Sono sinceramente sempre più confuso e preoccupato.

    Punto 10. Non so se si coglie l’ironia di questo punto. “Chi guarda alla scena politica per nutrire la propria anima e il proprio senso di identità, chi fa troppo affidamento sulla propria vita interiore che trova espressione in persone che forse non incontrerà mai, rimarrà deluso.” Non è esattamente quello che stanno facendo Thiel, Karp, Trump e soci? Potrei sbagliarmi ma la sensazione è forte ed è quella. Ho il serio sospetto che Alexander Karp abbia nutrito fino all’obesità la propria anima e il proprio senso di identità con la politica che sta aiutando a costruire.

    Punto 14. Qui siamo nel delirio più puro, sfrenato e cieco. “Il potere americano ha reso possibile un periodo di pace straordinariamente lungo.” No. Semplicemente no. Questa è negazione della storia. Il potere americano ha sparso guerre in tutto il mondo, costantemente. Ah, certo. I furbi parlano di “tre generazioni che non hanno conosciuto una guerra mondiale” ma di tutte le altre guerre che gli Stati Uniti hanno disseminato in giro per il globo nessun accenno. Di che cosa stanno parlando davvero questi fanatici? Quanti americani sono morti in guerre che non gli competevano (se non per questioni economiche)? Quanti alleati sono morti per accompagnare questi fanatici nelle loro guerre di “esportazione di democrazia”? Quanti innocenti sono morti per mano di questi “commercianti di democrazia al fosforo bianco”? Di quale “periodo di pace” stanno allucinando?

    Punto 15. “La neutralizzazione della Germania e del Giappone avvenuta nel dopoguerra deve essere revocata”. Mi piace ricordare che “togliere le zanne alla Germania” è stato un atto dove gli Stati Uniti hanno attivamente partecipato. E che la neutralizzazione del Giappone è stato un gesto iniziato con lo sgancio di due bombe atomiche. Americane (l’unica nazione, fino ad oggi, che ha avuto l’audacia di usare armi nucleari in un conflitto). Continuato con il loro beneplacito. Che un fascista americano definisca la scelta del Giappone per il pacifismo come “teatrale” è vetriolico. Se non un vero e proprio insulto, vista la motivazione del Giappone a tale scelta.

    Punto 17. “La Silicon Valley deve dare il proprio contributo nella lotta alla criminalità violenta”. No. Esistono entità statali predisposte per quello scopo, che devono essere debitamente finanziate e supportate. Non delle società private. No. Se Robocop ha insegnato qualcosa è esattamente questo.

    Punto 19. Questo è un altro esempio di come affermazioni apparentemente ragionevoli siano inserite in un contesto altrimenti totalmente delirante per offrire uno spunto di pensiero: “Ecco vedi? Questa cosa è sensata, evidentemente anche le altre lo sono, no?”. La colossale fallacia però è intrinseca nella frase. “Chi non dice nulla di sbagliato spesso non dice granché” potrebbe essere vero ma, ad esempio, se io dico che “la Terra è piatta” dico qualcosa di clamorosamente, comprovatamente, scientificamente sbagliato e non dico assolutamente nulla di che! Dire qualcosa di sbagliato non significa automaticamente dire qualcosa di significativo, di rivoluzionario. Spesso significa solo dire qualcosa di sbagliato.

    Punto 20. “È necessario opporsi alla diffusa intolleranza nei confronti delle credenze religiose che caratterizza certi ambienti”. Sono un neo-ateo. Questa affermazione mi crea un fastidio talmente profondo che devo mettere mano ancora una volta ad un antiemetico. No. Le religioni stiano fuori dai governi, dalle istituzioni, da qualsiasi cosa. Le religioni sono un cancro che sta divorando e putrefacendo l’umanità e affermazioni come questa ne sono la dimostrazione più chiara. É indispensabile essere INtolleranti nei confronti delle religioni, delle superstizioni, delle credenze di qualsiasi genere soprattutto quando queste si insinuano negli organismi sociali che sono predisposte a governare le popolazioni. Questa frase è sintomo di un fanatismo religioso che fa impallidire i talebani contro i quali tanto si sono scagliati i precedenti governi statunitensi.

    Punto 21. Non so neanche come reagire di fronte a questo delirio. Quindi esistono culture superiori e culture inferiori. Le prime hanno fatto meraviglie, le seconde “si sono rivelate mediocri e, peggio ancora, regressive e dannose”. É ovvio che non tutte le culture sono uguali. É ovvio che le critiche NON DOVREBBERO essere vietate. Ma chi decide SE e QUALI culture sono superiori o inferiori? E in base a QUALI CRITERI? Chi decide questi criteri?

    Punto 22. “Dobbiamo resistere alla tentazione superficiale di un pluralismo vuoto e privo di significato”. Sono d’accordo. La soluzione però non è un monismo tecnocratico, fanatico religioso. É un pluralismo denso di significato, vivace e concreto. Difficile, certo. Che può fare paura, lo capisco. Ma quali alternative abbiamo? Lasciare che un manipolo di delinquenti fanatici decida per noi quello che dobbiamo fare, pensare, comperare, amare, odiare?

    I punti che non ho toccato li ho saltati non perché non abbia niente da dire a riguardo ma perché quelli che ho esaminato mi hanno creato un maggiore malessere. Tutto il manifesto in se è un colossale generatore emicranie e di nausea.

    Visto che a quella congrega piace tanto citare e abusare di Tolkien, mi viene da affermare che neanche Saruman il Bianco arriva ad essere così rivoltante come Alexander Karp. Karp, infatti è incommensurabilmente peggio. Non so come Tolkien non si stia ribaltando nella tomba al pensiero che le sue creazioni siano state prese in ostaggio per prodotti di questo genere. Non so come la Tolkien Society abbia potuto permettere tutto questo. Mi viene da urlare di rabbia al pensiero che un gigante della letteratura mondiale sia stato letteralmente violentato in questo modo. Che il prodotto così prolifico e denso di significati che trascendono schieramenti politici, età e generazioni sia stato svenduto così vergognosamente. Non posso accettarlo eppure non ho alternative ed ho le mani legate.

    E vorrei tanto che fosse finita qui, purtroppo non lo è.

    Thiel, tra le altre cose, ha creato Thiel Capital che viene descritta “as a family office”. Come se fosse una impresa familiare che produce i biscottini per le girl scouts. La Thiel Capital finanzia, tra le numerose altre, anche Compass Pathways che nel loro sito affermano (cito testualmente): “We connect science and compassion to reimagine mental health care.
    Millions of people across the world live with mental illnesses for which there are few good options. We are determined to change that. Our first major initiative is developing investigational COMP360 psilocybin treatment through a global phase 3 programme for people living with treatment-resistant depression.”

    Permettetemi di ripetere questo concetto: Peter Thiel, finanziatore di Donald Trump, cofinanziatore di Palantir, finanziatore del Dark Enlightment, finanziatore di Objection.ai, creatore di un cancro economico, ideologico, filosofico, sociale, culturale, ha ritenuto il caso di mettere mano alle sostanze psichedeliche (la psilocibina, nello specifico) per “sviluppare un trattamento per le per le persone affette da depressione resistente alle terapie”.

    Peter Thiel sta mostrando interesse nelle sostanze psichedeliche. Cercherò, più avanti nelle riflessioni finali a riguardo di affrontare questo tema in maniera più asettica, per ora concedetemi una vertigine di panico.

    Non solo. Il 18 aprile 2026, l’amministrazione Trump ha firmato un decreto presidenziale volto ad accelerare la ricerca e l’accesso alle sostanze psichedeliche per il trattamento di gravi malattie mentali. Questo decreto rappresenta un cambiamento significativo nella politica federale riguardo all’uso delle sostanze psichedeliche in ambito medico.

    Quando uno come Trump dimostra interesse in qualcosa temo fortemente per quel qualcosa. Vorrei fare una battuta di spirito, ce l’ho ma non riesco a tirarla fuori. Ho i brividi, letteralmente, a questo pensiero.

    Mi vengono in mente echi di Project CHATTER, Edgewood Arsenal human experiments, MKUltra. Sto rileggendo quanto ho scritto e, ancora una volta, mi sembra di leggere un teorista del complotto ma quello che ho scritto sono fatti. Dimostrabili, dimostrati. Non mie supposizioni. É vero che all’epoca quei progetti fallirono ma non posso non pensare che in quasi 70 anni di tempo le tecnologie si sono evolute. Migliorate. Raffinate. E sono in mano a soggetti per nulla rassicuranti. Oggi peggio di allora.

    Cosa devo pensare quando persone e apparati come quelli che ho indicato rivolgono la loro attenzione alle sostanze psichedeliche? Dovrei essere contento che finalmente la Psichedelia provi ad uscire dall’ombra dell’illegalità? Oppure dovrei essere terrorizzato che sostanze così potenti diventino armi in mano a entità letteralmente senza scrupoli di alcun genere?

    Lo vorrei, che la Psichedelia fiorisse per le sue potenzialità: mediche, umanistiche, sociali, artistiche, scientifiche. Non voglio questo, però. Questo mi da una incredibile, angosciante sensazione di minaccia incombente. Qualcosa che deve essere combattuto ad ogni costo, con qualsiasi mezzo perché la posta in gioco è enorme.

    Già una volta è stata persa l’occasione di usare al meglio queste sostanze, affogando le migliori intenzioni in un guazzabuglio lisergico dove fu persa la rotta (per una serie di ragioni che sto ancora studiando) e il potere costituzionale ebbe terreno facile, intervenendo violentemente, punendo, condannando, criminalizzando senza ritegno né discriminante.

    Oggi ho la sinistra sensazione che quello stesso potere sta guardando alle stesse sostanze con lascìvia e la bava alla bocca, senza vedere più un “nemico” ma un formidabile alleato. Sono cambiati i tempi, è cambiata la propaganda (argomento sul quale probabilmente scriverò qualcosa), sono cambiate le tecnologie.

    Non so cosa fare. Vorrei sbagliare, vorrei che qualcuno mi dimostrasse che sto sbagliando, che sto avendo dei deliri dettati da panico, insicurezza. Qualcuno mi rassicuri, per pietà. Preferisco sapere di star delirando piuttosto che avere conferme che questa è la realtà e che questo è il futuro verso il quale ci stiamo incamminando come ovini al macello. O peggio, come i ratti di John B. Calhoun nel suo Universe 25.

    Nel frattempo, forse qualcosa posso fare, possiamo fare. Iniziare a sganciarci dai sistemi proprietari che sono nelle mani di certuni e optare per soluzioni il più possibili indipendenti, opensource, free o al limite anche solo europei.

    Sto pensando, ad esempio, ai motori di ricerca KAGI e MARGINALIA SEARCH.

    Sto pensando a EURIA il sistema di AI interamente europeo.

    Sto pensando a INFOMANIAK, l’alternativa europea autonoma al cloud statunitense.

    Sto pensando a tutte quelle alternative informatiche che esistono ma che sono ancora, purtroppo, sottovalutate perché tra pigrizia degli utenti e inerzia socioculturale, il titolo del libro di Steve Krug di ormai ventisei anni fa ancora impera e suona più che mai come una oscura previsione realizzata: “Don’t Make Me Think”.

    RIFLESSIONI FINALI: COMPASS PATHWAYS

    Compass Pathways è stata fondata da George Goldsmith ed Ekaterina Malievskaia; nei documenti depositati anche Lars Christian Wilde è indicato come cofondatore di Compass. Thiel è stato un importante investitore e sostenitore, sia direttamente che attraverso reti di investimento collegate, come Founders Fund e ATAI.

    Provo a ragionare senza farmi coinvolgere emotivamente. Compass Pathways non è una semplice ripetizione del caso Palantir in ambito medico, ma rientra nello stesso, più ampio, schema storico: tecnologie controcorrente che vengono assorbite da sistemi ad alta intensità di capitale, basati sulla proprietà intellettuale e regolamentati a livello istituzionale.

    Compass sta portando avanti un progetto di oggettiva grande rilevanza medica. Il materiale dell’azienda stessa afferma che COMP360 è una formulazione sintetica proprietaria di psilocibina per la depressione resistente al trattamento, e i recenti dati di Fase 3 riportati dall’azienda sostengono effetti statisticamente significativi, una sicurezza generalmente tollerabile e piani per discutere la presentazione della domanda di autorizzazione con la FDA.

    Ciò non dovrebbe essere liquidato come una mera appropriazione: la depressione resistente al trattamento è un grave problema clinico e, se il trattamento si dimostrasse sicuro, efficace e accessibile, potrebbe essere davvero prezioso anche se sarei davvero curioso di sapere cosa ne pensa Compass Pathways dell’articolo “Psychedelics Show No Advantage Over Antidepressants”. Quanto mi piacerebbe un dibattito tra UCSF, UCLA, Imperial College London e la Compass Pathways.

    Ma, tornando alla questione, dal punto di vista filosofico, la preoccupazione deve essere reale. La Psichedelia ha storicamente veicolato ideali di apertura, conoscenza comunitaria, coscienza antiautoritaria ed esplorazione esperienziale non proprietaria.

    Compass traduce tutto ciò in formulazione brevettata/proprietaria, somministrazione clinica regolamentata, biotecnologia sostenuta dagli investitori, percorsi di approvazione in stile FDA/EMA, strategia di rimborso e infrastruttura scalabile per la salute mentale. Questo non è intrinsecamente corrotto, ma è un universo morale molto diverso.

    Il paragone con Palantir non è quindi “stessa azienda, stesso male”. È più subdolo. Provo a riassumerlo in uno schema:

    PalantirCompass Pathways
    Informazioni trasformate in intelligence istituzionaleLa psichedelia trasformata in medicina istituzionale
    Ipervisibilità ciberneticaStandardizzazione clinica
    Potere operativo dello Stato e delle impresePotere normativo delle aziende farmaceutiche e biotecnologiche
    Rischio di ipersorveglianza/ipercontrolloRischio di recintamento/mercificazione della cura della coscienza
    Possibili vantaggi: logistica, sicurezza, coordinamentoPossibili benefici: trattamento psichiatrico serio

    Il legame comune con Thiel-verse è significativo dal punto di vista simbolico perché suggerisce una tesi di investimento più ampia: i settori di frontiera un tempo associati alla controcultura — il cyberspazio, l’intelligenza artificiale, le sostanze psichedeliche, il potenziamento umano — rischiano di essere trasformati in piattaforme istituzionali altamente controllate e di grande valore. Pongo l’enfasi su “grande valore”.

