“L’uomo ragionevole si adatta al mondo; l’irragionevole persiste nel voler adattare il mondo a sé. Perciò ogni progresso dipende dall’uomo irragionevole.” (G. B. Shaw)
Parlare del Leoncavallo è fondamentale per capire lo stato di salute del cosiddetto “movimento”, o di ciò che ne resta. Dopotutto, se quello che un tempo era forse il centro sociale più importante in Italia, epicentro della conflittualità sociale e spazio-simbolo dell’Autonomia, viene sgomberato nell’indifferenza collettiva, fermarsi un momento per riflettere su come ciò sia potuto accadere è quanto meno doveroso. Doveroso sia per il rispetto nei confronti della lunga storia del Leoncavallo e dell’importanza che per anni esso ha avuto nelle lotte sociali di questo paese, sia perché se dopo una disfatta di tali dimensioni non si analizzano le dinamiche che l’hanno resa possibile, si è destinati a subire in futuro sconfitte ancora peggiori.
Nel riferirmi alla reazione allo sgombero del 21 agosto ho parlato di “indifferenza collettiva” e potrebbe sembrare un’esagerazione: dopotutto, nei giorni immediatamente successivi, molte sono state le voci levatesi in difesa del Leoncavallo, anche all’interno della cosiddetta “società civile”; e il 6 settembre le strade di Milano sono state attraversate da un corteo immenso, ventimila persone che marciavano per una sola ragione, ovvero manifestare la propria solidarietà al centro sociale. Eppure, già il giorno dopo il corteo, la città è andata avanti come se nulla fosse stato, e il movimento pure, senza che gli eventi delle settimane precedenti avessero un impatto reale e concreto sulla politica cittadina. A pochi mesi dagli eventi, la situazione si è ulteriormente aggravata, con il Leoncavallo ridotto a scrivere “lettere aperte” alla cittadinanza, lettere che nel migliore dei casi vengono ignorate, nel peggiore ricevono risposte polemiche. Un quadro ben diverso rispetto a quanto accaduto il 16 agosto del 1989, quando il precedente tentativo di sgombero venne bloccato per ore dalla strenua resistenza degli occupanti, che salirono sui tetti e risposero con una pioggia di sassi e molotov, dando il via a una guerriglia urbana senza precedenti. La determinazione, la violenza e la radicalità della risposta che i leoncavallini decisero di mettere in atto quel giorno si sono impresse in modo indelebile nell’immaginario collettivo, e rappresentano ancora oggi uno snodo cruciale per tutto il movimento autonomo italiano, non solo milanese. Certo, paragonare i due momenti tra di loro è impietoso: dal primo al secondo sono passati più di trent’anni, e una reazione del genere sarebbe oggi impensabile, poiché l’Autonomia, e i CS con essa, hanno subìto una serie di trasformazioni irreversibili; ma è proprio per questo che è importante parlare della fine del Leoncavallo, per provare a stilare un bilancio di tali trasformazioni, capire dove esse ci hanno condotto, stabilire quali strade non sono più percorribili e quali invece lo sono.
Prima di cominciare, è necessario precisare che chi scrive non nutre nei confronti dei centri sociali alcun tipo di idolatria. I CS sono una forma di organizzazione di cui il movimento ha scelto di dotarsi in un determinato momento storico, e per molti decenni hanno certamente avuto un ruolo fondamentale nel formare e radicalizzare nuove soggettività rivoluzionarie, nel diffondere una controcultura e un immaginario alternativo, nel costruire conflitto sociale; luoghi quindi la cui difesa era strategicamente imprescindibile in quanto centri nevralgici di produzione di idee e pratiche sovversive. Bisogna tuttavia fare molta attenzione a non confondere i mezzi con i fini, gli strumenti con gli obiettivi: l’esistenza del centro sociale è lo strumento con cui raggiungere un determinato obiettivo politico, non l’obiettivo politico ultimo della lotta. Il lento ma inesorabile declino dei CS e la loro sempre minore capacità di avere un impatto sulla politica cittadina e nazionale vanno letti proprio a partire da questa progressiva confusione tra mezzi e fini: nel momento in cui l’obiettivo politico sembrava sfumare -per una molteplicità di ragioni che non analizzeremo in questa sede- l’obiettivo diventava la difesa dello spazio occupato in quanto tale, sostituendo così il fine con il mezzo. In questo modo i CS da