“Il mondo è governato da una setta di ebrei pedo-satanisti”: fino a pochi mesi fa un’affermazione simile sarebbe stata accolta dai più come il delirio di un folle, la dietrologia paranoica di uno sprovveduto che, non avendo gli strumenti per analizzare in modo critico la realtà, si affida a narrazioni in grado di restituirne un’immagine semplicistica e rassicurante.

Oggi, a seguito delle rivelazioni legate al caso Jeffrey Epstein, anche le teorie più inverosimili sembrano essere entrate a pieno titolo nel campo del dicibile: se persino una rivista come Jacobin, espressione di una gauche caviar da sempre molto lontana da posizioni complottiste, arriva a pubblicare un articolo in cui ammonisce -seppur blandamente- la sinistra sui rischi del non dare il giusto peso alla vicenda, il cambio di paradigma in questo senso risulta abbastanza evidente. E se prima il “complottista” era ritratto come una figura da ridicolizzare e isolare socialmente, è oggi protagonista di un’inattesa rivalutazione. A dire il vero, quello di diffidenza nei confronti delle narrazioni ufficiali del potere è sempre stato un atteggiamento pienamente inscritto nella grammatica dei rapporti sociali: la sua stigmatizzazione è un fenomeno relativamente recente. Essa nasce infatti nei primi anni Sessanta, negli Stati Uniti, in seguito all’omicidio di John F. Kennedy: è in questo contesto che inizia a diffondersi il termine “complottista” (“conspiracy theorist”), diffusione che non avviene in modo organico, ma eterodiretto: è la CIA, all’interno del suo famoso Dispatch 1035-960, a incentivare l’utilizzo dell’etichetta “conspiracy theorist” in senso dispregiativo, con l’obiettivo di screditare chiunque mettesse in dubbio la ricostruzione degli eventi fornita dalla commissione Warren (incaricata delle indagini) e ripresa poi dai media mainstream. L’elemento più interessante che emerge dal Dispatch 1035-960 non è che il 46% dei cittadini statunitensi del tempo era convinto che la commissione Warren mentisse, né l’evidente conflitto d’interessi della CIA, che aveva tutto l’interesse a screditare chi avanzava sospetti, essendone essa stessa l’oggetto principale. L’aspetto più significativo è un altro: l’invito a incentivare una connotazione negativa al termine “conspiracy theorist” implica che tale connotazione, originariamente, non esistesse. Quella che si è data a partire dal Dispatch è perciò una psyop nel senso più stretto del termine, il cui effetto più immediato è stato quello di indebolire la capacità delle masse di mettere in discussione la narrazione dominante. Quest’ultima risulta così l’unica accettabile: tutte le altre vengono squalificate non in virtù del proprio contenuto, ma per il semplice fatto di essere tacciate di complottismo. Questa dinamica, dopo l’omicidio Kennedy, avrebbe caratterizzato il dibattito pubblico intorno a ogni avvenimento rilevante della storia recente, americana e non, dall’allunaggio dell’Apollo 11 agli attentati dell’11 settembre. Sia chiaro, non si vuole qui perorare la causa dei quattro scoppiati convinti che i leader del mondo siano dei rettiliani o che Adolf Hitler sia ancora vivo, fuggito in Antartide a bordo di un U-Boot e in attesa di un trionfale ritorno del Reich; quello che si vuole evidenziare è un problema più ampio, e cioè che riducendo ogni teoria non dimostrabile a una risibile elucubrazione priva di qualsiasi fondamento viene meno la possibilità di ribellarsi al discorso dominante senza passare per folli. In questa dinamica paradossalmente è stata spesso la sinistra -che a delegittimare il potere dovrebbe essere interessata più che a ogni altra cosa- a esprimere le posizioni più violente nei confronti dei presunti “complottisti”: di esempi ce ne sono parecchi, dall’idiosincrasia verso le fake news ai dileggi di varia natura nei confronti di chi veniva definito all’occorrenza webete, analfabeta funzionale, e così via. Soprattutto negli ultimi anni, dietro molte sue battaglie la sinistra sembrava celare un obiettivo implicito, e cioè  quello di esercitare un controllo sul linguaggio, determinare cosa fosse lecito dire e cosa no, quali fossero le opinioni accettabili e quali invece quelle da escludere dal dibattito pubblico; oggi sta raccogliendo i frutti marci di questo posizionamento, particolarmente evidenti nel caso degli Epstein files: un vero e proprio slop di nomi cancellati, e-mail criptiche e messaggi dai riferimenti tanto generici da rendere sostanzialmente indistinguibile il vero dal falso, i fatti dalle supposizioni. Come una sorta di contrappasso per chi aveva cercato di censurare opinioni, parole e pensieri, viviamo ora in un mondo in cui della verità non importa più a nessuno: è l’era della post-verità,in cui gli unici a perdere sono quelli che si erano erti a difensori dell’autorevolezza della carta bollata. 