    Ciò non invalida automaticamente il lavoro svolto ma dovrebbe renderci attenti alle possibili, clamorose asimmetrie di potere. Che in mano a correnti apertamente fasciste sono altrettanto apertamente pericolose.

    Un giudizio forse più chiaro potrebbe essere questo: Compass Pathways potrebbe produrre benefici medici reali, forse anche significativi. Ma se la medicina psichedelica è dominata da piattaforme proprietarie, cliniche d’élite, brevetti restrittivi e modelli di accesso guidati dagli investitori, allora il valore terapeutico potrebbe sopravvivere mentre gran parte dell’ethos psichedelico originale verrebbe neutralizzato.

    Quindi non condannerei né idealizzerei Compass anche se la tentazione è forte e l’impatto emotivo è devastante. Terrei d’occhio sei aspetti: la trasparenza clinica, i dati sulla sicurezza, i prezzi, l’accessibilità, e se il settore rimarrà pluralistico o finirà per essere monopolizzato da poche aziende.

    La critica principale mossa da molti ricercatori nel campo delle sostanze psichedeliche, attivisti e comunità underground non è che Compass pratichi una scienza fasulla. Piuttosto, la critica verte sul fatto che un ambito storicamente comunitario, aperto e controculturale venga ora inglobato in strutture biotecnologiche proprietarie. La storia si ripete, è già accaduto con l’informatica: nata libera, anarchica, negli ambienti universitari prima e in quelli underground dopo, sviluppata e resa disponibile per tutti indiscriminatamente ma finita nei mostruosi monopoli che oggi conosciamo (più o meno) bene.

    Le preoccupazioni specifiche includono la strategia dei brevetti, le formulazioni proprietarie, il controllo medico, la commercializzazione selvaggia, i prezzi determinati dagli investitori, la concentrazione della proprietà intellettuale e farmaceutizzazione della pratica psichedelica.

    Queste preoccupazioni non sono immaginarie. Ma non sono nemmeno automaticamente invalidanti.

    La medicina moderna stessa dipende fortemente dai brevetti, dai percorsi normativi, dalla standardizzazione clinica e dalle sperimentazioni ad alta intensità di capitale.

    Senza strutture di finanziamento istituzionali, molte terapie non raggiungono mai i pazienti su larga scala.

    Esiste quindi una tensione reale tra accessibilità contro commercializzazione, apertura contro scalabilità e tradizione comunitaria contro medicina regolamentata.

    Anche in questo caso, trarre delle riflessioni conclusive è difficoltoso. Potrei dire, appoggiandomi al mio lato neutrale-ottimista che probabilmente Compass non sia in realtà un progetto di sorveglianza, oppure che il coinvolgimento di Thiel non invalidi automaticamente la medicina psichedelica.

    Ritengo però che l’ecosistema Thiel ↔ Founders Fund ↔ ATAI riveli qualcosa di storicamente importante:
    i settori di frontiera un tempo associati alla controcultura vengono sempre più assorbiti da sistemi di governance tecnologica altamente capitalizzati.

    Questo è un dato di fatto e ciò include il cyberspazio, l’intelligenza artificiale e ovviamente le sostanze psichedeliche.


    La coscienza e la cognizione diventano ambiti infrastrutturali in cui investire e dai quali trarre profitto e controllo. Con tanti tanti saluti all’ottimismo.


    RIFLESSIONI FINALI: PALANTIR E LA MORTE DELLA CYBERDELIA

    Partirei da una definizione riassuntiva per poi approfondire un discorso analitico e, anche in questo caso, il più possibile scevro da contaminazioni emotive. Se mai possibile.

    Palantir incarna la trasformazione degli ideali cibernetici e informativi da sogni psichedelici di coscienza liberata a sistemi istituzionali di visibilità predittiva, coordinamento strategico e governance computazionale.

    Per capire perché il progetto Palantir è la morte (probabilmente senza resurrezione) della Cyberdelia è necessario avere in mente cosa è la Cyberdelia. Su questo argomento mi riprometto e prometto a te, lettore, un articolo più dettagliato; per ora credo che sia sufficiente sapere che si sta parlando di un movimento controculturale emerso tra gli anni ’80 e ’90 dalla convergenza tra la cultura cyber e la cultura psichedelica. Ha esplorato le possibilità esperienziali ed estetiche delle tecnologie dell’informazione, in particolare dell’informatica personale, della grafica computerizzata e della musica elettronica, in dialogo con gli stati alterati di coscienza, l’arte visionaria e la cultura rave. Tra i suoi esponenti più illustri ricordiamo Douglas Rushkoff e Erik Davis; William Gibson (importante come riferimento filosofico ed estetico), Norbert Wiener (padre della cibernetica), Timothy Leary (Turn on, boot up, jack in) e John Cunningham Lilly ma questi sono solo alcuni.

    I capisaldi di questo movimento si mettevano in aperto contrasto con alcune filosofie degli anni ’60, che erano contrarie alla scienza e alla tecnologia (creando alcuni disastri epistemologici che ancora ci trasciniamo dietro oggigiorno, ad esempio l’assurda e totalmente infondata dicotomia naturale=buono Vs. sintetico=cattivo); i cyberpunk degli anni ’80 e ’90 abbracciarono la tecnofilia e l’etica hacker. Credevano che l’alta tecnologia (e le smart drug) potessero aiutare gli esseri umani a superare i propri limiti, liberarli dall’autorità e persino consentire loro di trascendere spazio, tempo e corpo. Spesso esprimevano la loro filosofia e la loro estetica attraverso la cyberarte e il reality hacking.

    Le proposizioni della Cyberdelia possono essere così riassunte:

    Ipotesi cyberdelicaRisultati attesi
    Le reti informative decentralizzano il potereMaggiore autonomia
    La connettività accresce l’intelligenza collettivaMaggiore democrazia
    Il cyberspazio dissolve le rigide gerarchieMaggiore libertà
    L’integrazione uomo-macchina amplia la coscienzaMaggiore benessere umano
    I sistemi digitali danno potere agli individuiMinore controllo istituzionale
    L’informazione aperta indebolisce l’autoritarismoAgire in modo autonomo

    Internet (non il World Wide Web) era stato immaginato come un sistema nervoso planetario di menti libere.

    E per un breve, brevissimo momento, ai cybernauti dell’epoca le cose sembravano esattamente così. Ci fu anche un fiorire di realtà digitali (rifiuto il termine realtà virtuale perché contesto il significato semantico e semiotico di “virtuale”, preferendo il termine digitale a mio giudizio più appropriato e meno riduttivo) all’interno delle quali i principi cyberdelici riuscirono a trovare una vera realizzazione e uno spazio di crescita; ad esempio Second Life, nata a metà del 2003 per mano dell’azienda Linden Lab, autentica pioniera in questo settore.

    Palantir rappresenta quasi l’esatto contrario di quella logica. La sua funzione si riassume, infatti, in integrazione di dati su larga scala, analisi predittiva, estrazione di modelli comportamentali, coordinamento strategico, ottimizzazione delle decisioni istituzionali.

    L’azienda stessa viene spesso descritta come un’entità che consente l’integrazione e l’analisi di enormi set di dati per governi e imprese.

    Non si tratta del «cyberspazio come strumento di liberazione» ma piuttosto di «cyberspazio come infrastruttura di intelligence operativa».

    Palantir riveste un’importanza simbolica perché rivela un aspetto cruciale: le reti digitali non decentralizzano il potere per loro stessa natura. Questo è un punto importantissimo che, sfortunatamente, la Cyberdelia non ha saputo prevedere.

    Le reti digitali possono anche centralizzare la visibilità, concentrare la capacità predittiva, amplificare l’asimmetria istituzionale e aumentare la portata amministrativa.

    Questo è uno dei principali fallimenti del pensiero cyberdelico delle origini. La Cyberdelia spesso presupponeva che l’accesso alle informazioni significasse automaticamente emancipazione.

    Ma nella pratica quando l’attore in grado di aggregare, di elaborare, di modellare e rendere operativi i dati su larga scala, acquisisce un enorme potere strutturale.

    Palantir è essenzialmente questo macro-attore, la cibernetica resa operativa per le istituzioni. L’osservazione fondamentale e imprescindibile da fare è: in che tipo di istituzioni è caduta la cibernetica?

    Palantir non è anti-cibernetico. Al contrario è profondamente cibernetico. E in questo temo risieda la sua profonda e insinuante pericolosità: agli antipodi della cybercultura psichedelica, della cultura psichedelica, del collettivismo rave, della decentralizzazione hacker e dell’utopismo digitale.

    A rigor di termini, Palantir è totalmente diverso dal classico modello pubblicitario di Google/ Meta descritto da Shoshana Zuboff come «capitalismo della sorveglianza».

    Google/Meta e analoghi traggono profitto principalmente da previsioni comportamentali per i mercati pubblicitari; “noi siamo il prodotto” da controllare per essere venduto. Siamo merce.

    Il modello di Palantir pur essendo diverso in questo senso ha delle sovrapposizioni strutturali: estrazione di dati su larga scala, modellizzazione predittiva, inferenza comportamentale, opacità, asimmetria del potere informativo.

    Pertanto, Palantir è forse meglio descritta come governance computazionale infrastrutturale piuttosto che come un capitalismo di sorveglianza puramente guidato dalla pubblicità.

    Ma la preoccupazione filosofica è simile: asimmetria della visibilità, concentrazione del potere predittivo, ed erosione dell’autonomia informativa. Quest’ultimo punto risulta cruciale nell’analisi di Objection.ai.

    Riassumendo ancora:

    CyberdeliaPalantir
    EsplorazioneOttimizzazione
    LiberazioneCoordinamento
    Stato alterato di coscienzaAnalisi predittiva
    DecentralizzazioneAggregazione istituzionale
    Misticismo di reteIntelligenza operativa
    Cyberspazio apertoArchitettura informativa gestita
    Potenziale umanoEfficienza strategica

    Eppure la situazione non pare così facilmente dicotomica. Un’analisi rigorosa dovrebbe evitare le semplificazioni eccessive e le derive emotive. Il sistema Palantir può fornire individuazione delle frodi, ottimizzazione logistica, coordinamento in caso di calamità, integrazione delle informazioni, analisi mediche, gestione delle infrastrutture. Chi se la sente di bollare come intrinsecamente “malvagie” queste potenzialità? Nessuno, credo. Perché di base queste potenzialità non sono “malvagie”, alla peggio “neutre”.

    Il problema risiede, come già accennato, in chi controlla la visibilità delle informazioni e a quali fini.

    Non è la tecnologia in sé a determinare l’esito politico. È la struttura istituzionale a farlo. E ancora una volta è chiarissima quale struttura istituzionale si è impadronita della tecnologia.

    Se dovessi (e in effetti devo) trarre una conclusione il più possibile obiettiva e onesta, devo ammettere che non sarebbe né del tutto distopica né ottimistica.

    Palantir non è semplicemente «la fine della Cyberdelia» ma è oggettivamente una semplice infrastruttura neutra. Così come ogni strumento.

    È piuttosto la prova che le tecnologie digitali amplificano le capacità organizzative prima di amplificare la liberazione e questo mi sembra storicamente coerente.

    Le istituzioni su larga scala (stati, forze armate, grandi aziende, sistemi di intelligence) di solito adottano le tecnologie trasformative prima e in modo più efficace rispetto ai movimenti culturali decentralizzati. Questa è una realtà della quale prendere atto velocemente ed efficacemente se si vuole in qualche modo contrastare o per lo meno tentare di contrastare la marea oscura che si sta concentrando all’orizzonte.

    RIFLESSIONI FINALI: OBJECTION.AI

    La mia analisi di Objection.ai è sostanzialmente più critica e pessimista rispetto a quella di Compass Pathways, e ciò per ragioni strutturali piuttosto che di parte.

    Cercherò di distinguere tra il problema reale che individua, la promessa concettuale e i pericoli sistemici.

    Perché esiste effettivamente un problema reale alla base.

    Objection.ai parte da una reale asimmetria: le narrazioni dei media possono diffondersi rapidamente, il danno alla reputazione può verificarsi prima che esistano rimedi legali, i contenziosi sono costosi e lenti e i singoli cittadini spesso non dispongono di mezzi concreti per difendersi dalle grandi istituzioni mediatiche.

    Questa critica non è immaginaria. Anche i critici di Objection riconoscono generalmente che il giornalismo può essere impreciso, che il danno alla reputazione può essere sostanziale, che i meccanismi di correzione sono spesso deboli, che i sistemi legali sono troppo lenti per la velocità dei media digitali.

    Quindi la diagnosi non è intrinsecamente irrazionale.

    Objection però, da quanto letto e studiato, non si limita a proporre una verifica dei fatti assistita dall’IA. Propone qualcosa di più simile a una valutazione computazionale privatizzata delle affermazioni di verità. Si tratta di una categoria radicalmente diversa.

    La stessa azienda descrive il sistema come un «tribunale dell’IA» destinato a indagare sulle affermazioni controverse dei media e a emettere sentenze. Questo è estremamente importante dal punto di vista filosofico.

    Perché il giornalismo, i tribunali, la ricerca scientifica e il dibattito pubblico operano tradizionalmente attraverso una contestazione distribuita, pluralismo istituzionale, attriti procedurali, interpretazioni concorrenti e negoziazioni epistemiche imperfette ma aperte.

    Objection si muove invece verso un arbitrato computazionale accelerato, una valutazione pericolosamente centralizzata e un giudizio reputazionale mediato da macchine.

    Si tratta di una trasformazione epistemica di monumentale portata.

    Il fact-checking tradizionale, in linea generale funziona tramite valutazioni di affermazioni specifiche, la divulgazione dei metodi utilizzati, la possibilità di contestazione e di solito non funziona (o non dovrebbe funzionare) come un sistema quasi-giudiziario.

    Objection è orientato verso un sistema formalizzato di valutazione della credibilità, una ponderazione delle prove mediata dall’intelligenza artificiale, un approccio di tipo giudiziario e un’indicizzazione permanente della reputazione.

    I critici hanno specificatamente messo in guardia dagli effetti dissuasivi sul giornalismo d’inchiesta e sulle fonti anonime.  Questa preoccupazione non è isteria perché il giornalismo d’inchiesta spesso dipende proprio da fonti riservate non verificabili, prove parziali, inferenze probabilistiche, narrazioni in evoluzione e accesso asimmetrico alle informazioni.

