In difesa degli spazi sociali occupati. Autonomia, ricomposizione e crisi del movimento milanese

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Da qualche tempo è iniziato un processo di ricomposizione riguardante alcuni spazi sociali e occupati in città, tra i più in vista e importanti. Questo processo si è concretizzato con l’organizzazione di una serie di assemblee, iniziate nell’ambito della lotta agli sgomberi delle case e dello spazio anarchico Bruzzi-Malatesta e della sede dell’USI nel quartiere ticinese. Piano piano, si è vista aumentare la partecipazione, allargatasi ad altri spazi sociali sotto minaccia di sgombero quali il CS Cantiere e la Panetteria occupata di via Conte Rosso. Altre sigle e collettivi hanno partecipato o partecipano tuttora a questo difficile e delicato processo di ricomposizione: il collettivo Off Topic, avente sede a Piano Terra, unico Centro Sociale rimasto nel quartiere Isola; qualche partitino M-L, tra cui i CARC e Potere al Popolo; alcuni membri dei Giovani Palestinesi; e, per finire, tanti cani sciolti.

Tale processo di ricomposizione, attivato in maniera più o meno cosciente sull’onda dell’emergenza sgomberi che sta investendo Milano da qualche tempo a questa parte (vedi sgombero Leoncavallo), arriva in un momento di gravissima crisi del movimento autonomo milanese. Le ultime e più importanti lotte, infatti, prima fra tutte quella in sostegno del popolo Palestinese, la quale ha manifestato il suo picco in territorio italiano nel giorno degli scontri scoppiati davanti alla stazione centrale di Milano, non sono riuscite a sedimentare abbastanza per permettere ai giovani partecipanti di aprire nuovi spazi liberati che fungessero da avanguardia della lotta nel soffocante tessuto metropolitano milanese. Fatto salvo per lo spazio LOC, sgomberato nel silenzio generale a inizio estate, e la Dogana occupata, propaggine raver di ciò che rimaneva della vecchia sede dell’ADL Cobas, non si contano infatti nuovi spazi occupati in città che non siano prodotto dei vecchi cicli di lotte (dagli anni Settanta a quelle post-Onda del decennio 2008-2020).

E’ molto probabile che per molti di questi spazi sia troppo tardi: manca infatti il tessuto relazionale di quartiere (ma anche più generalmente politico e cittadino) che serve per potere garantire un minimo di solidità davanti alla minaccia dello sgombero. Di più: la minaccia stessa diventa garante e dimostrazione, in un certo senso, dell’attaccabilità dello spazio. Il vergognoso sgombero del Leoncavallo è stato un esperimento riuscito, dal punto di vista del potere; il motivo? Il collettivo di gestione ha investito per decenni in una politica fallimentare, che usava come stampella associazioni e partiti per garantirsi una sufficiente agibilità politica e la propria “sicurezza”, mancando di costruire relazioni con gli altri spazi occupati della città. Lo spazio che si credeva più sicuro è stato il primo a cadere, e nella maniera più ignobile: senza resistere. Ma di questo abbiamo parlato in un altro articolo.

Ora, finalmente, sembra che i rimanenti spazi occupati si stiano rendendo conto della gravità della situazione, e sembrano, almeno superficialmente, disposti a lasciarsi indietro le proprie differenze ideologiche e storiche per provare a dialogare riconoscendosi in un discorso e prassi comuni, e tornare ad impostare un discorso di lotta che porti alla loro preservazione, così importante strategicamente ma così fragile. Ciò che accomuna questi spazi è la pratica dell’occupazione, sull’importanza della quale varrebbe la pena soffermarsi ulteriormente.