Lenin affermava che lo stato doveva essere gestito da sguatteri; il livello intellettuale comunemente associato a quel tipo di professione pare paragonabile a quello di chi effettivamente pretende di governare, e forse lo è sempre stato: la mediocrità e pochezza degli uomini di potere in ogni epoca è spesso disarmante, come lo è il loro ignorare la macchina burocratica e carceraria che dovrebbero gestire mentre pensando solo a evitare scandali ereditari e politici che potrebbero indebolirli.
È mai esistita una figura davvero grande che abbia guidato o fatto parte di uno specifico campo, in qualunque epoca? Intellettuali e artisti, di qualunque fazione, sono quasi sempre insopportabili, arroganti e spesso inetti, convinti della loro superiorità e dell’imprescindibilità del loro lavoro; e i politici sono politici: si pensi a Procopio e alla sua Storia segreta – e anche al romanzo di Donna Tartt (Dio di illusioni in italiano, The Secret History in inglese) per esempi lampanti dell’una e dell’altra categoria.
Raramente si dimostrano migliori le persone che amministrano le grandi compagnie, stercorianisti 3che venerano zelanti un vitello dorato, interessati al profitto e al tornaconto piú che a ciò che risulta dalle implicazioni di cosa fanno cercando il guadagno – come fece Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, ucciso da una figura ignota la mattina del 4 dicembre 2024. Non mi risulta che ad oggi Luigi Mangione abbia mai dichiarato esplicitamente perché sparò a Thomson; sappiamo che sotto Thomson aveva l’azienda aveva iniziato a negare piú spesso le richieste di copertura assicurativa e che Mangione aveva avuto problemi di salute nella primavera dello stesso 2024.
Il processo per omicidio prosegue: la politica punisce il sangue caldo della cronaca con il sangue algido delle costituzioni e delle leggi che ne derivano; sangue che torna a diventare caldo dopo un disgelo se il potere si connota, come si è sempre connotato, e marca il territorio, come lo ha sempre marcato, alzando le proprie insegne – e le proprie forche.
Furono vittime di forche – anzi, piuttosto di piazze adibite a palcoscenici – Ravaillac e Damiens, gli ultimi due squartati per regicidio (uno riuscito, l’altro solo tentato) nell’Ancien Régime francese, come furono vittime di forche, in parte letteralmente, i congiurati delle polveri guidati da Guy Fawkes, condannati a impiccagione, sventramento e squartamento per aver messo barili di esplosivo nei sotterranei di Westminster nel 1605; partendo dal presupposto che il tirannicidio sia assimilabile al regicidio (e a mio avviso lo è), l’assassino di Thomson è l’ultimo esempio di una tradizione molto lunga di omicidi (tentato o riusciti) contro tiranni in un sistema ancora al potere, mentre diverso è il caso di regicidi di monarchi e capi di stato ormai privati di potere effettivo, come Luigi XVI durante la Rivoluzione francese o la famiglia dello zar nel 1917 o Mussolini nel 1945; e sarà forse vittima di una forca metaforica come l’ergastolo Mangione, se si dovesse confermare che fu lui ad assassinare Thomson (al momento pare sia stata esclusa l’ipotesi della condanna a morte).
«Within the Western political tradition, tyrannicide has always been distinguished from common political assassination, and its value differently assessed. Since classical antiquity, it has been a well-established practice to celebrate or commemorate tyrannicides as selfless deeds. […] It was in this sense that Marx used the term when he deplored the lack of terrorism in the 1848 revolutions, for example», notò giustamente David George nel 1988 in un testo politico ormai diventato noto, Distinguishing Classical Tyrannicide from Modern Terrorism; l’esaltazione di persone che si ergono oltre i confini della propria mortalità per riportare bruscamente in terra quella del tiranno nel mondo antico era specchio di un mondo che vedeva nel sacrificio per la comunità un atto eroico: Agostino del resto faceva derivare “nequitia” da “ne quidquam”; in Boezio echeggiò l’idea quando circa un secolo dopo scrisse che Teodorico, che lo aveva condannato a morte, non esisteva in quanto malvagio: era la spia di un male come astratta negazione del bene e non come essenza in sé, molto radicata nella cultura occidentale.