    I sistemi di IA sono generalmente più deboli proprio in questi ambiti epistemicamente ambigui.

    La verità non è sempre riducibile a un calcolo. Basterebbe studiare cosa ha suggerito Google nel Maggio del 2024 quando ha consigliato a milioni di persone in cerca di consigli di cucina di aggiungere della colla atossica al sugo della pizza. Vorrei che fosse uno scherzo.

    Questo è il punto centrale. Objection presuppone implicitamente che sistemi computazionali sufficientemente avanzati possano dirimere in modo affidabile e su larga scala le rivendicazioni di verità controverse. Questo non è vero. Molte verità socialmente rilevanti sono, paradossalmente, incomplete, contestuali, interpretative, temporalmente instabili, politicamente controverse.

    Vogliamo pensare, ad esempio, alle indagini sulla corruzione? Le fughe di notizie dai servizi segreti? Le accuse di informatori? Gli abusi istituzionali? La cronaca geopolitica?

    Spesso questi casi non possono essere risolti attraverso una semplice aggregazione di prove.
    E, cosa importante, l’assenza di prove pubbliche non è prova di falsità. Questa distinzione è fondamentale nel giornalismo d’inchiesta.

    Il legame con il Thiel-verse è significativo dal punto di vista filosofico non perché dimostri un intento doloso, ma perché rivela una continuità sinistra nella visione del mondo.
    Tra Palantir, alcuni aspetti del dibattito sulla governance dell’IA, l’ideologia dello Stato-rete e ora Objection si nota uno schema ricorrente: i sistemi computazionali vengono sempre più spesso considerati come alternative ai lenti processi democratici o istituzionali.

    Si tratta di un cambiamento storico di grande rilevanza e gravità. Nel caso di Objection il giornalismo diventa giudicabile computazionalmente, la reputazione diventa valutabile algoritmicamente, la legittimità epistemica diventa mediata dalla macchina.

    Ancora una volta però sono in dovere di tentare, per lo meno, di rimanere lucido e analizzare questo fenomeno a mente fredda.

    Un’analisi rigorosa dovrebbe evitare un distopismo semplicistico. All’atto pratico, se analizziamo la realtà legislativa è impossibile non vedere una reale esigenza di sistemi di correzione più rapidi, meccanismi di tutela della reputazione, responsabilità dei media e risoluzione scalabile delle controversie.

    É impossibile non vedere delle reali problematiche nei moderni ambienti dei media digitali che infatti soffrono di asimmetria virale, incentivi all’indignazione, amplificazione reputazionale, strutture di verifica frammentate o in alcuni casi totalmente assenti.

    Objection non sta emergendo dal nulla. Emerge perché gli ecosistemi informativi contemporanei sono già instabili. Da tempo. Dovunque.

    La leggibilità computazionale sostituisce l’epistemologia pubblica, questo è il pericolo più grave.
    Se sistemi come questo dovessero acquisire influenza, la società potrebbe orientarsi verso metriche di verità leggibili dalle macchine, sistemi di credibilità quantificati, autorità epistemica mediata dall’intelligenza artificiale, automazione della reputazione. Una distopia vera.

    E, cosa importante, anche se l’intelligenza artificiale è tecnicamente sofisticata, gli incentivi che la circondano rimangono di natura politica ed economica. Nessun modello sfugge a questa realtà.

    Trarre una conclusione è impegnativo. Objection individua una reale debolezza nei moderni sistemi informativi ma la direzione che propone rischia di spingere la società verso una governance computazionale privatizzata della verità e della reputazione. Questo è un rischio enorme, l’ho già detto ma vale la pena ripeterlo e sottolinearlo. É evidente perfino al livello intuitivo.

    Si tratta di una soglia molto grave. Ritengo che vi sia un pericolo concreto che l’ambiguità, il dissenso, l’incertezza investigativa e il pluralismo epistemico possano diventare sempre più subordinati a sistemi di valutazione leggibili dalle macchine e solo dalle macchine (consiglio caldamente la lettura di “CHE COSA VOGLIONO GLI ALGORITMI? – L’immaginazione nell’era dei computer di Ed Finn).

    E temo che le società che centralizzano eccessivamente l’autorità epistemica tendono a diventare fragili, conformiste, vulnerabili a pregiudizi nascosti e ostili al dissenso esplorativo.

    Oh, aspetta. Già ci siamo.

    Per altri (s)ragionamenti, riflessioni varie sulle sostanze psichedeliche, poemetti, musiche oscure, amenità e divertissement, puoi dare una lettura a PENSIERO SCIENTIFICO.

  • Il Poema Tarocco

    Proemio

    Quanto è strano il gioco dei Tarocchi, preveder futuri, ch’è da sciocchi,

    ma a volte possono aiutare, tocca a te, con distacco, l’interpretare,

    con i ventidue Arcani Maggiori, che son potenti e di grande esoteria,

    e i cinquantasei Minori, che li usi a partir dal loro elemento naturale,

    e servono per capire le situazioni, gli umori e delle cose loro psicologia,

    e non c’è da cercarci la magia, che può essere nera, rossa o bianca,

    che se mi infrufolo in qualche cosa strana poi mi vien la milza stanca.

    Aria, Fuoco, Terra e Acqua, senza troppa della filosofia greca antica,

    saperli combinati agli strumenti, e trovi Spade, Bastoni, Denari, Coppe,

    ai quali corrispondono sempre dieci carte, tra le quali è ovvio: gli Assi.

    E poi ci son altre nove carte, altre indicazioni, per la psiche e la sorte.

    Cantami o Musa, dicevano nei proemi gli antichi delle grandi epiche,

    io, che non mi innalzo mica a fare prediche, invece colgo un giglio,

    bianco e fresco di rugiada, e faccio una preghiera, per la mia fortuna,

    che metta nel mio cuore medicina, che contrasti ogni sfiga che mi mina,

    che allontani via per sempre da me ogni spirito di vendetta o mania,

    che possa donarmi leggerezza nel proceder tosto, nello mio scrivere

    di codeste carte, con loro antichi archetipi, sotto guida di fortunato astro.

    Che nei Tarocchi non ci sia nulla di oscuro,

    non mi tentino giammai

    i Demoni a cacciar fuori, da quel mazzo per mio mezzo, nulla di impuro,

    e quindi ormai lontano dal sentiero che porta in mezzo agli spinosi rovi,

    e tu che scrivi in mezzo a mille guai per un certo senso, invero, rinascevi.

    Incipit di tre Arcani: Mago, Sole e poi Papessa

    Il Bagatto che il gatto felino umano dell’Aleph Mago del gioco del Tarocco,

    grande inizio, prima azione, inizio gioco, senza alcun’altro in osservazione,

    primo a fare, con i suoi strumenti sul tavolo del sapere, i suoi Arcani Minori,

    la Spada d’Aria, il Bastone di Fuoco, i Denari di Terra, la Coppa di Acqua,

    usati come il principio di ordine del Mondo

    con tutte le sue organizzazioni.

    Eccolo, appunto, il Mago! Le Bagatte, che tiene con sè lo spago delle cose,

    Infinito, tra le mani, mentre il Mondo ha al centro la Donna tra le rosse rose.

    Il Mago, un freddo mattino pien di nuvolaccie in cielo grigie e plumbee

    si faceva una passeggiata nel paese, raccontandosi sue cose sghembe,

    con il metodo di suo sapere, ma in poesia, con arte e sua circolar magia,

    tanto la sua noia di star da solo lo faceva dall’angoscia passeggiare via,

    ed eccolo sul sentiero suo laziale, storto lungo il burrone di campagna

    andare in cerca di una donna, ragazza di lunghe treccie e corta gonna,

    di notizie di una chiesa, di un Santuario, o per far gioco faceto ma serio.

    “Oh buongiorno!” disse il Sole, mentre in

    cielo c’era di nuovo lui, virile,

     il Sole giallo, nostro Astro, sgobrò le nuvolaccie con tutto il suo estro,

    e due ragazzetti che si uniscono in amore, o amicizia, sono i suoi putti, 

    adolescenti nudi, in tutto il loro sereno caloroso naturale bello candore.

    “È un buongiorno!” disse il Mago, mentre in cerca di acqua con la coppa

    cercava di poter bere dalla cascata fresca del Monte Gelato di Calcata,

    che camminare lungo il sentiero del caldo Agosto è farsi grande sudata.

    Che si era sulla via del cammino lungo i boschi della Franchigena estiva,

    in pellegrinaggio verso Calcata, dove campava il cavallo e l’erba cresceva,

    ed ecco i due putti della campagna, che bevevano l’acqua non più stagna,

    che tutta la Cascata era limpida e vibrante,

    tanto il Sole in cielo illuminante.

    Si racconta che a Calcata il Prepuzio del Bambin Gesù in chiesa si custodiva,

    e il Mago, che camminava verso i putti e l’acqua pura dai monti della sorgiva,

    eccolo che ai putti proprio ciò in pieno Sole senza alcuna malizia chiedeva.

    “Ecchennesò!” disse un di quei due, mentre l’altra faceva la gnorri tra le sue.

    E allora il Sole rise e disse: “Bagatto, Mago Gatto, non ti dirò io di quel fatto,

    che il Prepuzio del Bambin Gesù tu non lo troverai giammai in Calcata più, 

    che sembra sia stato trafugato in un furto, tempo fa, e dove sia più non si sa!”

    Allora il Sole dicendo “Ciao!” si nascose tra le nuvole, che era tempo mutevole.

    Ed era arrivato mattino tardo ormai, e il Mago si sentì perso negli appetiti suoi,

    che aveva solo cinque denari, e i salumieri

    del paese vicino eran troppo avari.

    Ma nel Santuario dove il Prepuzio veniva custodito, arrivò lei, e lì si sedette,

    su un trono di legno nella sala interna, la Papessa, che con sapienza insegna,

    con il libro del Tao in mano, la Ierofante, che vita è l’armonia della parola degna.

    Dolce sguardo, con poesia ascesa, beffardo nel saper della natura delle cose,

    il metter piede sulla luna, simbolo delle maree, e dei cicli naturali di cielo e terra,

    lei è la sapienza dell’intuizione sensibile dell’armonia delle antiche cose arcane,

    mentre la Terra è sempre in guerra per infamie e tutti gli interessi e le sue pene.

    La Papessa, presa bene ad un passo del libro che stava in pace leggiucchiando,

    in cui si spiegava del Tao del mutamento dinamico eppure statico del mondo,

    si spaurì un poco quando alzando gli occhi dal libro sentì gridar un giovane paggio,

    seco portava un Bastone, che si perdette in pochi seri guai, pensando al peggio,

    che cercando il Prepuzio non lo trovò, e in preda ai deliri dal Santuario si fugò.

    “Tutti in cerca della antica reliqua del Bambin Gesù, e io sapevo non c’era più.”

    Con lenta movenza di movimento in sè leggiadro, alzandosi rise, di quel ladro.

    Fuori dall’edificio sacro, intanto cinque personaggi armati di bastoni, che spreco!

    In piena competizione, nel bel mezzo di battaglia per la ricchezza del prestigio.

    Cinque bastoni! Che dir che era l’invidia dell’agone a muoverli non è sacrilegio.

    “Che fate?!” Disse infine il Cavaliere arrivato in sella al suo cavallo, con la coppa,

    “Udite udite, io son Trionfo dei Pesci, e

    reco messaggio del vino, o dell’acqua!”

    Ed ecco tutto il gruppo affannato, in cambio del nulla, al sentir il Cavalier di Coppe

    che improvvisamente si dilegua, e ogni suo membro che senza bastone scappa.

    E il Cavalier di Coppe ecco incontrar la Papessa, uscita dal Santuario anch’essa.

    “È Mezzodì!” Disse il Cavalier dei Pesci, e a dire ciò, senz’altro dalla scena uscì.

    Che combinazione di eventi fortuita e strana, che complessa e chimerica arcana!”

    “Asso di coppe!” Alzata la mano disse lei, ed ecco per magia apparirne di coppe sei.

    Due bambini che si scambiavano effusioni, per dir dell’infanzia le piccole emozioni.

    Nel cortile esterno del Santuario i due mocciosi in naivitè non prendersi sul serio,

    ed è raro si mantenga quel sentimento da adulti, sempre i più bravi a darsi insulti.

  • Orizzonti Lisergici

    L’articolo che segue è stato ripescato dal secondo numero – mai pubblicato in Italia – di una rivista di matrice franco-americana dal nome “Liaisons”, il cui primo numero è stato pubblicato in Italia nell’agosto 2020 per i tipi di Agenzia X, con titolo “In nome del popolo”. Il primo numero trattava dei populismi, divenuti tanto alla moda nei giorni che corrono.

    Questo articolo che potete leggere sotto invece risale al 2019, anno precedente la grande crisi del Covid, in cui le prospettive della costruzione di un movimento insurrezionale internazionale apparivano ancora sensate. Il tema del secondo numero della rivista erano gli “orizzonti spezzati”. Non c’è dubbio che, qualche tempo dopo la pubblicazione, anche l’orizzonte della rivista si sia spezzato definitivamente a causa dello scoppio di contraddizioni interne

    Riproponiamo qui una riflessione sul ruolo dell’esperienza psichedelica nella costruzione di un movimento rivoluzionario destituente. Per quanto possa apparire lontano, siamo consci che si tratta di un’analisi compiuta solo pochi anni fa che rimane relativamente solida e di qualche interesse anche ai nostri giorni.

    Orizzonti Lisergici

    Sostanze psichedeliche, controcultura e rivoluzione nell’Italia degli anni ’70

    Introduzione

    “Lasciate che lo Stato si Disintegri”

    – T. Leary

    Questo numero di Liaisons é dedicato agli orizzonti minori.

    In Greco antico, il verbo horizo significa “limitare, separare, dividere”. Per quanto riguarda il caso italiano,se si dovesse tenere fede a questa definizione, piuttosto che decretare la perdita di un orizzonte, sarebbe piu’ sensato definire il processo in corso da anni come un moltiplicarsi di tanti orizzonti: quindi, di tanti limiti, confini, separazioni. L’Italia appare come il regno della separazione, il suo orizzonte uno specchio in mille pezzi. Separazione razziale, di classe, dei corpi, delle menti. Separazione interna delle lotte. Separazione tra le bande di giovani, dei linguaggi, delle minoranze, delle forme di vita. In un certo senso, possiamo dire che in Italia esistono troppi orizzonti per poter, armonizzandoli, produrre un movimento rivoluzionario intimamente legato alle nostre condizioni di esistenza.