Che la difesa di questa autorevolezza fosse paragonabile a una lotta contro i mulini a vento appariva evidente da diverso tempo: dal Covid alle ripetute vittorie di Trump, negli ultimi anni si erano infatti moltiplicati i segnali di una crisi profonda della fiducia nelle fonti considerate “affidabili”, e di una crescente distanza tra una parte significativa della popolazione e il discorso dominante; specialmente durante il Covid, si è assistito a una impressionante proliferazione di teorie del complotto, dalle antenne 5G responsabili della diffusione del virus alla presunta correlazione tra vaccini e autismo. Di fronte a questo fenomeno la sinistra -anche quella più radicale- ha preferito adottare un atteggiamento di scherno e di esclusione nei confronti di chi sosteneva tali teorie, anziché cercare di intercettare il legittimo malcontento che si celava dietro di esse. Questo atteggiamento si sarebbe poi esteso anche a chi contestava le misure politiche e i dispositivi messi in campo per gestire la pandemia, dal lockdown al Green Pass. In nome della difesa della propria auctoritas accademica, giornalistica o istituzionale, ogni sfumatura veniva cancellata, e non venivano fatte distinzioni: indipendentemente dal fatto che credesse o meno nella medicina, chiunque esprimesse dissenso era etichettato come complottista, no vax, e in quanto tale trasformato in una macchietta da esporre al pubblico ludibrio. Ciò che è accaduto è che una fetta significativa della popolazione si è vista trattare di punto in bianco come cittadini di serie B,somari raglianti da blastare senza pietà, subumani a cui rubare il posto al bar suscitava l’ilarità collettiva.

Eviterò di soffermarmi sul classismo insito in una postura simile, perché mi interessa di più sottolinearne le conseguenze: l’unica figura politica di spicco nel panorama italiano a non avere remore a schierarsi al fianco dei “no vax”, Giorgia Meloni, sarà la vincitrice indiscussa delle elezioni del 2022, passando in meno di quattro anni dal 4% al 26%. In mezzo, una pandemia che ha premiato il suo coraggio nel farsi portavoce di chi, secondo tutti gli altri, non aveva diritto nemmeno alle proprie opinioni. Opinioni che, se all’epoca erano inammissibili, sono oggi accettate dalla sinistra stessa, tanto che una figura come Alessandro Barbero -non esattamente vicino alla destra- può affermare tranquillamente, senza timore di ripercussioni, che quella vissuta durante la pandemia è stata  “una grande prova generale della capacità dei governi di imporre ai loro popoli delle restrizioni inaudite in precedenza”. In questa dinamica, un valore ancora più significativo lo assumono i successi elettorali di Donald Trump, perché ottenuti anche grazie al sostegno dei complottisti, quelli veri. Parte del clima di insofferenza nei confronti di Hillary Clinton è imputabile infatti al diffondersi del cosiddetto Pizzagate, teoria del complotto che voleva i coniugi Clinton, insieme a buona parte dell’establishment democratico, coinvolti in una rete criminale responsabile di traffico di esseri umani, abusi sessuali su minori e persino sacrifici umani a scopo satanico: questa élite di psicopatici avrebbe occultato le proprie attività dietro una rete di pizzerie newyorkesi, da cui il nome della teoria. Mentre i media progressisti si affannavano a liquidare la teoria come una bufala costruita ad arte, Trump non si faceva scrupoli a rilanciare la presunta “bufala”: e questo nel 2016 giocò un ruolo fondamentale nell’erodere il consenso di Hillary Clinton, suo principale avversario politico in quel momento. Ancora più significativo, sotto questo aspetto, è quanto avvenne il 6 gennaio 2021 con l’assalto al Campidoglio. Buona parte dei partecipanti proveniva infatti dagli ambienti che avevano abbracciato le teorie del Pizzagate e le sue successive evoluzioni, confluite nell’universo cospirazionista legato a QAnon: tutte persone fermamente convinte del fatto che Trump rappresentasse l’ultimo baluardo contro le élites pedo-sataniste, e che le elezioni del 2020 fossero state manipolate per impedirne la rielezione. Ancora una volta, di fronte a un evento serio e drammatico come un tentativo di colpo di stato, le analisi che la sinistra dedicò alla vicenda sono di una puerilità sconcertante: in sostanza, gli aspiranti golpisti non sarebbero stati altro che dei poveri mentecatti, facilmente manipolabili da un pifferaio magico abile come il tycoon newyorkese; e quelle del Pizzagate, soltanto le fantasiose elucubrazioni di qualche paranoico che passava troppo tempo su 4chan e troppo poco nel mondo reale. Paranoie che Trump avrebbe poi sfruttato opportunisticamente per consolidare il proprio consenso e conquistare la Casa Bianca. 

