L’aria di Milano era ancora intrisa del gas CS sparato dai celerini e gli scontri in Corvetto erano già una pagina archiviata: avevano catturato l’attenzione della gente per un breve istante, prima che essa fosse definitivamente conquistata dalle imprese sportive degli atleti italiani. Questo il punto di caduta della mobilitazione contro i Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026; una mobilitazione nata nel 2022 e che negli ultimi quattro anni aveva impegnato una parte consistente del movimento milanese. È triste vedere tante energie spese in un percorso risolversi in un nulla di fatto, e lo è a maggior ragione se si considera che il lavoro svolto dal CIO (il comitato contro le Olimpiadi) è dal punto di vista dei contenuti politici nulla di meno che eccezionale: la quantità e la qualità dei documenti che nel corso degli anni sono stati prodotti e la loro efficacia nel denunciare l’insostenibilità dei giochi sono a mio modo di vedere incontestabili. Cos’è perciò che è mancato per far sì che una mobilitazione capace di svolgere un tanto lodevole lavoro d’inchiesta fosse anche in grado di portare a compimento la ragione per cui era nata, ovvero sabotare la macchina olimpica? Chi cercherà la risposta analizzando il percorso passo per passo con la lente d’ingrandimento è destinato solo a perdere del tempo: trovare un episodio esemplare, un momento stonato da esibire come prova di cosa sia “andato storto”, è impossibile, perché un simile episodio non esiste. Ciò che non ha permesso alla mobilitazione di colpire il bersaglio con la dovuta forza non riguarda infatti uno o più ipotetici errori commessi in un determinato momento specifico, ma piuttosto lo spirito e l’approccio generale con cui la mobilitazione è stata concepita. Ciò che è mancata, a ben vedere, è la convinzione di poter davvero sabotare le Olimpiadi, di poter davvero scalfire un qualcosa di così più grande di noi. Convinzione che da una parte risiede in un’analisi obiettiva dei rapporti di forza in campo, a noi decisamente sfavorevoli, ma che dall’altra ha finito per essere la classica profezia autoavverante: se i primi a non credere nell’efficacia di un progetto sono i suoi promotori, difficilmente lo faranno gli altri. E così, nonostante fossero in molti a dirsi nauseati dall’evidente e gigantesca speculazione che si celava dietro ai cantieri olimpici, trovare in questa moltitudine possibili alleati è stato sostanzialmente impossibile: il problema non era che la gente fosse in disaccordo con le rivendicazioni politiche del comitato, ma che non vedeva in esso uno strumento credibile per opporsi ai giochi; non poteva farlo, dato che -era evidente- non lo faceva nemmeno chi il comitato l’aveva costruito. Lo spirito che sin dal primo momento ha animato la mobilitazione è stato, in sostanza, quello di uno sconfittismo rassegnato, un “si fa quel che si può”: e dato che bloccare le Olimpiadi non si poteva, tutto ciò che rimaneva da fare era un atto di presenza, testimoniare coi propri corpi che c’era una Milano che le Olimpiadi non le voleva. Questo era tutto ciò che i rapporti di forza in campo consentivano di fare: osare di più voleva dire fare il passo più lungo della gamba, rischiando di inciampare; e l’eventuale caduta, vista la stretta repressiva del governo Meloni, avrebbe potuto rivelarsi molto dolorosa. Quest’analisi sarebbe stata convincente, se non fosse che i fatti di Torino di appena una settimana prima ne avrebbero anticipatamente mostrato le lacune. Mi riferisco chiaramente agli scontri avvenuti nel quartiere Vanchiglia il 31 gennaio, durante il corteo in risposta allo sgombero di Askatasuna. Quel giorno la rabbia dei compagni è esplosa violentissima e incontenibile, e sarà difficile far dimenticare alla gente le immagini della camionetta in fiamme o del celerino preso a martellate in testa. Il dibattito pubblico che si è acceso a seguito dei fatti di quella giornata avrebbe tenuto banco per tutte le settimane a seguire, anche quelle durante le quali si sono svolte le Olimpiadi: ecco quindi che Torino ancora una volta ci ricorda che se abbracciamo senza timore l’azione eversiva, dinamiche politiche si mettono in atto. E la reazione allo sgombero di un centro sociale può rovinare il clima olimpico. In questo contesto la giornata del 7 febbraio, con il corteo nazionale a Milano e l’innocua occupazione del Palasharp, hanno avuto un ruolo marginale, come una sorta nota a piè di pagina all’interno di una dinamica più ampia. Lo dimostra il taglio del servizio che Rete 4 ha dedicato all’occupazione del Palasharp: sin dal primo momento appare evidente che le due giornaliste infiltratesi alla taz non fossero lì per indagare sulle inesistenti intenzioni sediziose dei suoi partecipanti, ma per andare a caccia dei fantasmi di Torino. Fantasmi che ancora adesso, a giudicare dall’incessante martellamento mediatico sulla vicenda, turbano il sonno di chi pensava che bastasse uno sgombero per silenziare il dissenso ed eradicare il conflitto sociale dalle strade.