    In Italia il fascismo ha di nuovo, pericolosamente e con una velocità disarmante, ripreso forza. La Sinistra borghese, nella quale galleggiano professori universitari, giornalisti, politici, studentelli, e taluni militanti dei centri sociali, attaccati alle poche certezze che poco a poco vengono loro strappate di mano, non riesce a contrastare questa avanzata, rinchiudendosi in un lamentoso buonismo, nell’ironia compiacente dei programmi TV o in un antifascismo identitario che si é finora rivelato perdente.

    La situazione é disperata. Per usare le parole di qualcuno dei nostri compagni della “critica radicale” che hanno affrontato, anni addietro, battaglie tanto difficili quanto quelle di oggi: solo un movimento estatico che distrugga le barriere dell’Io puo’ dare il la a un effetto “a cascata” di carattere sovversivo che miri al disfacimento delle barriere tra teoria e prassi e al compimento della Gemeinwesen, la comunità umana totale. Ben lontano, dunque, dalla vulgata marxista che impone l’Unità (di Classe, di Partito) come condizione necessaria al risorgimento di un movimento rivoluzionario.

    Da questo punto di vista la fantomatica ricerca di un Orizzonte perduto, questo Orizzonte che potrebbe assumere le sembianze di un programma, non ha senso; tantomeno in Italia, dove le varie “correnti” del “movimento” combattono tra loro da decenni per imporre la propria ideologia (il proprio orizzonte?) sulle altre componenti, incapaci di ascoltarsi. Anche per questo, forse, l’ultima cosa di rilevante che si é prodotta in Italia é stata l’esplosione di gioia rivoluzionaria manifestatasi in Val di Susa nell’ormai troppo lontano 2011. Non bisogna lamentare quindi la perdita di un orizzonte, come non bisogna lamentare l’incapacità di pensare una vittoria della quale, a patto che arrivi, non potremmo comunque calcolare la natura e la portata. Cio che bisogna lamentare é, invece, la separazione indotta dalla dimensione spettacolare del dover-essere, che porta i militanti di un movimento-zombie sull’orlo della crisi isterica a non rendersi conto che l’unica scelta rivoluzionaria possibile é smettere di imporre la propria sopravvivenza a sé e agli altri, decretando la fine della propria esistenza in quanto corpo separato dalla società e da se stesso. Ancora una volta, e oggi piu’ che mai, bisogna farla finita con il militantismo.

    Cio che fa difetto al movimento rivoluzionario non é di certo la strutturazione interna, fine a se stessa, e la disciplina e la concorrenza gruppuscolari; quanto invece da ricercare invece é la possibilità di aprirsi a un altrove, entrando in risonanza con altre forme. La rivoluzione é un movimento a carattere estatico: l’atto poetico che l’accompagna esige la distruzione di ogni identità. Un movimento di fuoriuscita dal sé, di estasi, il piu’ possibile condivisa: cio’ che Giorgio Cesarano chiamava insurrezione erotica. Oggi come ieri, tale movimento di fuoriuscita da sé é stato praticato, in particolar modo tra i giovani, utilizzando differenti dispositivi, tra cui la “droga” costituisce un esempio importante. Ignorare questa realtà ci porterebbe a lasciare il fianco scoperto a ben altre nefaste contraddizioni, tra cui la decandenza nella quale periodicamente versa il movimento italiano in materia di uso (o di risposta all’uso) di sostanze psicotrope. E se ogni sostanza merita una sua propria teoria, proponiamo qui di esplorare quella che ha maggiormente influito sull’immaginario sovversivo negli anni Sessanta e Settanta e la cui potenza influenza ancora ogni orizzonte rivoluzionario: la dietilamide dell’acido lisergico, o LSD-25, lo psichedelico per eccellenza.

    Tagliamo subito la testa al toro: secondo chi scrive, tornare a farne un uso consapevole, critico, e al contempo politico, é una conditio sine qua non per comprendere il modo di sviluppo di un Capitale che ha imparato da tempo ad utilizzare i dispositivi psichedelici di conoscenza e sussumerli a suo vantaggio (come dimostrano i biohackers microdosati della Silicon Valley). Negare la natura psichedelica del Capitale nella sua fase attuale peccherebbe di utopismo, sottolinearla con eccessivo vigore significherebbe darvi, al contrario, troppa importanza. Non bisogna rischiare di ripercorrere gli errori dei guru psichedelici del passato; come, ad esempio, Timothy Leary, che – a suo modo geniale – sbaglio’ nel riconoscere nella LSD una sostanza capace in sé di provocare una presa di coscienza che avrebbe dato avvio a un processo rivoluzionario irreversibile. Se sottostimiamo l’importanza di una teoria radicale che sfoci nella costante messa in discussione dei propri ruoli si rischia, come é successo a troppi compagni e compagne in passato, di perdersi, di rimanere soli ad affrontare il vuoto provocato dalla controrivoluzione, o di conformarsi alle stesse regole che si cercano di combattere: insomma, di essere sconfitti, come é stato sconfitto quel movimento che oggi definiamo controcultura.

    Quando il desiderio di conservazione, dettato dalla paura di perdersi, ha prevalso sull’ironia, sul gioco, sulla “leggerezza” – che non é sinonimo di superficialità -, é stato in quel momento che il movement ha cominciato a perdere e a perdersi. In tutti i momenti rivoluzionari si nota una compresenza dei caratteri propri della controcultura – termine che non vogliamo si concepisca staccato dal divenire rivoluzionario – e della militanza piu’ impegnata e disciplinata. Se pensiamo ai gruppi americani di fine anni Sessanta come gli Up Against the Wall, Motherfuckers!/UAWM, un gruppo newyorkese che si definiva “una street gang con un’analisi”, oppure i Diggers di San Francisco, i quali abbracciavano un modello organizzativo estremamente efficace e al tempo stesso mettevano l’accento sull’importanza della poesia e del gesto esemplare (furono i Motherfuckers, una rete che contava svariate centinaia di aderenti in tutti gli USA, a tagliare le reti che circondavano il campo di concerti di Woodstock per permettere alla gente di entrare senza pagare). In Italia, pensiamo agli Indiani Metropolitani, o ai gruppi di giovani dell’Autonomia – le peripezie del gruppo di Thiene, tra rapine a mano armata e uso di sostanze psicotrope1, ne sono uno dei tanti esempi.

    Le testimonianze dell’epoca dimostrano l’importanza innegabile che ricopre l’esperienza psichedelica nel processo di soggettivazione del proletariato giovanile. É dimostrato che il consumo di sostanze veniva considerato, all’epoca, un atto politico: atto di liberazione, ricerca del piacere, ricerca di sé, in un’ottica di sovversione nei confronti dell’ordine morale borghese.

    Controcultura psichedelica.

    Molti tra i giornali “alternativi” pubblicati tra la fine degli anni Sessanta e la seconda metà degli anni Settanta tendevano a giustificare l’uso di sostanze considerate leggere – hashish, marjiuana, e, cosa per noi impensabile oggi, LSD -, e condannare quelle pesanti come l’eroina, le amfetamine e la cocaina. Trattando il tema da un punto di vista costruttivo (senza condannare, quindi, ma tentando di comprendere il fenomeno – fino a farne uno slogan: “il potere nasce dall’erba e dal fucile”2) gli organi di stampa del movimento facevano eco ai temi cari alla controcultura americana beat e hippie. Durante e dopo la stagione delle lotte operaie e studentesche nel biennio 1968-1969, con l’inasprirsi del conflitto e l’inizio della strategia della tensione3, il tema droga, considerato appannaggio dell’area della controcultura (quindi dei “fricchettoni”) da parte dei militanti duri e puri, occupa sempre meno spazio nei giornali della sinistra extraparlamentare. Malgrado questo processo di indurimento della linea marxista-leninista, divenuta nel frattempo egemonica, alcune riviste e gruppi tengono duro e si specializzano nella controinformazione e nell’auto-supporto dell’uso di sostanze. Durante tutto l’arco del decennio 1970-1980, la droga, per i giovani proletari, non é solo un “drago”4 da combattere, ma diventa un vero e proprio tema di discussione. Tipica del movimento italiano fu la capacità di armonizzare il consumo di sostanze con la critica radicale e con l’azione diretta: assistiamo in questo periodo a fenomeni particolari, tra cui la nascita di centinaia di riviste capaci di smarcarsi dalla noiosa predica militante, fino ad arrivare al 1977, anno in cui si produsse una vera e propria esplosione creativa, lisergica e sovversiva, resa possibile da un esercito di quelli che P. Tripodi definisce nel suo Settesette “hippie violenti”5: giovani della stessa risma di quei “Freak Brothers” che avevano visto la luce nel 1968, con il fumetto di G. Shelton.

    É impressionante notare la perizia scientifica con la quale gli autori del libro Ma l’amor mio non muore, uno dei testi sacri del movimento rivoluzionario italiano, pubblicato nel 1971 e subito censurato, si impegnarono a completare un glossario riguardo le droghe nel loro insieme; il glossario é corredato da una ricca bibliografia di articoli e libri sulle sostanze psichedeliche e da un Manuale pratico del viaggiatore inesperto, per aiutare i giovani all’uso della potente LSD-25. “Una tigre di carta coi denti magici”: ecco come gli autori (tra cui Marco Margnelli, poi fondatore della Società Italiana per lo Studio degli Stati di Coscienza, Joe Fallisi e Gianni Collu, autori insieme a Giorgio Cesarano di Cronaca di un ballo mascherato) definiscono la psichedelia. Ogni campo del sapere era mobilitato per stimolare l’accrescimento della conoscenza sull’acido lisergico: la bibliografia é infatti suddivisa per aree tematiche che vanno a coprire gli aspetti legali delle sostanze come gli aspetti medico-farmacologici; comprende articoli di antropologia e altri riguardanti le potenziali applicazioni terapeutiche.

    Le prime riviste che trattarono di “droghe” in maniera libera, rivendicandone l’uso e il diritto all’informazione, furono i giornali Beat nati nella seconda metà degli anni Sessanta, tra cui Mondo Beat (1966), nato in uno scantinato milanese. A partire da quell’anno si moltiplicarono i fogli e i giornali che diventarono i principali mezzi di espressione della controcultura italiana6.

    Nel numero unico di “Grido Beat”, pubblicato il 30 settembre 1967, vi é un articolo riguardo la proibizione delle sostanze:

    “Ed é inevitabile arrivare a droghe ed allucinogeni, attorno ai quali, ancora una volta, i pregiudizi popolari tendono a creare una scatola di vuoto e di silenzio. I quotidiani conservatori […] scritti da rimbecilliti giornalisti in preda ai fumi dell’alcool (tempo fa tanto odiato da gente come loro…) e votati ad una quotidiana espressione di un calvario di reazione, ignoranza e follia, pubblicano servizi che riempiono le loro terze pagine e che tendono ad alimentare la sconcertante presa di posizione di masse acculturate e conservatrici, sempre convinte di essere arrivate al massimo grado di civiltà. Queste masse che pensano che ormai non ci sia piu nulla da scoprire, di fronte a tutto cio che é nuovo si attaccano alle spiegazioni piu assurde, nel tentativo di mascherare un’angosciosa paura. Una assoluta mancanza di preparazione porta inoltre questi arteriosclerotici reazionari a liquidare un problema con enorme confusioni tra le droghe stupefacenti e le droghe allucinogene.

    Gli autori del testo toccano qui diversi punti fondamentali. Il primo é l’affermazione che la proibizione – e, di conseguenza, il consumo – di ogni sostanza psicotropa é un fatto politico. Il secondo é la distinzione tra sostanze “stupefacenti” e sostanze “allucinogene”: mentre le prime, tra cui si annoverano cocaina, morfina, eroina, sono considerate dannose per il corpo e per la mente, le seconde – principalmente LSD e marjiuana – possono essere usate come mezzi di espansione della coscienza in quanto veicolo di apertura alla comunità e all’altro. Il 1966 é anche l’anno in cui la LSD venne proibita negli USA dalla Drug Enforcement Administration, l’organo Statunitense preposto al controllo sulle sostanze psicotrope (la messa al bando della sostanza avverrà in Italia nel 1971). Come si esplicito’ storicamente il nesso tra il consumo di sostanze psichedeliche e lo sviluppo di movimenti di carattere sovversivo?

    Il consumo di droghe era molto diffuso tra i militanti, esattamente come lo é adesso. La differenza principale tra ieri e oggi é che, all’epoca, i giornali di movimento esprimevano una problematizzazione dell’argomento in chiave politica – agganciando il consumo di sostanze all’ipotesi rivoluzionaria, creando in tal modo dei corto-circuiti etici, problematici per i borghesi, critici nei confronti del capitale. I giovani ricercavano uno stile di vita che potesse risultare in sé rivoluzionario.

    Certo, non tutti i giornali di movimento condividevano la stessa analisi riguardo il consumo di sostanze. Ma, perlomeno, la questione “droga” era ampiamente dibattuta, se non imprescindibile. Nel contesto attuale, quando se ne parla, lo si fa perlopiu’ in maniera informale. Non se ne scrive e non se ne dibatte, né dal punto di vista di un potenziale utilizzo terapeutico, né dal punto di vista della sanità pubblica; tantomeno si considera la necessità di elaborare una posizione comune in merito alle politiche dei governi. L’ignoranza sull’argomento aumenta, mentre diminuiscono le possibilità di intercettare la massa enorme dei potenziali complici-consumatori. Perdiamo così l’occasione di vedere la pervasività della droga tra i giovani come un segno di un’ingovernabilità che può essere sviluppata contro il sistema.

    Tale mancanza di attenzione colpisce a maggior ragione poiché, in Italia, ci troviamo a scontrarci con le posizioni fortemente proibizioniste del governo Salvini7. E qui conviene aprire una piccola parentesi.