Tendiamo a pensare che la vita dell’uomo incorrotto dalla società sia idilliaca, ma raramente consideriamo che se esistesse uno stato di natura forse non dovremmo cercarlo: Aristotele e i filosofi politici spesso pensano l’uomo immerso nella società, come animale, appunto, politico; è inconfutabile dire che, allo stato brado, l’uomo è sempre stato una creatura istintivamente aggressiva, incline al confronto e allo scontro fisico con i propri simili, molto piú apertamente di altre forme di vita; e la guerra, per usare le parole di Cardini, è soltanto un’“antica festa crudele” che si consuma da millenni: dalle armi acheuleane al bronzo al ferro allo zolfo al plutonio all’uranio, si percepisce una linea evolutiva che accompagna la danza intorno al sole del sangue sparso in terra sotto i piedi leggeri del giudice Holden mentre balla suonando il violino sul palco. La linea sottile della lama dell’ossidiana separava gli uomini antichi e separerà domani i loro discendenti, la stessa lama che demarca il confine tra il simile a sé stessi e il dissimile, quello da eliminare e da distruggere.
Il mondo bolla le persone in base a ciò che possiedono e non a ciò che sono; lo pensavano già i Greci: «Χρήματ’ἄνηρ» diceva Alceo citando Aristodemo; e lo sosteneva il becero Trimalcione: «Assem habeas, assem ualeas; habes, habeberis», riecheggiando secoli dopo nelle parole di Marx.
Chiunque abbia sparato a Thomson ebbe il merito nei mesi successivi di riaccendere il dibattito sul diritto alla salute, che UnitedHealthcare sembrava voler negare a persone cui l’aveva promessa e garantita tramite un contratto vincolante.
Il successo politico di un tirannicidio non risiede semplicemente nell’uccisione del tiranno. Il suo successo consiste piuttosto nel rivelare un terreno comune tra le persone oppresse e nel far emergere dal terreno comune un movimento in grado di rovesciare il sistema che aveva permesso l’ascesa del tiranno.
Chi uccide una figura reputata dispotica uccide piú l’immagine che la persona, come confermato da una delle prime domande che Sergio Zavoli pose a Mario Moretti: «Davanti a Eleonora Moro cosa direbbe?» Moretti, dopo un attimo di riflessione, rispose: «Eleonora Moro avrà trovato spiegazione di ciò che è accaduto per il fatto che suo marito era il presidente della Democrazia Cristiana». Ed uccise certamente la figura, oltreché la persona, il Consiglio dei Dieci quando condannò a morte Marin Falier nel 1355; benché non fosse tecnicamente un re, le caratteristiche sono sostanzialmente assimilabili a quelle dei cinque “buoni imperatori” romani e all’odierno equivalente del doge, il papa, eletto a vita da un consiglio ristretto e definito “il monarca che proclama di sedere piú in alto di tutti” dal Giordano Bruno interpretato da Volontè. Falier, che certamente «vide e conobbe pur l’inique corti» e ritenne di dover cambiare il sistema, cercò di rovesciare la Repubblica di Venezia e pagò con la decapitazione, unico caso (per quanto esteso) di regicidio legittimo, con la condanna emessa dall’organo di potere che ne aveva ufficialmente il diritto.
Forse non è pratico aspettarsi un monarca «who wastes his blood to be another’s dream»; forse non è nemmeno desiderabile. Certamente non è auspicabile averne uno che non comprende il delicato equilibrio tra ragion di stato e benessere dei cittadini; chi cade nella trappola inevitabilmente attira su di sé ciò che uno dei piú noti versi superstiti degli Annales di Ennio ci ricorda sul mitico re Tito Tazio: «At Tite tute Tate tibi tant turanne tulisti»: e a tutti queste tronfie figure auguriamo, con Teocrito, che possano giacere insepolti, dimenticati dal mondo; e possano morire soli, con la sola compagnia dei loro atroci dolori e tormenti; e possa nessuna Entità non avere alcuna pietà della loro anima.