Ma ognuno ha i suoi fantasmi, e anche il movimento milanese ha i propri: mi riferisco a quelli del catastrofico e sciagurato corteo No-Expo del primo maggio 2015, le cui conseguenze anche a distanza di anni continuano evidentemente a farsi sentire. Quelle giornate sono state uno snodo cruciale, e hanno definito il paradigma narrativo che avrebbe caratterizzato tutto il decennio a venire: il povero Tia Sangermano che diventava suo malgrado l’emblema (sic) del manifestante disadattato e ignorante, le spugnette di Pisapia che oltre alle scritte sui muri cancellavano ogni forma di dissenso. La narrazione che si sarebbe imposta è quella di una dicotomia lacerante tra la Milano “antagonista”, rumorosa ma isolata, e la Milano della gente normale, da valorizzare, rappresentata dalla maggioranza silenziosa che si è rimboccata le maniche e ha ripulito la città dalle devastazioni. Tutto ciò avveniva (forse non casualmente) proprio nel periodo in cui stava iniziando a imporsi quell’idea di città oggi nota a tutti con il nome giornalistico “modello Milano”: l’Expo è stato il grimaldello con il quale hanno aperto la porta alla rivoluzione urbanistica che si sarebbe data negli anni seguenti. Se sto tornando indietro così tanto, andando a riesumare fatti passati da più di un decennio, è perché ritengo che in essi risieda parte delle risposte alle domande che animano questo testo. La débâcle del 2015 è arrivata infatti proprio nel momento in cui i processi di trasformazione urbana di cui si è accennato si manifestavano per la prima volta in modo tanto eclatante, e c’era ancora ampio margine per contrastarli: da lì in poi sarebbero apparsi sempre più ineluttabili, e opporsi a essi sempre più inutile. Complice di questo è stato anche l’immobilismo del movimento, impegnato a fare i conti con le conseguenze della Caporetto di quel primo maggio: ci avrebbe impiegato anni (ammesso lo abbia fatto), anni in cui ogni volta che si dava una forte mobilitazione di piazza, potenzialmente eversiva, proprio chi avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di incendiario e spargere benzina sul fuoco vi si approcciava con un misto di diffidenza e pavidità, come frenato dal timore che potesse ripetersi ciò che era accaduto nel 2015. Una strategia attendista che da un lato ha indubbiamente avuto l’effetto di calmare le acque, smorzando l’onda che minacciava di travolgere qualsiasi forma di opposizione sociale, ma che dall’altro ha reso sempre più evidente l’impotenza dei presunti “antagonisti” di fronte alle trasformazioni in atto: si è definiti “antagonisti” nel momento in cui ci si contrappone in modo netto e radicale all’esistente, se si sceglie di non farlo si diventa qualcos’altro. Una scelta del tutto legittima e pienamente comprensibile: citando un celebre passo biblico, “[…] c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per la guerra e un tempo per la pace […]”; ecco, sarebbe sciocco accusare di pavidità chi a seguito del corteo No-Expo ha valutato che non fosse il tempo adatto ad attaccare il nemico in modo frontale, scegliendo quindi di abbandonare momentaneamente lo scontro aperto in favore di un più lento lavoro di ricomposizione e ricucitura. Il punto è che non è questa la scelta presa dal movimento milanese: tentando di tenere il piede in due scarpe, non ha rinnegato le proprie prassi politiche conflittuali, ma le ha edulcorate, tentando di trasformarle in una performance studiata a tavolino. L’intento era forse quello di uscire dall’isolamento rivolgendosi a tutti contemporaneamente: violenti e non violenti, militanti e non militanti, giovani e meno giovani. Tentando di parlare a tutti, però, si è finiti per non parlare davvero a nessuno: ecco quindi che la ragione per cui i validissimi contenuti politici che vengono prodotti dal movimento cadono a vuoto è che manca loro un destinatario. Questa mancanza può essere colmata solamente facendo una scelta di campo netta, parlando in modo chiaro degli obiettivi che si intendono raggiungere, senza la paura di perdersi dei pezzi per strada per via delle posizioni che si esprimono. Perché tentare di compiacere tutti per non lasciarsi indietro nessuno ha il solo effetto, alla fine, di essere abbandonati da chiunque, rimanendo soli.

La dinamica che ha caratterizzato gli scontri in Corvetto fotografa tutto ciò in modo perfetto, e vale più di mille parole: l’avanguardia di pochi sparuti compagni abbandonata a sé stessa dal resto del corteo, composto in parte da chi non aveva mai creduto, in parte da chi non aveva mai voluto, che scoppiasse realmente il conflitto. Un isolamento fisico che è appunto la perfetta rappresentazione di quello politico: e per il quale bisognerà prima o poi prendere contromisure. Perché gli alleati ci sono, basta solo avere il coraggio di sceglierli.

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