    Il governo parafascista italiano, infatti, sta combattendo da anni una battaglia contro la depenalizzazione e la legalizzazione delle sostanze considerate “stupefacenti”, seguendo una rotta diametralmente opposta rispetto alle decisioni prese dagli organismi sovranazionali8, aumentando le pene per i reati di possesso e vendita. Il governo, poco tempo fa, é arrivato al punto di dichiarare di voler mettere fuori legge la cannabis light e il CBD, due derivati della cannabis usati perlopiu’ a scopo terapeutico, data la loro bassa percentuale di principio attivo (THC). Tale rigurgito reazionario non ha certo impedito a Salvini di guadagnare ancora piu’ consenso, riportando un’altra vittoria durante le elezioni europee nel maggio 2019. La situazione politica italiana presenta enormi problemi, e spesso il “mito” degli anni Settanta costituisce un alibi per evitare il confronto con un compito storico piu che mai attuale. Ma, d’altra parte, lo studio del passato rimane uno dei mezzi piu validi per sviluppare una visione chiara delle cose, ritrovando chissà una linea dell’orizzonte comune.

    La storia continua

    I giornali Beat9 parlavano di droga, sesso, musica, di pace e amore in chiave fortemente politica. Il movimento Beat, come narrano Primo Moroni e Nanni Balestrini nel libro l’Orda d’Oro10, uno dei testi piu’ importanti riguardanti il lungo maggio italiano, costitui uno dei “padri” di quello che diventerà il movimento dell’Autonomia, fenomeno politico che, soprattutto nella sua fase “desiderante” del 197711, fu marcato da una grande creatività artistica ed esperienziale.

    A partire dal 1968 il movimento italiano entra in una nuova fase: il Beat perde la sua spinta propulsiva, lascia il posto alle lotte degli studenti e ai grandi scioperi operai che culminarono con l’attuarsi della strategia della tensione e lo scoppio della bomba alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, nel 196912.

    Il decennio successivo si apre con la pubblicazione di altri giornali, i cui contenuti tipici del movimento della controcultura – come già accennato: musica, sostanze psicoattive, sessualità tra gli altri – si mischiano con contenuti piu’ militanti, “duri”. Nel 1970 nascono giornali come “Paria”, di Lugano, “L’uccellino impiccato”, “VCF”, “UBU”, “Hit”, “Re Nudo”. Nel 1971 nascono “Il giornale sotterraneo”, “Puzz”, “Controcampo”, “Bleu”, “Controticino”, nonché il bollettino delle Brigate Rosse, definito dagli autori de Ma l’amor mio non muore come “l’unico giornale veramente underground pubblicato in Italia” che faceva sponda, nonostante la chiara posizione a favore della violenza politica, ai giornali “hippies” nelle librerie di movimento – cosa che dimostra quanto la controcultura e la violenza politica fossero due istanze indissociabili.

    Tra i titoli citati il piu’ diffuso fu “Re Nudo”, il quale costituisce un esempio molto interessante di commistione di contenuti di natura politica, contro-culturale e militante.

    Dopo la sua fondazione, la redazione di “Re Nudo” si rese partecipe dell’organizzazione di un grande raduno musicale e politico, con frequenza annuale. Il “Festival del proletariato giovanile” si tenne dal 1971 al 197613.

    Il numero zero di “Re Nudo”, che vendette 9000 copie nella sola città di Milano, esce come supplemento al numero 19 del giornale “Lotta Continua”, organo di propaganda del gruppo omonimo, e contiene due “Quiz”, uno sulla Marjiuana e uno sulla LSD, pensati per controinformare efficacemente sui loro effetti. Vengono qui menzionati diversi articoli scientifici pubblicati principalmente su riviste anglo-americane – tra cui la famosa “Psychedelic Review”. Uno di questi, scritto da G. Fisher, intitolato Some comments concerning dosage levels of psychedelics compounds for psychotherapeutics experiences, menziona l’uso di LSD in piccole dosi per coadiuvare il processo di “apertura” dell’Io in condizioni di set e setting – i due parametri che, insieme alla dose, costituiscono la base di ogni esperienza psichedelica – non ottimali, per favorire un primo incontro con l’esperienza psichedelica a chi non avesse intenzione di sperimentare un’apertura “totale”.

    Siamo obbligati ad aprire ora una breve parentesi su una questione importante che esemplifica il processo di cambiamento nelle modalità di assunzione di LSD nell’ultimo decennio.

    Qualche anno fa, in un contesto totalmente diverso, si comincio’ a parlare dell’uso a piccole dosi di LSD per stimolare la concentrazione, aumentare le prestazioni lavorative o aiutare a curare deficienze psichiche quali depressione e stati d’ansia. Molto probabilmente i giovani proletari dell’epoca erano consumatori coscienti dell’effetto dell’utilizzo di quelle che, in gergo, si chiamano micro-dosi, anche se il loro obiettivo differiva sostanzialmente da quello degli attuali imprenditori della Silicon Valley, i quali assumono la sostanza in minuscole quantità (sub-threshold dose, ovvero “sotto la soglia delle allucinazioni) per immergersi in uno stato di creatività perpetua, sul luogo di lavoro, per produrre di piu’ e meglio. Un utilizzo che, probabilmente, non avrebbe riscontrato la simpatia né dei redattori né dei lettori di “Re Nudo”,

    All’epoca la politicizzazione del consumo di sostanze e la moltiplicazione dei discorsi su di esse si accompagnarono alla creazione di progetti dedicati al supporto psico-fisico dei consumatori e delle consumatrici e alla controinformazione. Il gruppo SIMA, nato nel 1968 a Milano, corrispettivo italiano delle associazioni anglo-americane come BIT e RELEASE, si pose come obiettivo di promuovere e diffondere ricerche, iniziative, studi, convegni per l’evoluzione, l’espansione e lo sviluppo della coscienza.

    Il programma del gruppo prevedeva la costituzione di un centro studi, corredato da archivio e biblioteca, oltre ad inchieste di tipo quantitativo e qualitativo (questionari e interviste) e una commissione di ricerca interdisciplinare. Il gruppo SIMA nasce dalla necessità di strutturazione e di conservazione di una parte del movimento hippie e Beat, i cui argomenti e rivendicazioni passarono di moda, in favore di modi d’intervento politico piu’ adatti ai tempi duri dei grandi scioperi operai e della strategia della tensione orchestrata dallo Stato italiano: tempi degli scontri di piazza e del trionfo, in parte, di un certo rigorismo di stampo marxista-leninista.

    Ma, mentre in Francia la breve avventura del Maggio si consumava dopo solo un mese e negli Stati Uniti il movement già si sfaldava, in Italia i gruppi della sinistra extraparlamentare e le minoranze rivoluzionarie già si apprestavano a combattere una lunga battaglia che sarebbe durata fino agli albori del decennio successivo. L’uso clandestino dell’LSD, ormai sostanza illecita, ha continuato a diffondersi a macchia d’olio tra gli attivisti, contribuendo a realizzare trasformazioni soggettive e collettive senza precedenti.

    LSD e femminismo.

    “Capire – fare parte
    capire di fare parte
    non c’è altro
    io – la mia porzione di cecità
    io – la mia porzione di luce” – C. Lonzi

    In Italia, lo sviluppo di un movimento femminista, rivoluzionario nelle sue pratiche tanto quanto nell’elaborazione teorica, costituisce uno degli eventi piu interessanti dell’epoca da un punto di vista sovversivo. Numerose furono le pensatrici e militanti che nel periodo 1968-1980 lavorarono per mettere seriamente in questione l’ordine patriarcale.

    Di esperienza psichedelica e femminismo si é molto trattato in quanto argomenti separati, ma qualche prova ci suggerisce che tra questi due argomenti esiste (o perlomeno é esistita) una correlazione. Quale fu l’effetto dell’esplosione di coscienza provocata dalla LSD sullo sviluppo delle teorie e delle pratiche femministe, e viceversa? Esistono dei punti in comune tra questi “eventi” non maggioritari, ovvero l’esperienza psichedelica (come esperienza di estraniamento e sovversione del mondo) e il femminismo (in quanto acquisizione di potenza della prospettiva “minore” delle donne)?

    Leggendo il diario di Carla Lonzi14, femminista rivoluzionaria, scritto tra il 1972 e il 1977, di imbattersi in alcuni passaggi in cui l’autrice racconta delle sue esperienze con LSD:

    “14 ott.

    Mi sono chiesta cosa stava succedendo: guardavo un angolo del soffitto “Mi sta venendo l’orgasmo? Mi sta venendo un’estasi?”. Avevo provato qualcosa di simile alcuni istanti della mia vita, e una volta con Lsd che ho detto “Adesso sto bene, moltissimo bene: presente”. Con Lsd ho vissuto i due tronconi di me, i “moti di alternanza”: la perdita di me, e li ho passato delle angosce terrificanti, e il compimento del senso di me nel Presente e in Dio quando dicevo “Si si si si…”. Proprio l’Inferno e il Paradiso, la morte e la resurrezione. La droga ha tirato fuori quello che era in me, solo che senza autocoscienza non puo esserci liberazione: in quella dimensione rimanevo passiva.” (p.129)

    […] “Ieri ho fatto vedere a Sara il quaderno dell’Lsd. Chissà se sotto sotto tutti vivono con questa ricerca della liberazione”. (p.174)

    E’ nota l’importanza del ruolo di Carla Lonzi nello sviluppo e nella diffusione delle idee femministe separatiste e rivoluzionarie nell’Italia degli anni Settanta. Fu lei che elaborò il termine e la pratica dell’autocoscienza e fondò il gruppo “Rivolta Femminile” a Milano (tra il 1970 e il 1982 nacquero e si svilupparono gruppi autogestiti anche a Roma, Torino, Genova, Firenze e Lugano). Non conosciamo ancora l’entità dell’esperienza di Lonzi con l’LSD, i contesti in cui è stato utilizzato, o le dosi utilizzate. Lonzi cita un “quaderno dell’Lsd”: cio’ lascia immaginare che abbia riportato diverse esperienze in un quaderno a parte. Dalle parole dell’autrice, si puo’ supporre che fu toccata nel profondo dall’esperienza psichedelica, tanto da descriverla e farvi riferimento piu’ volte, associandola con pensieri e sensazioni sia negative che positive. Da questi stralci ricaviamo l’impressione che esista una correlazione di qualche tipo tra il desiderio di autenticità e i metodi di scoperta del sé propri di chi fa uso di sostanze psichedeliche.

    Secondo Carla Lonzi, la ricerca di “autenticità” é rivoluzionaria nella misura in cui l’affermazione di una identità – in questo caso l’identità femminile, con tutte le implicazioni politiche che la condizione propria di una minoranza, in stato di oppressione, comporta – autentica mette, svelandosi, direttamente in crisi il sistema patriarcale. Nonostante la Lonzi non menziona – secondo nostra conoscenza – un utilizzo di LSD in ambito collettivo, é probabile che le sue esperienze abbiano avuto un’influenza sul suo pensiero e sulle pratiche dei gruppi femministi.

    Infatti ogni esperienza positiva con LSD é, in qualche misura, estatica, in quanto provoca una fuoriuscita da sé -un sé alienato- per ritrovare l’immagine di un’anima autentica (psichedelico é un termine coniato dalla giustapposizione di due termini greci psyche, anima, e delos, rivelare, manifestare). Nell’esperienza psichedelica, ciascuno si fa altro, posizionandosi al di là della persona individuale. Cio’ comporta un risconoscimento di sé – come se ci si vedesse da una prospettiva esterna – ed é proprio questo riconoscimento di un sé che permette le condizioni per operare il superamento del vecchio Io. Il movimento di fuoriuscita da sé é cio’ che permette di sovvertire le condizioni di esistenza date. Il 28 febbraio del 1974 Lonzi scrive nel Diario: “il passaggio attraverso sé rende meno ciechi verso l’altro”. Avvicinarsi significa avere coscienza di qualcuno, sentirlo come proprio, dentro di sé, con sé. Avvicinandosi a se stessa, Carla Lonzi ha conosciuto la condizione del suo genere, e ne ha enunciato la condizione storicamente oppressa. Piu’ in generale, possiamo affermare che il desiderio – allucinatorio poiché mai realizzabile nella sua totalità – di autenticità é cio’ che invita alla sovversione. Tale processo di apertura, lo “strappo” che avviene all’inizio di un viaggio con LSD, comporta un doppio effetto di intuizione e disvelamento, due effetti che sono esattamente all’opposto di quelli provocati, ad esempio, dai derivati dall’oppio, grazie ai quali il Capitale ha avuto gioco facile a reprimere le velleità sovversive dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie nella seconda metà del secolo scorso15.

    Dalle parole di Giovanna Providenti:

    “Preme soffermarsi su questa “concentrazione su di sé”, che corrisponde […] all’attenzione e osservazione su se stesse (o atteggiamento di ricerca esistenziale), che Carla aveva trovato in Teresa D’Avila e Teresa Martin […]. L’esperienza di liberazione personale, che in Carla Lonzi cammina di pari passo all’”avventura di capirci qualcosa” , è continua, inesauribile e mai scontata, perché sempre in contatto con la concretezza, e con l’imprevisto, della vita. Contatto che le ha permesso di stare su “un’altro piano”, e di accorgersi dei limiti di ogni ideologia e della complessità di ogni percorso di liberazione, che non può rivolgersi soltanto all’esterno, ma deve partire da un profonda e autentica messa in discussione di se stesse. Solo così è possibile accorgersi dei molti condizionamenti culturali presenti anche in noi stesse e della difficoltà a liberarcene.”

    La Critica Radicale: elementi psichedelici

    “L’esperienza del movimento «controculturale» del passato, diffusa sotto forme merceologiche, nondimeno ha portato alla luce una consapevolezza fondamentale, un dato centrale, sviluppato in tutta la sua portata dalla critica radicale e, in particolare, proprio da Cesarano, ma manifestatosi anche nel femminismo, nel movimento giovanile, soprattutto americano, e a tutti coloro che hanno esplorato le peripezie della follia, della ricerca di un allargamento della coscienza e delle potenzialità umane: la rivoluzione moderna mette profondamente in discussione il principio d’identità personale e collettivo, l’Ego come sede separata e gerarchicamente dominante, il pensiero che si pensa.” – F. Santini, Apocalisse e sopravvivenza16

    I teorici della critica radicale nell’Italia degli anni Settanta, diretti eredi (eretici) dell’Internazionale Situazionista,intrattenevano con l’esperienza psichedelica un relazione delicata, complessa ma profonda. Le idee prodotte da questi gruppi, sono interessanti anche perché trascendono la divisone tra contro-cultura e militantismo, dal punto di vista della teoria come della prassi.