luoghi politicamente fertili, con gli occhi e la mente puntati verso l’esterno e un orizzonte strategico ben definito, si sono spesso trasformati in oasi (apparentemente) felici e isolate dal resto della società, “spazi liberati” dalle contraddizioni di un capitalismo che al di fuori di essi avanzava sempre più feroce. Si è così generato uno scollamento tra “spazio liberato” e società: il primo è infatti definibile “liberato” solo in virtù del proprio rapporto di alterità rispetto alla seconda, la seconda è dove hanno luogo le contraddizioni e le forme di oppressione da cui il primo si dichiara liberato. Questa dicotomia, andando progressivamente a esacerbarsi, finisce col rimuovere dal gioco l’elemento più importante, vale a dire la prospettiva di una trasformazione concreta e strutturale dell’esistente: se infatti l’alternativa al mondo capitalista la si sta costruendo hic et nunc all’interno degli spazi liberati, tutto ciò che rimane da fare è crogiolarsi al loro interno nell’attesa che spazi del genere si moltiplichino e si diffondano a macchia di leopardo su tutto il territorio. In questa prospettiva, l’azione politica del militante del centro sociale non può che consistere nella cura del proprio orticello, nella difesa dello spazio in quanto tale: il mezzo, appunto, sostituisce il fine, lasciando che il proprio posto venga occupato da altri strumenti di lotta. Quali? Troppo spesso, i mezzi tattici che il movimento ha deciso di impiegare includono il dialogo e il compromesso con le istituzioni, gli accordi sottobanco con la questura, e una conflittualità di piazza al tempo stesso mitigata ed estetizzata, in alcuni casi addirittura rinnegata. Molti CS hanno scelto di sopravvivere in questo modo, anche a costo di un forte ridimensionamento della propria influenza politica, e di un sempre maggiore isolamento rispetto alla “società civile”. Sopravvivere a tali condizioni tuttavia si sarebbe presto rivelata una vittoria di Pirro, perché quella di “liberare” uno spazio dalle contraddizioni del mondo esterno altro non è che un’illusione: il “mondo esterno”, anche se lo chiudi fuori, prima o poi verrà a bussare alla tua porta, e se necessario la sfonderà. E quando questo accade l’occupante del CS è messo di fronte alla realtà della propria condizione: incapace di avere un impatto sul “mondo esterno” (talvolta persino di comunicarci), isolato dal resto della società e chiuso in spazi liberati che poi così liberati non sono.
Nel frattempo, mentre il movimento procedeva a passo spedito sulla strada che lo avrebbe condannato all’irrilevanza, le città italiane -e Milano in particolare- seguivano un modello sempre più orientato verso il neoliberismo: sono già stati scritti fiumi di inchiostro sui processi di gentrification e privatizzazione che in pochissimo tempo hanno cambiato il volto di interi quartieri, e non è scopo di questo articolo affrontare questioni già abbondantemente trattate da altri. Ciò che si vuole qui sottolineare è che tali processi hanno potuto diffondersi in modo così rapido anche grazie alla totale incapacità dei centri sociali di opporvisi. Non solo: non più in grado di trasformare la società, non hanno nemmeno saputo evitare che fosse la società a trasformare loro. Il Leoncavallo in questo senso è il caso più eclatante. Mentre infatti il cosiddetto “modello Milano” si imponeva in modo sempre più invasivo, il centro sociale era via via meno presente nelle strade e nelle piazze, probabilmente impegnato a interloquire con il Comune per accordarsi sui prezzi dell’affitto. E mentre la città si trasformava intorno a lui, il Leoncavallo si trasformava in linea con lei, svuotandosi quasi totalmente di ogni proposta politica e completando la propria evoluzione (o forse sarebbe meglio dire involuzione) diventando in sostanza un eventificio dove fricchettoni e studenti fuorisede potessero godersi una serata a prezzi calmierati, fruendo dell’experience milanese senza pagarne il dazio dell’esclusività. Negli ultimi anni, contrariamente ai princìpi di autogestione che rivendicava, il centro sociale si reggeva su personale pagato in cucina, buttafuori all’entrata, feste a 10 euro di ingresso; nient’altro che una riproduzione, in piccolo, delle dinamiche capitaliste che avvenivano al di fuori. Altro che “spazio liberato”.