Eppure, a pochi anni di distanza, il quadro appare molto diverso da quello che veniva presentato allora: oggi Bill Clinton è effettivamente alla sbarra degli imputati, e sono emersi fatti e testimonianze che, pur non costituendo una conferma del Pizzagate nella sua totalità, non si discostano più di tanto. Certo, forse le élites mondiali non sacrificavano davvero bambini a Belzebù (però chissà, a questo punto…), ma si è effettivamente scoperta l’esistenza di reti di abusi sessuali che coinvolgevano persone estremamente influenti e protette. E che queste reti fossero legate a doppio filo con il sionismo, a partire da Epstein stesso, che i files suggeriscono essere un ex agente del Mossad. Era vero anche che le persone coinvolte usassero le proprie cospicue risorse economiche e di potere per insabbiare i propri comportamenti criminali. Certo, non attraverso una fantomatica rete di pizzerie; ma alla luce della gravità di quanto emerso, questo dettaglio appare secondario. Allo stesso modo, conta poco o nulla che tra i nomi associati alla vicenda compaia anche quello di Trump, forse legato più di chiunque altro alla figura di Epstein: ciò che conta infatti è che è stato proprio lui a capitalizzare politicamente sulla sfiducia verso le élites, essendo stato l’unico a dare sponda ad accuse che gran parte del dibattito pubblico considerava irricevibili.

Qual è quindi la lezione politica che si può trarre dagli Epstein files? Forse che ogni teoria, per quanto improbabile, sia degna di credito, e che qualsiasi narrazione debba essere presa sul serio perché potrebbe contenere un fondo di verità? Certamente no. Il monito insito nella vicenda riguarda piuttosto il rischio in cui incorre la politica quando pretende di ergersi ad arbitro della verità, stabilendo quali affermazioni siano legittime e quali no: ecco, questo ruolo non appartiene alla politica, ma alla ricerca storica. Sono gli storici che, a bocce ferme, hanno il compito di ricostruire e interpretare gli eventi; ai politici spetta quello di determinarne il corso. E chi ambisce a “determinare il corso degli eventi” non può limitarsi a muoversi esclusivamente dentro il perimetro di ciò che è già stato dimostrato con certezza: deve essere anche disposto a sporcarsi le mani, assumendosi il rischio di seguire intuizioni non provate dai fatti, e forse sbagliate. Perché anche una convinzione che la storia finirà per giudicare priva di fondamento può comunque generare processi politici di enorme portata.