    Leggendo il primo paragrafo del libro intitolato Apocalisse e rivoluzione, scritto da Gianni Collu e Giorgio Cesarano nel 1973 in occasione dell’uscita del celebre rapporto del Club di Roma I limiti dello sviluppo17 (testo definito dallo stesso Collu come la “prima inequivocabile manifestazione della tendenza in cui la scienza neo-illuminista si fonde definitivamente ma subdolamente con l’apocalittica e l’utopia cristiana”), si possono evincere i nodi centrali della teoria radicale:

    “Nella sua ultima forma possibile di espressione “politica”, la dialettica radicale ha già definito le condizioni d’esistenza del capitale contemporaneo come quelle in cui il capitale, transcresciuto grazie alla controrivoluzione al di là dei suoi modi di dominio formale, realizza nel presente, sull’intero pianeta, come sull’intera specie, come sull’intera vita di ciascun uomo, i modi di una colonizzazione integrale dell’esistente che si connota nei termini di un dominio reale.”18

    Secondo i membri di quello che poi divenne il gruppo Ludd, prodotto diretto delle lotte del ’67-’68, in particolare delle occupazioni universitarie, il mondo é entrato in una fase in cui lo sviluppo delle forze produttive è tale da consentire un’affermazione diretta del comunismo, al di là dei problemi della transizione e del socialismo. Lo sviluppo delle scienze, delle tecnologie e dell’automazione sono tali da consentire una radicale liberazione dal lavoro. Per la critica radicale, non si trattava di ricostruire, di trasformare, di riformare alcunché, ma essenzialmente di abbattere, irreversibilmente, tutti gli aspetti dello stato delle cose: la struttura produttiva e di classe così come i costumi e le mentalità. Il nuovo avrebbe dovuto sorgere spontaneamente proprio come esigenza vitale dell’umanità in quella lotta di liberazione, cioè in una condizione di antagonismo permanente che avrebbe imposto, di per sé, un uso radicalmente diverso degli spazi e delle risorse. Per la teoria radicale erano cambiati i termini stessi della lotta di classe. Il nucleo centrale della teoria radicale si basava sul presupposto che il capitalismo, giunto alla fase del suo dominio reale sulla società, si fosse autonomizzato e, realizzando la sua “antropomorfosi”, avesse sottomesso l’umanità. Per questo, non più unicamente i proletari – coloro che producono il “plusvalore” – ma tutti gli uomini divengono schiavi del capitalismo; non è più il lavoro come momento definito e particolare dell’attività umana ad essere sottomesso e incorporato al sistema, bensì tutto il processo vitale degli uomini. Il soggetto rivoluzionario non è quindi l’operaio, come sosteneva l’operaismo, bensì l’umanità intera che, liberandosi dal lavoro con tutti i mezzi necessari, riprende possesso dei suoi reali bisogni.

    La prassi della tendenza comunista radicale, di cui queste idee furono motore, si sviluppo’ lungo l’arco di qualche anno: dal 1969, anno pubblicazione del primo bollettino del gruppo Ludd, al 1973, anno di scioglimento del gruppo Comontismo (neologismo usato per tradurre il termine marxiano Gemeinwesen, comunità dell’essere), l’ultimo tentativo di formazione di un gruppo organizzato da parte di ques’area. Tra l’esperienza di Ludd e Comontismo menzioniamo anche l’esperienza di O.C. – “Organizzazione Consiliare” – gruppo il cui organo di stampa fu Acheronte, pubblicato in due numeri a Torino.

    Principi fondanti del gruppo Comontismo furono la critica alla vita borghese attuata nella prassi tramite la creazione di comunità “totali”, con conseguente rinuncia alle proprietà individuali, la critica alla cultura del sacrificio, elemento caratteristico dei gruppi della sinistra extraparlamentare, la critica dei ruoli, la critica della pratica della politica classica – contrapponendo ad essa una esaltazione dell’illegalismo – quindi critica del leaderismo, del militantismo, del “partito degli specialisti”. La messa in discussione totale della vita quotidiana e la costante ricerca del piacere come mezzo di liberazione comportarono la giustificazione nell’uso massivo di sostanze illegali, tra cui droghe dette leggere e pesanti (eroina compresa). Una critica esemplificativa in questo senso é contenuta nel libro Attorno al drago: la droga e il suo spettacolo sociale19, scritto a piu’ mani e curato da Riccardo d’Este, dove viene affermata la natura drogata, drogogena e drogorepressiva del capitale e della società da esso governata. Nel libro viene smascherata la natura di merce per eccellenza della droga e di come la droga/Drago – non intesa come insieme di sostanze ma in quanto mostro contro il quale combattere la guerra santa – e lo Stato siano interconnessi e interdipendenti. Questa critica situazionista alle droghe era, tuttavia, radicata nella conoscenza pratica poiché i suoi autori erano consumatori di eroina.

    L’utilizzo di Lsd e di altre sostanze rivelatrici della coscienza era diffuso tra i comontisti, tanto quanto tra esponenti della corrente radicale fuoriusciti da Ludd/Consigli Proletari come Giorgio Cesarano. Quest’ultimo, che partecipo’ all’esperienza di Ludd-Consigli Proletari, fu uno tra gli autori piu’ fecondi della corrente della critica radicale. Di lui ci rimangono le sue poesie, il romanzo La tartaruga di Jastov, il resoconto delle giornate del maggio milanese, descritte ne I giorni del dissenso (scritti rispettivamente nel 1966 e nel 1968), il già citato Apocalisse e rivoluzione, scritto con Gianni Collu, Manuale di sopravvivenza e l’incompiuta Critica dell’Utopia Capitale, pubblicata postuma nel quadro dell’edizione delle opere dell’autore a cura del Centro di Iniziativa Luca Rossi di Milano. Cesarano é una figura controversa, enigmatica; studiare la sua sofferta produzione letteraria, a cavallo tra la critica piu’ affilata e la poesia, é fondamentale per comprendere il processo di evoluzione del pensiero non solo della corrente comunista radicale, ma dell’intero modo di sviluppo del Capitale nella fase della sua generalizzazione.

    Cesarano cita piu’ volte l’esperienza con LSD, fornendoci una delle descrizioni piu’ evocative del significato dell’esperienza psichedelica. F. Santini in Apocalisse e sopravvivenza dà una lettura lisergica delle opere di Giorgio Cesarano. Egli ci fa notare che in Critica dell’Utopia Capitale quest’ultimo rimanda “varie volte all’esperienza-prova dell’acido lisergico”:

    “In questo schema [il libro di Cesarano, ndr.] non vi è alcuna concessione al misticismo, nutrito di droghe e di esoterismo, dei piccoli gruppi che si lanciavano nel frattempo della rivoluzione, sperimentando ogni sorta di combinazioni «estatiche», comunitarie, sessuali e amorose; vi è al contrario il tono rigoroso di chi confuta inesorabilmente gli specialisti del capitale sul loro stesso terreno, mettendone a sacco le conoscenze e il linguaggio; tuttavia, non solo il richiamo esplicito all’lsd è ripetuto varie volte, ma il sapore, la tensione stessa dell’acido circolano tra le righe, riconducendo il lettore all’eredità profetica degli anni Sessanta, trasmettendogli la durezza e la drammaticità personale.(p. 53)

    […] Il capitale ha superato la fase in cui estraeva dall’esperienza psichedelica nuove forme culturali e artistiche o, su di un altro piano, si annetteva vasti settori di nuove generazioni tendenzialmente e spontaneamente dell’utopia capitale, che percepisce con una vertigine il proprio appartenere persone che, fuori dell’allucinazione, gli appaiono come maschere. È, tra l’altro, proprio nella descrizione della realtà allucinatoria del flusso continuo di rapporti alienati costituente la quotidianità del capitale, in cui l’individuo impersona via via i ruoli del suo ciclo di valorizzazione – al lavoro, in famiglia, nei rapporti «sentimentali» codificati –, che Cesarano scrive alcune delle sue pagine più forti, immediatamente assumibili dal rivoluzionario «perso» nella realtà di oggi.” (p. 76)

    Qui di seguito invece riportiamo alcuni stralci tratti dalla Critica dell’Utopia Capitale, che ci danno ulteriore riprova della capacità dell’autore a sintetizzare intuitivamente l’esperienza psichedelica e riportarla a noi sotto forma di ragionamento (trattandosi di un’opera incompiuta, sta al lettore-lettrice effettuare i collegamenti tra un frammento e l’altro):

    “La corteccia come filtro (quantità, intensità, qualità?) economico. LSD: i suoi effetti sulla corteccia? Trasformerebbe qualcosa nella struttura corticale (ogni mutazione acquisita durante un trip si mostra irreversibile?) Verificare.” (p. 9)

    […] La forma del movimento delle forme [Il lavoro] è il linguaggio, il lavoro linguistico […] L’iter regressivo del lavoro onirico si definisce tale in quanto l’eccitazione si muove verso la soglia percettiva anziché verso quella motoria. Ma anche durante il lavoro allucinatorio sotto LSD si ha il medesimo processo, alternato e commisto all’ipereccitazione della coscienza causata dall’abbassamento del suo potere filtrante rispetto alle eccitazioni esogene. In entrambi i casi, l’esclusione dell’economia è patente: anche quando, durante il sonno o il trip, si ha attività motoria, la sua estraneità alla sfera dell’economia, la sua gratuità, è patente” (p. 14)

    Già alcuni anni prima, i gruppi della critica radicale fanno propria la lezione psichedelico-rivoluzionaria fornita dai gruppi nati oltreoceano nella seconda metà degli anni Sessanta. I comunisti radicali italiani riuscirono inoltre ad integrare efficacemente, ovvero in un senso rivoluzionario, questa lezione con la critica totale della vita quotidiana, nella sua doppia forma: 1) organizzativo/territoriale – che sfocio’ nella fondazione di Comontismo, nell’immediatismo e nell’apologia del crimine; 2) teorico/critica, come dimostra la costante attenzione verso l’analisi del Capitale e della sua evoluzione da parte di compagni come Cesarano, Collu, Fallisi, Ginosa, Coppo, Ranieri, D’Este, e altri.

    A volte queste due esigenze concidevano in forme di teoria sperimentali. Ad esempio, in Acido e coscienza di classe dell’etnopsichiatra rivoluzionario Piero Coppo, pubblicato sul numero 13 del giornale “Puzz” nel 1974, l’autore sottolinea come il ritorno da un viaggio psichedelico costituisca sempre una “caduta” da un sogno – o l’uscita da un incubo, dipende dalla direzione presa – ma é comunque un ritorno all’inerzia, all’opacità, all’amministrazione « ragionata », al regno del quantitativo, che si rivela in tutto il suo carattere limitante. Cosi l’acido puo’ insegnare molto sulle vie che in ogni individuo conducono verso la liberazione o verso la prigionia. Secondo Coppo, la tensione emotiva che accompagna l’esperienza psichedelica impedisce che si bari al gioco: non stimola il gusto del rischio, ma lo provoca, senza alcuna possibilità di fuga. Prima di essere recuperato a stimolante produttivo di cultura psichedelica, o a strumento di potere da parte dei vari guru ed iniziatori (tra i quali Coppo inserisce Timothy Leary), o come rivelatore di conflitti da terapizzare nelle psicoterapie individuali o di gruppo, l’acido ha potuto rivelare alla specie ed agli individui la possiblità di un’esperienza del mondo puramente qualitativa – ovvero l’impossibilità della sua ripetizione quantitativa (quella delle merci e della produzione industriale). Del senso ambivalente che la « droga » ha assunto per la specie, questo é, secondo l’autore, l’aspetto positivo.

    Da notare che Piero Coppo è stato coautore con Cesarano del breve opuscoletto Cronaca di un ballo mascherato, che metteva in guardia il movimento contro le derive militaristiche che rischiavano di annullare la propulsione creativa ed esperienziale di quest’ultimo per imbarcarsi in una battaglia necessariamente perdente contro lo Stato, in quanto combattuta in modo simmetrico, con le proprie armi.

    In Apocalisse e sopravvivenza, Francesco Santini giunge ad affermare che fu a causa del dissolvimento e della conseguente scomparsa dalla scena politica dei gruppi “organizzati” attorno all’area dei comunisti radicali (Cesarano si suicidò nel 1975) che l’ala creativa del movimento del ’77 riuscí ad esprimersi esclusivamente nella sua tendenza piu debole e opportunistica. Effettivamente, alla fine del 1977, durante il “Convegno contro la repressione” che si tenne a Bologna si consumò definitivamente il divorzio tra la controcultura e le aree a condotta più coerente e intransigente come quella dell’Autonomia Operaia. Il movimento del 77 fu un’esplosione di gioia insurrezionale, la piu’ intensa prodottasi in Italia dopo il maggio 1968; ma, forse proprio a causa della mancanza di solide basi analitiche, non riusci’ ad impedire la deriva militarista imposta dai gruppi armati.

    Saluti dalla Penisola II20.

    “In questa epoca insurrezionale anche la pratica dell’espansione della coscienza e dell’energia è di fatto una possibile strategia operativa avanzata di lotta all’ideologia borghese di una società a tecnocrazia avanzata. Le “droghe” in senso stretto […] sono un mito pubblicitario già da lungo tempo legato al modo di produzione del capitale e non hanno nulla in comune, in quanto a pericolosità, con le droghe di cui è impregnata la vita quotidiana. Il mito della scienza che misura la morfina a centimetri cubici misura allo stesso tempo la miseria di una società la cui ideologia – espressione del potere dominante – cerca disperatamente di corrodere la teoria rivoluzionaria […]”
    Ma l’amor mio non muore : origini documenti strategie della cultura alternativa e dell’underground in Italia, Novembre 1971

    La produzione letteraria italiana degli anni 1968-1977 costituisce un serbatoio critico inesauribile per comprendere il presente ed agire su di esso. Scavando, si possono trovare le parole adatte a comprendere la situazione odierna; parole che servano per far saltare i tappi che mantengono serrato il contenitore della libera creatività rivoluzionaria. Il testo é quindi rivolto in egual misura a lettori italiani e non, come stimolo per il recupero di storie dimenticate o ancora sconosciute e il saccheggio di queste ultime a fini sovversivi, per individuare gli errori commessi negli anni successivi al lungo maggio italiano, come il divorzio, ora totalmente compiuto, tra sperimentazione politica e la creatività propria della controcultura21.

    Come dimostra il suo ruolo nella storia e nello sviluppo della cibernetica e di Internet, l’esperienza indotta dall’LSD e da altre sostanze psichedeliche offre una prospettiva interessante dala quale analizzare il modo di produzione del Capitale contemporaneo.

