Proemio
Quanto è strano il gioco dei Tarocchi, preveder futuri, ch’è da sciocchi,
ma a volte possono aiutare, tocca a te, con distacco, l’interpretare,
con i ventidue Arcani Maggiori, che son potenti e di grande esoteria,
e i cinquantasei Minori, che li usi a partir dal loro elemento naturale,
e servono per capire le situazioni, gli umori e delle cose loro psicologia,
e non c’è da cercarci la magia, che può essere nera, rossa o bianca,
che se mi infrufolo in qualche cosa strana poi mi vien la milza stanca.
Aria, Fuoco, Terra e Acqua, senza troppa della filosofia greca antica,
saperli combinati agli strumenti, e trovi Spade, Bastoni, Denari, Coppe,
ai quali corrispondono sempre dieci carte, tra le quali è ovvio: gli Assi.
E poi ci son altre nove carte, altre indicazioni, per la psiche e la sorte.
Cantami o Musa, dicevano nei proemi gli antichi delle grandi epiche,
io, che non mi innalzo mica a fare prediche, invece colgo un giglio,
bianco e fresco di rugiada, e faccio una preghiera, per la mia fortuna,
che metta nel mio cuore medicina, che contrasti ogni sfiga che mi mina,
che allontani via per sempre da me ogni spirito di vendetta o mania,
che possa donarmi leggerezza nel proceder tosto, nello mio scrivere
di codeste carte, con loro antichi archetipi, sotto guida di fortunato astro.
Che nei Tarocchi non ci sia nulla di oscuro,
non mi tentino giammai
i Demoni a cacciar fuori, da quel mazzo per mio mezzo, nulla di impuro,
e quindi ormai lontano dal sentiero che porta in mezzo agli spinosi rovi,
e tu che scrivi in mezzo a mille guai per un certo senso, invero, rinascevi.