Un esempio particolarmente efficace lo fornisce un episodio avvenuto durante la Rivoluzione francese: la Grande paura del 1789. Nel concludere quest’articolo vorrei citare brevemente la vicenda, perché contiene insegnamenti ancora oggi -forse, specialmente oggi- preziosissimi. Con l’espressione “Grande paura” si intende l’ondata di panico collettivo che travolse la Francia tra il 20 luglio e il 6 agosto 1789, nelle settimane immediatamente successive alla presa della Bastiglia. In seguito agli eventi parigini, infatti, nelle campagne francesi si diffuse la voce che orde di briganti e mercenari stranieri, assoldati dagli aristocratici, fossero sul punto di prendere d’assalto le campagne, devastare i raccolti e reprimere le rivolte contadine. Il terrore si propagò rapidamente, tramite un passaparola che andava di villaggio in villaggio, e spinse migliaia di contadini ad armarsi e mobilitarsi: in tutta la Francia grandi folle attaccarono i castelli signorili, molti dei quali furono dati alle fiamme. Ma, a conti fatti, quanto erano fondati i timori dei contadini francesi? Quanto c’era di vero nelle voci di un’imminente invasione da parte di truppe straniere? Poco o nulla. Lo storico Georges Lefebvre, che dedicò alla Grande paura uno dei suoi testi più importanti, definì la vicenda “una gigantesca falsa notizia”. Una bufala, insomma. Eppure fu una bufala dalle conseguenze politiche enormi: una su tutte, la fine del feudalesimo. Non si tratta di un’esagerazione: dopo settimane di tentennamenti, fu proprio la violenza che dilagava nelle campagne a spingere l’Assemblea nazionale, nella notte del 4 agosto, a dare finalmente il proprio sostegno alle rivendicazioni dei contadini, stabilendo l’abolizione immediata di ogni diritto feudale e servitù personale, ponendo così le basi per la trasformazione del possesso feudale in proprietà privata borghese. Tutto ciò fu possibile perché i membri più radicali dell’Assemblea nazionale -i futuri fondatori del club dei Giacobini- seppero leggere l’importanza storica delle rivendicazioni che si celavano dietro quell’isteria collettiva. Ora immaginiamo, per un momento, che i giacobini avessero reagito alla Grande paura nello stesso modo in cui la sinistra nostrana tende a reagire di fronte a fenomeni di disorientamento collettivo, teorie cospirazioniste o credenze considerate irrazionali. Immaginiamoli mentre liquidano le paure dei contadini come semplici fantasie, e ne deridono la dabbenaggine, crogiolandosi nella propria superiorità intellettuale. Ebbene, ritengo plausibile affermare che, in un simile scenario, il feudalesimo sarebbe rimasto in piedi più a lungo, e le teste dei giacobini sarebbero rotolate a terra ben prima di quella di Luigi XVI. Se ciò non è avvenuto, e la Storia ha preso il corso che tutti conosciamo, è perché i giacobini intuirono che, dietro quelle paure per certi versi infondate, si agitavano forze sociali capaci di trasformare radicalmente l’ordine esistente. E quindi invece che indagare sull’attendibilità delle voci che circolavano nelle campagne, seppero cogliere il potenziale rivoluzionario che esse stavano innescando. Animati da un profondo e intimo desiderio di trasformare la società, non esitarono a soffiare sul fuoco di paure e credenze popolari verso cui altri avrebbero tenuto un atteggiamento più distaccato. È quest’ultimo l’atteggiamento tipico della sinistra contemporanea, strutturalmente incapace di assumerne un altro. Perché nonostante si affanni a criticare il capitalismo in ogni sua sfaccettatura, non ne desidera davvero la fine: con esso verrebbero meno anche il prestigio culturale e i privilegi sociali di cui essa beneficia. Perciò, mentre i giacobini cercavano di dare forma a energie sociali confuse e di intercettare il malcontento e la rabbia di chi metteva in discussione l’ordine esistente, la sinistra odierna sembra interessata soprattutto al mantenimento del proprio capitale simbolico. Mentre i primi non esitavano a evocare i fantasmi di inesistenti truppe straniere controrivoluzionarie, la seconda non può permetterselo. Perché evocare fantasmi può cambiare il corso della storia, ma rischia di compromettere la propria reputazione intellettuale nei salotti giusti.

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