    D’altra parte, la plasticità verbale e creatrice che comporta l’assunzione di LSD potrebbe ispirarci nella (ri)costruzione di comunità e organizzazioni rivoluzionarie libere ed emancipate dall’habitus borghese. Non a caso, un teorico alla moda come Mark Fisher, dalle prospettive non certo rosee, menziona un Comunismo Acido come l’unica soluzione per contrastare la soffocante egemonia del Capitale, arrivato a colonizzare il nostro immaginario nella sua totalità. Quello di Fisher é un esempio di intuizione corretta ma parziale e, dopotutto, non nuova. Prima di lui, altri teorici e teoriche hanno compreso l’utilità delle sostanze psichedeliche nel disvelare non solo i meccanismi propri della psiche dei singoli ma anche quelli propri del Capitale. Tra questi, ancora Giorgio Cesarano:

    Di stupefacenti sarebbero, secondo i sapienti, avvelenati i selvaggi. Infatti, la droga guadagna spazio, mentre sulla droga guadagna il capitale. Ma la droga allucinogena, quella che per intenderci libera dall’allucinazione della “vita”, con l’abbassare la soglia che filtra cioè economizza le percezioni, attacca direttamente l’economia che impoverisce ciascuno inchiodandolo alla scheda perforata delle percezioni programmate per lui dalle gerarchie del sapere, e, con il consentirgli finalmente di vedere ciò che non aveva mai visto prima, lo dischioda dal “reale”, gli restituisce la verità che gli pertiene. Non può essere, tale verità, che atroce: umiliante e terrifica. Ma definitiva, indimenticabile. Lo strappo non è reversibile, si lamentano i sapienti. Terrorizza, sgomenta, inselvatichisce. Ciò che terrorizza, ciò che sgomenta e ciò che, nel migliore dei casi, inselvatichisce non è, al contrario, che la visione della loro “verità”, di colpo denudata.”22 

    La controcultura hippie si é resa partecipe della diffusione della LSD all’interno dei circuiti neuronali della Silicon Valley già dagli anni ’50, quando la sostanza non era ancora illegale poiché sconosciuta al pubblico. La LSD divenne vittima dello stigma sociale solo quando fu democratizzata, in particolare a causa dell’opera di Timothy Leary negli anni ’60.

    L’affascinante rapporto tra l’informatica, Internet, la controcultura e le sostanze psichedeliche é descritto nel libro di J. Markoff, What the dormouse said: how the sixties’ counterculture shaped the modern computer industry. Steve Jobs, fondatore di Apple Computers e inventore dell’Iphone, ha dichiarato che l’esperienza con acido lisergico é stata una delle piu’ significative della sua vita, e che gli ha permesso di sviluppare le idee che l’hanno reso famoso. Douglas Engelbart, l’inventore del mouse, Myron Stolaroff, psicoterapeuta, o James Fadiman, inventore del termine e della pratica del microdosing e ricercatore alla Silicon Valley negli anni d’oro dell’epoca hippie: tutti loro hanno fatto abbondante uso di LSD. Senza passare dall’esperienza psichedelica sarà difficile comprendere l’essenza ipertestuale – l’associazione libera, al di là della materia, ove “tutto é legato” in un infinito multiplo – di Internet e, di conseguenza, comprendere la natura del Capitale nella sua fase attuale.

    In tal senso ci aiutano le parole di Elvio Fachinelli, direttore della rivista “L’erba voglio”, che, descrivendo una esperienza con psilocibina nel libro La mente estatica, esplora la relazione che intercorre tra esperienza psichedelica, computer e distorsione temporale:

    “ […] Una velocità che nei calcolatori delle ultime generazioni, per esempio, diventa una velocità non piu concepibile dall’uomo, non piu rappresentabile come multiplo di una velocità umana. Potremmo dire una velocità divina? […] É qui che intervengono modificazioni decisive del tempo e dello spazio soggettivo. L’esperienza delle droghe psichedeliche conferma che vi sono situazioni nelle quali il tempo non scorre, e altre in cui é invece enormemente accelerato. Ora, é notevole che in entrambi i casi si arrivi a una situazione di tendenziale abolizione del tempo: la dilatazione illimitata dell’istante coincide con l’illimitata frantumazione del continuo. Di fronte all’accelerazione crescente del nostro mondo, si verifica una situazione analoga. Essa conduce in primo luogo a una modificazione elastica dello spazio: questo si restringe nell’ambito terrestre e si amplia invece nella dimensione interplanetaria, dove diventa lo Spazio in assoluto. Nel primo caso il tempo tende all’istantaneità, i giorni e le ore diventano minuti, secondi; nell’altro, il tempo scivola verso lo zero, i mesi e gli anni non sono (per i viaggi interplanetari, si prevedono stati di ibernazione prolungata). Quale che sia, la modificazione temporale introduce una dimensione inedita, corrispondente a quella che sostiene e forma uno stato estatico.”23 – p. 92

    Ma la possibilità di un utilizzo della LSD nel mondo contemporaneo in senso comunista dipende dalla sensibilità e dalla preparazione dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie. In mancanza di una teoria critica radicale e di una conseguente pratica che l’accompagni, anche le sostanze psichedeliche perdono il loro potere sovversivo. É anche per questo motivo che in Italia, adesso, é difficile che avvenga una rivoluzione. I vari organismi che portano la voce pubblica delle diverse tendenze (comunemente chiamate “aree” nel gergo militante italiano) del movimento radicale italiano – marxisti-leninisti, autonomi, disobbedienti e anarchici più o meno identitari – hanno da tempo perso il loro ruolo di punto di riferimento teorico e politico nella società.

    La LSD, lungi dall’essere una panacea universalis, potrebbe se non altro costringere i rivoluzionari a prendersi del tempo per riflettere sulla natura della vita e del Capitale in questa fase storica cosi complessa e apparentemente schizofrenica: la funzione psicotomimetica (letteralmente “che mima la psicosi”) degli psichedelici, utilizzati negli anni 50 da psichiatri e psicologi per “mettersi nei panni” dei loro pazienti, potrebbe essere di fondamentale importanza per rivelare le dinamiche del capitale – di cui Deleuze e Guattari avevano riconosciuto la natura schizofrenica piu di quarant’anni or sono.

    Allo stesso tempo, è molto probabile che l’ingestione di LSD non non costituisca una conditio sine qua non per riconoscere la natura psichedelica del Capitale: potrebbe essere sufficiente immergersi ancora una volta nel pensiero, il nostro e quello del passato, per reincontrarsi in quelle vecchie e nuove zone grigie dove é possibile riiniziare a respirare – e cospirare insieme.

    1Stella, A., Anni di sogno e di piombo. Una storia di compagni nell’Italia degli anni ’70, Edizioni Arcadia Libri, 2019; Tagliapietra, D., Gli autonomi, Vol. 5, Derive Approdi, 2019

    2Re Nudo n. 9, 1971

    3Il 12 dicembre, alla sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, scoppia una bomba che provoca 17 morti e 88 feriti. L’attentato, attuato da mano fascista con complicità dei servizi segreti italiani, segna il momento piu’ alto di quella che venne in seguito chiamata la “strategia della tensione”, attuata dallo Stato italiano per minare alle fondamenta il movimento rivoluzionario, che in quegli anni sembrava prendere sempre piu forza.

    4Termine tratto dal libro Attorno al drago: la droga e il suo spettacolo sociale., a cura di Riccardo D’Este e di alcuni partecipanti al gruppo Comontismo. Ne parleremo nello specifico piu’ avanti nell’articolo.

    5Tripodi, P., Settesette. Una rivoluzione, la vita., Milieu, 2012

    6Cfr. Del Corno, Nicola., Dai beat ai punk. Dieci anni di controcultura a Milano (1967-1977), in Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi, n. 1 anno 2017; Ciaponi F., Underground: ascesa e declino di un’altra editoria, Costa & Nolan, Milano 2007

    7L’articolo che state leggendo é stato scritto nel 2018, ndr

    8La UNGASS (United Nations General Assembly), Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ad esempio, convocata a New York nell’aprile 2016, si pronuncio’ in maniera contraria alla guerra alla droga. Per approfondimenti: AA.vv, Ending the Drug Wars. Report of the LSE Expert Group on the Economics of Drug Policy, Maggio 2014.

    9Per un elenco non esaustivo di giornali Beat, si veda Ma l’amor mio non muore, op

    10Balestrini, N., Moroni, P., L’orda d’oro. 1968-1977: la grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale, Feltrinelli, 2015

    11La fase “desiderante” del movimento italiano dell’Autonomia si identifica con l’ultima parte di tale movimento, quella che proviene dall’incontro-scontro della nuova soggettività operaia (l’operaio-massa) con le istanze proprie del mondo della controcultura (basti pensare agli Indiani Metropolitani) e con il pensiero di alcuni filosofi francesi (Deleuze, Guattari, Foucault). Tale fusione alchemica assai particolare diede vita ad uno dei momento insurrezionali piu’ intensi del Novecento. Per approfondimenti: Tari, M., Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell’autonomia,; Aa.vv, Sarà un risotto che vi seppellirà, Squilibri, 1977, Tripodi P., Settesette. Una rivoluzione, La vita., Milieu, 2012.

    12Nello stesso anno a Milano venivano dati alle stampe i giornali “I quaderni di dialogo 66”, “Sedici” e “Internazionale Situazionista”.

    13Dell’ultima edizione esiste un bel lungometraggio girato da Alberto Grifi, dove risalta la testimonianza di un momento di discussione accesa tra diversi compagni riguardo il problema di come affrontare la dilagante presenza dell’eroina nel festival, sostanza che già circolava abbondantemente tra i gruppi.

    14Lonzi C., Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Scritti di Rivolta Femminile, Milano 1978

    15Come è avvenuto, ad esempio, negli Stati Uniti, dove il governo ha usato l’eroina come mezzo per sciogliere i legami nel Black Panther Party e nei ghetti neri; o in Italia, dove l’operazione Blue Moon ha costituito un tentativo dei servizi segreti italiani di indebolire i movimenti sociali.

    16Santini, F., Apocalisse e sopravvivenza, Colibri, 2019

    17The Limits To Growth (in a finite world), noto anche come Meadows Report, è un rapporto commissionato ai ricercatori del MIT nel 1970 e pubblicato in inglese nel 1972. Basato sul modello informatico dei sistemi dinamici, è stato il primo grande studio che ha messo in evidenza i pericoli per il pianeta terra e per l’umanità dovuti alla crescita economica e demografica mondiale.

    18

    19D’Este, R. (a c. di), Attorno al drago: la droga e il suo spettacolo sociale, Nautilus, 1990

    20In riferimento al testo italiano del primo numero di Liaisons, In Nome del popolo, Agenzia X, Milano 2020

    21Cfr. Separare i separatismi, in Liaisons, In Nome del popolo, Agenzia X, Milano 2020

    22 Cesarano G., Critica dell’Utopia capitale, opere complete vol. III, a cura del centro di iniziativa Luca Rossi, Milano.

    23Fachinelli, E., La mente estatica, Adelphi, Milano 2009

  • Tirannicidio

    Lenin affermava che lo stato doveva essere gestito da sguatteri; il livello intellettuale comunemente associato a quel tipo di professione pare paragonabile a quello di chi effettivamente pretende di governare, e forse lo è sempre stato: la mediocrità e pochezza degli uomini di potere in ogni epoca è spesso disarmante, come lo è il loro ignorare la macchina burocratica e carceraria che dovrebbero gestire mentre pensando solo a evitare scandali ereditari e politici che potrebbero indebolirli.

    È mai esistita una figura davvero grande che abbia guidato o fatto parte di uno specifico campo, in qualunque epoca? Intellettuali e artisti, di qualunque fazione, sono quasi sempre insopportabili, arroganti e spesso inetti, convinti della loro superiorità e dell’imprescindibilità del loro lavoro; e i politici sono politici: si pensi a Procopio e alla sua Storia segreta – e anche al romanzo di Donna Tartt (Dio di illusioni in italiano, The Secret History in inglese) per esempi lampanti dell’una e dell’altra categoria.

    Raramente si dimostrano migliori le persone che amministrano le grandi compagnie, stercorianisti 3che venerano zelanti un vitello dorato, interessati al profitto e al tornaconto piú che a ciò che risulta dalle implicazioni di cosa fanno cercando il guadagno – come fece Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, ucciso da una figura ignota la mattina del 4 dicembre 2024. Non mi risulta che ad oggi Luigi Mangione abbia mai dichiarato esplicitamente perché sparò a Thomson; sappiamo che sotto Thomson aveva l’azienda aveva iniziato a negare piú spesso le richieste di copertura assicurativa e che Mangione aveva avuto problemi di salute nella primavera dello stesso 2024.

    Il processo per omicidio prosegue: la politica punisce il sangue caldo della cronaca con il sangue algido delle costituzioni e delle leggi che ne derivano; sangue che torna a diventare caldo dopo un disgelo se il potere si connota, come si è sempre connotato, e marca il territorio, come lo ha sempre marcato, alzando le proprie insegne – e le proprie forche.

    Furono vittime di forche – anzi, piuttosto di piazze adibite a palcoscenici – Ravaillac e Damiens, gli ultimi due squartati per regicidio (uno riuscito, l’altro solo tentato) nell’Ancien Régime francese, come furono vittime di forche, in parte letteralmente, i congiurati delle polveri guidati da Guy Fawkes, condannati a impiccagione, sventramento e squartamento per aver messo barili di esplosivo nei sotterranei di Westminster nel 1605; partendo dal presupposto che il tirannicidio sia assimilabile al regicidio (e a mio avviso lo è), l’assassino di Thomson è l’ultimo esempio di una tradizione molto lunga di omicidi (tentato o riusciti) contro tiranni in un sistema ancora al potere, mentre diverso è il caso di regicidi di monarchi e capi di stato ormai privati di potere effettivo, come Luigi XVI durante la Rivoluzione francese o la famiglia dello zar nel 1917 o Mussolini nel 1945; e sarà forse vittima di una forca metaforica come l’ergastolo Mangione, se si dovesse confermare che fu lui ad assassinare Thomson (al momento pare sia stata esclusa l’ipotesi della condanna a morte).