Eppure, quando la minaccia di sgombero dell’immobile di via Watteau si fa concreta, accade l’impensabile: il movimento milanese si stringe intorno al centro sociale, e al Leoncavallo si ricomincia a parlare seriamente di un modello diverso di città, del valore degli spazi occupati, di diritto all’abitare. Questo non tanto per merito del Leoncavallo, quanto di tutte quelle anime e collettività che lo hanno attraversato negli ultimi mesi della sua storia, nella speranza che l’attacco potesse rappresentare un momento di rinascita. Speranza che si sarebbe presto rivelata vana: nei comunicati e negli interventi pubblici infatti il direttivo del Leoncavallo si è sempre dimostrato disinteressato a raccogliere la sfida, e aprirsi a un processo di ricostruzione; dopotutto, il farlo avrebbe significato mettersi in discussione, rinunciare a un protagonismo che finora aveva avuto, ripensare radicalmente le proprie analisi e le proprie pratiche. A tutto ciò il Leo preferisce assumere un moderatismo che è lo specchio di ciò che era ormai diventato: si appella al proprio “valore simbolico”, lancia strali contro il fascismo del governo Meloni e del suo ministro Piantedosi, ma non una parola contro la sinistra istituzionale, la quale anzi è chiaramente l’interlocutore privilegiato, dato che ciò che le si recrimina, in sostanza, è di “non aver fatto abbastanza”, di non essersi spesa adeguatamente per trovare una soluzione ai guai del CS. Ecco quindi la parabola del Leoncavallo: le istituzioni, un tempo nemico da accogliere a sassate, sono ora un padre benevolo al quale rivolgersi per ricevere approvazione e legittimità.
Naturalmente, nemmeno il già spesso connivente con le istituzioni movimento milanese poteva avallare una linea in cui si palesava tanta subalternità; e il Leoncavallo ha preferito rompere con esso piuttosto che alzare la voce coi propri padroni. Questo ha portato al disastro del 6 settembre: due cortei distinti, quello “antagonista” condannato all’irrilevanza, quello del Leoncavallo ridotto a passerella della sinistra istituzionale, gremita di giornalisti pronti a intervistare i vari esponenti di PD e AVS lì presenti… nonché quel luminare politico di Claudio Bisio che afferma con sorprendente nonchalance: “io non sono favorevole al fatto che sia occupato, spazi del genere andrebbero regolarizzati dalle istituzioni”. Ecco quindi che in un corteo che poteva e doveva essere riempito delle nostre rivendicazioni, dei nostri contenuti, delle nostre vertenze, a prendersi la scena è ancora una volta la sinistra liberal, che sfrutta la piazza per portare avanti il suo unico obiettivo: attaccare Giorgia Meloni. E il “movimento”, come troppo spesso avviene negli ultimi anni, è relegato a giocare il ruolo di stampella di questa sinistra, di utile idiota, manovalanza non pagata. Chi pensa che questa sia un’esagerazione, consideri il fatto che il movimento è sceso in piazza per il Leoncavallo, mentre il Leoncavallo la sua vera partita non la stava certo giocando nelle assemblee o nelle piazze, ma nelle aule del Comune, con il quale stava negoziando un possibile trasferimento in via San Dionigi, nel Corvetto. Questa ipotesi è poi definitivamente sfumata, ma il solo fatto che sia stata presa in considerazione dalle varie parti è la perfetta rappresentazione di ciò che è oggi il “modello Milano”, e di come il movimento stesso contribuisca al suo successo: il Corvetto, quartiere popolare da anni abbandonato a sé stesso, e sul quale la giunta Sala ha puntato gli occhi, viene rivitalizzato artificialmente trapiantando al suo interno uno dei luoghi simbolo della controcultura milanese; in tal modo, con il quartiere attraversato da giovani alternativi, studenti fuorisede, et similia, è possibile attrarre nuovi investimenti, rendendolo un quartiere appetibile alla middle class urbana e cacciando i suoi attuali abitanti: famiglie appartenenti alle fasce economiche più basse, immigrati e italiani di seconda generazione, soggettività spesso marginalizzate e in situazione di forte precarietà. Un processo di gentrification del quale, se si fosse concretizzato, il movimento sarebbe stato non soltanto complice, ma concreto (seppur incosciente) attuatore.