    «Within the Western political tradition, tyrannicide has always been distinguished from common political assassination, and its value differently assessed. Since classical antiquity, it has been a well-established practice to celebrate or commemorate tyrannicides as selfless deeds. […] It was in this sense that Marx used the term when he deplored the lack of terrorism in the 1848 revolutions, for example», notò giustamente David George nel 1988 in un testo politico ormai diventato noto, Distinguishing Classical Tyrannicide from Modern Terrorism; l’esaltazione di persone che si ergono oltre i confini della propria mortalità per riportare bruscamente in terra quella del tiranno nel mondo antico era specchio di un mondo che vedeva nel sacrificio per la comunità un atto eroico: Agostino del resto faceva derivare “nequitia” da “ne quidquam”; in Boezio echeggiò l’idea quando circa un secolo dopo scrisse che Teodorico, che lo aveva condannato a morte, non esisteva in quanto malvagio: era la spia di un male come astratta negazione del bene e non come essenza in sé, molto radicata nella cultura occidentale.

    Tendiamo a pensare che la vita dell’uomo incorrotto dalla società sia idilliaca, ma raramente consideriamo che se esistesse uno stato di natura forse non dovremmo cercarlo: Aristotele e i filosofi politici spesso pensano l’uomo immerso nella società, come animale, appunto, politico; è inconfutabile dire che, allo stato brado, l’uomo è sempre stato una creatura istintivamente aggressiva, incline al confronto e allo scontro fisico con i propri simili, molto piú apertamente di altre forme di vita; e la guerra, per usare le parole di Cardini, è soltanto un’“antica festa crudele” che si consuma da millenni: dalle armi acheuleane al bronzo al ferro allo zolfo al plutonio all’uranio, si percepisce una linea evolutiva che accompagna la danza intorno al sole del sangue sparso in terra sotto i piedi leggeri del giudice Holden mentre balla suonando il violino sul palco. La linea sottile della lama dell’ossidiana separava gli uomini antichi e separerà domani i loro discendenti, la stessa lama che demarca il confine tra il simile a sé stessi e il dissimile, quello da eliminare e da distruggere.

    Il mondo bolla le persone in base a ciò che possiedono e non a ciò che sono; lo pensavano già i Greci: «Χρήματ’ἄνηρ» diceva Alceo citando Aristodemo; e lo sosteneva il becero Trimalcione: «Assem habeas, assem ualeas; habes, habeberis», riecheggiando secoli dopo nelle parole di Marx.

    Chiunque abbia sparato a Thomson ebbe il merito nei mesi successivi di riaccendere il dibattito sul diritto alla salute, che UnitedHealthcare sembrava voler negare a persone cui l’aveva promessa e garantita tramite un contratto vincolante.

    Il successo politico di un tirannicidio non risiede semplicemente nell’uccisione del tiranno. Il suo successo consiste piuttosto nel rivelare un terreno comune tra le persone oppresse e nel far emergere dal terreno comune un movimento in grado di rovesciare il sistema che aveva permesso l’ascesa del tiranno.

    Chi uccide una figura reputata dispotica uccide piú l’immagine che la persona, come confermato da una delle prime domande che Sergio Zavoli pose a Mario Moretti: «Davanti a Eleonora Moro cosa direbbe?» Moretti, dopo un attimo di riflessione, rispose: «Eleonora Moro avrà trovato spiegazione di ciò che è accaduto per il fatto che suo marito era il presidente della Democrazia Cristiana». Ed uccise certamente la figura, oltreché la persona, il Consiglio dei Dieci quando condannò a morte Marin Falier nel 1355; benché non fosse tecnicamente un re, le caratteristiche sono sostanzialmente assimilabili a quelle dei cinque “buoni imperatori” romani e all’odierno equivalente del doge, il papa, eletto a vita da un consiglio ristretto e definito “il monarca che proclama di sedere piú in alto di tutti” dal Giordano Bruno interpretato da Volontè. Falier, che certamente «vide e conobbe pur l’inique corti» e ritenne di dover cambiare il sistema, cercò di rovesciare la Repubblica di Venezia e pagò con la decapitazione, unico caso (per quanto esteso) di regicidio legittimo, con la condanna emessa dall’organo di potere che ne aveva ufficialmente il diritto.

    Forse non è pratico aspettarsi un monarca «who wastes his blood to be another’s dream»; forse non è nemmeno desiderabile. Certamente non è auspicabile averne uno che non comprende il delicato equilibrio tra ragion di stato e benessere dei cittadini; chi cade nella trappola inevitabilmente attira su di sé ciò che uno dei piú noti versi superstiti degli Annales di Ennio ci ricorda sul mitico re Tito Tazio: «At Tite tute Tate tibi tant turanne tulisti»: e a tutti queste tronfie figure auguriamo, con Teocrito, che possano giacere insepolti, dimenticati dal mondo; e possano morire soli, con la sola compagnia dei loro atroci dolori e tormenti; e possa nessuna Entità non avere alcuna pietà della loro anima.

  • Olimpiadi

    L’aria di Milano era ancora intrisa del gas CS sparato dai celerini e gli scontri in Corvetto erano già una pagina archiviata: avevano catturato l’attenzione della gente per un breve istante, prima che essa fosse definitivamente conquistata dalle imprese sportive degli atleti italiani. Questo il punto di caduta della mobilitazione contro i Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026; una mobilitazione nata nel 2022 e che negli ultimi quattro anni aveva impegnato una parte consistente del movimento milanese. È triste vedere tante energie spese in un percorso risolversi in un nulla di fatto, e lo è a maggior ragione se si considera che il lavoro svolto dal CIO (il comitato contro le Olimpiadi) è dal punto di vista dei contenuti politici nulla di meno che eccezionale: la quantità e la qualità dei documenti che nel corso degli anni sono stati prodotti e la loro efficacia nel denunciare l’insostenibilità dei giochi sono a mio modo di vedere incontestabili. Cos’è perciò che è mancato per far sì che una mobilitazione capace di svolgere un tanto lodevole lavoro d’inchiesta fosse anche in grado di portare a compimento la ragione per cui era nata, ovvero sabotare la macchina olimpica? Chi cercherà la risposta analizzando il percorso passo per passo con la lente d’ingrandimento è destinato solo a perdere del tempo: trovare un episodio esemplare, un momento stonato da esibire come prova di cosa sia “andato storto”, è impossibile, perché un simile episodio non esiste. Ciò che non ha permesso alla mobilitazione di colpire il bersaglio con la dovuta forza non riguarda infatti uno o più ipotetici errori commessi in un determinato momento specifico, ma piuttosto lo spirito e l’approccio generale con cui la mobilitazione è stata concepita. Ciò che è mancata, a ben vedere, è la convinzione di poter davvero sabotare le Olimpiadi, di poter davvero scalfire un qualcosa di così più grande di noi. Convinzione che da una parte risiede in un’analisi obiettiva dei rapporti di forza in campo, a noi decisamente sfavorevoli, ma che dall’altra ha finito per essere la classica profezia autoavverante: se i primi a non credere nell’efficacia di un progetto sono i suoi promotori, difficilmente lo faranno gli altri. E così, nonostante fossero in molti a dirsi nauseati dall’evidente e gigantesca speculazione che si celava dietro ai cantieri olimpici, trovare in questa moltitudine possibili alleati è stato sostanzialmente impossibile: il problema non era che la gente fosse in disaccordo con le rivendicazioni politiche del comitato, ma che non vedeva in esso uno strumento credibile per opporsi ai giochi; non poteva farlo, dato che -era evidente- non lo faceva nemmeno chi il comitato l’aveva costruito. Lo spirito che sin dal primo momento ha animato la mobilitazione è stato, in sostanza, quello di uno sconfittismo rassegnato, un “si fa quel che si può”: e dato che bloccare le Olimpiadi non si poteva, tutto ciò che rimaneva da fare era un atto di presenza, testimoniare coi propri corpi che c’era una Milano che le Olimpiadi non le voleva. Questo era tutto ciò che i rapporti di forza in campo consentivano di fare: osare di più voleva dire fare il passo più lungo della gamba, rischiando di inciampare; e l’eventuale caduta, vista la stretta repressiva del governo Meloni, avrebbe potuto rivelarsi molto dolorosa. Quest’analisi sarebbe stata convincente, se non fosse che i fatti di Torino di appena una settimana prima ne avrebbero anticipatamente mostrato le lacune. Mi riferisco chiaramente agli scontri avvenuti nel quartiere Vanchiglia il 31 gennaio, durante il corteo in risposta allo sgombero di Askatasuna. Quel giorno la rabbia dei compagni è esplosa violentissima e incontenibile, e sarà difficile far dimenticare alla gente le immagini della camionetta in fiamme o del celerino preso a martellate in testa. Il dibattito pubblico che si è acceso a seguito dei fatti di quella giornata avrebbe tenuto banco per tutte le settimane a seguire, anche quelle durante le quali si sono svolte le Olimpiadi: ecco quindi che Torino ancora una volta ci ricorda che se abbracciamo senza timore l’azione eversiva, dinamiche politiche si mettono in atto. E la reazione allo sgombero di un centro sociale può rovinare il clima olimpico. In questo contesto la giornata del 7 febbraio, con il corteo nazionale a Milano e l’innocua occupazione del Palasharp, hanno avuto un ruolo marginale, come una sorta nota a piè di pagina all’interno di una dinamica più ampia. Lo dimostra il taglio del servizio che Rete 4 ha dedicato all’occupazione del Palasharp: sin dal primo momento appare evidente che le due giornaliste infiltratesi alla taz non fossero lì per indagare sulle inesistenti intenzioni sediziose dei suoi partecipanti, ma per andare a caccia dei fantasmi di Torino. Fantasmi che ancora adesso, a giudicare dall’incessante martellamento mediatico sulla vicenda, turbano il sonno di chi pensava che bastasse uno sgombero per silenziare il dissenso ed eradicare il conflitto sociale dalle strade.

    Ma ognuno ha i suoi fantasmi, e anche il movimento milanese ha i propri: mi riferisco a quelli del catastrofico e sciagurato corteo No-Expo del primo maggio 2015, le cui conseguenze anche a distanza di anni continuano evidentemente a farsi sentire. Quelle giornate sono state uno snodo cruciale, e hanno definito il paradigma narrativo che avrebbe caratterizzato tutto il decennio a venire: il povero Tia Sangermano che diventava suo malgrado l’emblema (sic) del manifestante disadattato e ignorante, le spugnette di Pisapia che oltre alle scritte sui muri cancellavano ogni forma di dissenso. La narrazione che si sarebbe imposta è quella di una dicotomia lacerante tra la Milano “antagonista”, rumorosa ma isolata, e la Milano della gente normale, da valorizzare, rappresentata dalla maggioranza silenziosa che si è rimboccata le maniche e ha ripulito la città dalle devastazioni. Tutto ciò avveniva (forse non casualmente) proprio nel periodo in cui stava iniziando a imporsi quell’idea di città oggi nota a tutti con il nome giornalistico “modello Milano”: l’Expo è stato il grimaldello con il quale hanno aperto la porta alla rivoluzione urbanistica che si sarebbe data negli anni seguenti. Se sto tornando indietro così tanto, andando a riesumare fatti passati da più di un decennio, è perché ritengo che in essi risieda parte delle risposte alle domande che animano questo testo. La débâcle del 2015 è arrivata infatti proprio nel momento in cui i processi di trasformazione urbana di cui si è accennato si manifestavano per la prima volta in modo tanto eclatante, e c’era ancora ampio margine per contrastarli: da lì in poi sarebbero apparsi sempre più ineluttabili, e opporsi a essi sempre più inutile. Complice di questo è stato anche l’immobilismo del movimento, impegnato a fare i conti con le conseguenze della Caporetto di quel primo maggio: ci avrebbe impiegato anni (ammesso lo abbia fatto), anni in cui ogni volta che si dava una forte mobilitazione di piazza, potenzialmente eversiva, proprio chi avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di incendiario e spargere benzina sul fuoco vi si approcciava con un misto di diffidenza e pavidità, come frenato dal timore che potesse ripetersi ciò che era accaduto nel 2015. Una strategia attendista che da un lato ha indubbiamente avuto l’effetto di calmare le acque, smorzando l’onda che minacciava di travolgere qualsiasi forma di opposizione sociale, ma che dall’altro ha reso sempre più evidente l’impotenza dei presunti “antagonisti” di fronte alle trasformazioni in atto: si è definiti “antagonisti” nel momento in cui ci si contrappone in modo netto e radicale all’esistente, se si sceglie di non farlo si diventa qualcos’altro. Una scelta del tutto legittima e pienamente comprensibile: citando un celebre passo biblico, “[…] c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per la guerra e un tempo per la pace […]”; ecco, sarebbe sciocco accusare di pavidità chi a seguito del corteo No-Expo ha valutato che non fosse il tempo adatto ad attaccare il nemico in modo frontale, scegliendo quindi di abbandonare momentaneamente lo scontro aperto in favore di un più lento lavoro di ricomposizione e ricucitura. Il punto è che non è questa la scelta presa dal movimento milanese: tentando di tenere il piede in due scarpe, non ha rinnegato le proprie prassi politiche conflittuali, ma le ha edulcorate, tentando di trasformarle in una performance studiata a tavolino. L’intento era forse quello di uscire dall’isolamento rivolgendosi a tutti contemporaneamente: violenti e non violenti, militanti e non militanti, giovani e meno giovani. Tentando di parlare a tutti, però, si è finiti per non parlare davvero a nessuno: ecco quindi che la ragione per cui i validissimi contenuti politici che vengono prodotti dal movimento cadono a vuoto è che manca loro un destinatario. Questa mancanza può essere colmata solamente facendo una scelta di campo netta, parlando in modo chiaro degli obiettivi che si intendono raggiungere, senza la paura di perdersi dei pezzi per strada per via delle posizioni che si esprimono. Perché tentare di compiacere tutti per non lasciarsi indietro nessuno ha il solo effetto, alla fine, di essere abbandonati da chiunque, rimanendo soli.

    La dinamica che ha caratterizzato gli scontri in Corvetto fotografa tutto ciò in modo perfetto, e vale più di mille parole: l’avanguardia di pochi sparuti compagni abbandonata a sé stessa dal resto del corteo, composto in parte da chi non aveva mai creduto, in parte da chi non aveva mai voluto, che scoppiasse realmente il conflitto. Un isolamento fisico che è appunto la perfetta rappresentazione di quello politico: e per il quale bisognerà prima o poi prendere contromisure. Perché gli alleati ci sono, basta solo avere il coraggio di sceglierli.