Ora, questo articolo non vuole essere uno sterile j’accuse fine a sé stesso -anche perché ritengo che le dinamiche finora esposte siano ben note a chiunque faccia o abbia fatto politica in determinati ambienti. Ciò che mi spinge a scrivere non è la pretesa da anima bella di puntare il dito contro l’incoerenza dei compagni, quanto la convinzione che molto potesse essere fatto per evitare che lo sgombero del Leoncavallo rappresentasse una sconfitta tanto irreparabile. Mi avvio verso la conclusione rivolgendomi perciò a tutte quelle organizzazioni, collettività e soggettività politiche di varia natura che, una volta preso atto della strategia che i leoncavallini intendevano perseguire, hanno deciso di prendere una strada diversa, rifiutandosi il 6 settembre di sfilare al fianco del PD. A mio modo di vedere, le opzioni che questo rifiuto lasciava aperte erano sostanzialmente due:
-prendere la testa del corteo (o quanto meno tentare di farlo) per indirizzarlo verso via Watteau e forzare il blocco della polizia, con l’obiettivo di rioccupare l’immobile portandosi dietro le migliaia di persone in manifestazione
-chiamare un corteo alternativo, che dimostrasse di essere “contro la città dei padroni” non solo nelle parole ma anche nei fatti, mettendola a ferro e fuoco, e marcando così in modo netto la propria lontananza nei confronti della manifestazione autorizzata
Entrambe le strade erano tranquillamente percorribili, e anche nel peggiore degli esiti gli elementi positivi da raccogliere dalla giornata non sarebbero mancati: se non altro, si sarebbe data una risposta “di movimento” allo sgombero di un centro sociale, senza consegnare la questione alle schermaglie tra la giunta Sala e il governo Meloni. Schermaglie quanto mai leziose ed effimere, dato è apparso subito evidente che lo scalpo del Leoncavallo fosse il prezzo preteso da Meloni in cambio dell’appoggio dato a Sala nel contesto dei guai giudiziari del sindaco relativi al caso “Salva-Milano”. Ecco, se c’era un modo per tirarsi fuori da tutto questo e tentare di far saltare il banco era proprio quello di rivendicare da parte del movimento il proprio protagonismo all’interno della questione, di dimostrare ancora una volta che quella del Leoncavallo è storia nostra, non loro. Il farlo avrebbe certamente significato assumersi tutti i rischi che è possibile aspettarsi quando si va allo scontro diretto con le istituzioni, ma di sicuro si sarebbe dato un esito ben diverso dal misero fallimento dettato dalla macchinosa e cervellotica scelta di partecipare alla piazza del 6 settembre, ma non insieme al corteo del Leoncavallo che partiva da Porta Venezia, concentrandosi in Stazione Centrale e dando vita a uno spezzone “di movimento”, “antagonista”, spavaldo nei proponimenti ma nella realtà dei fatti blando tanto quanto quello istituzionale.
A distanza di mesi, stiamo assistendo a un aumento vertiginoso della stretta repressiva del governo, e a un attacco sempre più aperto ai centri sociali e alle forme di dissenso; eppure sembra che la lezione del Leoncavallo non sia servita a nulla, perché le dinamiche che hanno portato allo sgombero si riproducono senza sosta; e quella del 6 settembre non è stata l’ultima occasione sprecata dal movimento, ma gliene sono succedute altre, e altre ancora sembrano destinate a venire. Forse in fondo a qualcuno sta bene così, ma se scrivo questo articolo è perché sono nonostante tutto convinto che buona parte del “movimento” non aspetti altro che la gabbia di impotenza in cui siamo rinchiusi venga spezzata, ma è rassegnata all’idea che questo non accadrà mai; perché la via di uscita da questa gabbia sembra lunga e impervia, e nessuno sembra conoscerla. Eppure per imboccarla basterebbe partire da cose semplici: avere ben chiaro chi sono i propri nemici, e chi gli alleati; tornare a dotarsi di pratiche conflittuali, ma conflittualità reale, non spettacolarizzata; fare una scelta di campo netta, e rendere i propri cortei e i propri spazi luoghi in cui gente come Fratoianni e Claudio Bisio non metterebbero mai piede, e se lo fanno mandarli via a calci; avere il coraggio di rischiare quando serve, e smettere di cercare l’unità a tutti i costi per paura del conflitto interno. Sono questi passi piccoli ma fondamentali, e da soli non rappresentano certo la soluzione, ma darebbero vita a un terreno fertile da cui essa può germogliare.