E quindi Bifo fu. Dopotutto da qualche parte bisognava iniziare. E si è iniziato da un testo
che, scritto nel 2018, parlava di un futuro prossimo che è oggi il nostro presente. Un
presente segnato dall’esplosione dell’IA, dall’affermarsi di nuove forme di fascismo, da
dispositivi di sorveglianza e controllo sempre più affinati; ma soprattutto, dalla sensazione
che nulla si possa fare per cambiare questo stato di cose, per invertire la direzione e
riprenderci il futuro: il movimento stesso sembra non avere gli strumenti -teorici e pratici- per
portare avanti questo attacco, e forse non è nemmeno interessato a darseli.


Ecco perché abbiamo ritenuto necessario spezzare il ritmo frenetico della metropoli che
scandisce le nostre esistenze e ritagliarci un momento per riannodare i fili, per comprendere
meglio il mondo in cui siamo, e dove esso ci sta portando.


Si è trattato dapprima di leggere, discutere, analizzare. Certi giorni eravamo in tre, altri in
nove, ma anche due, quattro, cinque. Non c’era la pretesa di darsi una costanza, né un
obiettivo chiaro. A volte leggevamo molto, a volte molto poco, altre ancora proprio nulla. Ma
più andavamo avanti, più emergeva la volontà di fissare alcuni punti, di mettere nero su
bianco alcuni discorsi su cui finivamo per ritornare ogni volta. Perché senz’altro il testo di
Bifo dà spazio a una serie vastissima di interrogativi e riflessioni, ma i temi che più hanno
catturato il nostro interesse sono tre.


Il primo riguarda il disastroso e inevitabile fallimento della sinistra liberal contemporanea, il
cui cadavere viene tutt’oggi testardamente tenuto in piedi, e continua ad ammorbare i
movimenti rivoluzionari, o presunti tali, vanificandone ogni sforzo e progetto. È questa una
sinistra che conosciamo bene: incapace di darsi una qualsivoglia prospettiva universalista, si
è ripiegata su un identitarismo sterile, e su lotte che esprimono rivendicazioni
individualistiche, facilmente riassorbite dal sistema. Rinunciando a una vera azione
destituente, ha flirtato sempre di più con il potere, appellandosi a esso quando voleva far
passare le proprie richieste. Richieste che erano intrise di retorica sulla sicurezza, e che
esprimevano un atteggiamento di censura nei confronti di pensieri, linguaggio,
comportamenti. Soprattutto, è una sinistra che non capisce il nemico che ha davanti, perché
non sa -e forse non vuole- studiarlo, e perciò lo affronta con strumenti, retoriche e slogan
superati e inefficaci.

Era questione di tempo prima che la destra sfruttasse gli errori di questa sinistra appiattita
sulle identity politics: e dato che se si gioca al gioco dell’identitarismo vince chi su di esso ha
fondato il proprio successo da sempre, la reazione è stata violenta e dirompente. A
un’identità fluida, costruita intorno alla vulnerabilità e al vittimismo, ha contrapposto
un’identità fatta di voglia di rivalsa, cinismo e sopraffazione: ha intercettato il risentimento di
quella working class bianca ed eteronormata che ha visto un declino dei propri privilegi
all’interno dei nuovi rapporti sociali nell’Occidente post coloniale, e ha promesso di fermare
questo declino, e di riaffermare la supremazia occidentale. L’efficacia di questa retorica è ciò
che sta alla base della vittoria della classe politica attualmente al potere negli USA e in
buona parte dell’Europa. Come fa notare molto bene Bifo, la destra sembra avere imparato
la lezione gramsciana sull’importanza dell’egemonia culturale molto più della sinistra stessa,
ed è questa egemonia il motivo per cui al moralismo puritano e censorio che ha
contraddistinto la sinistra liberal vediamo oggi contrapposto un cinismo violento, aggressivo,
provocatorio.

Ecco qual è la destra con la quale dobbiamo confrontarci, ecco qual è il nemico che
attualmente detiene il potere.

E proprio il tema del potere è il secondo sul quale ci siamo soffermati. Cos’è il potere? Bifo
lo definisce come “una forma di determinismo artificialmente prodotto”. Potere è ciò che
limita e riduce il campo delle possibilità in base a uno schema prestabilito. È ciò che
rinchiude la potenza soggettiva inscritta in ognuno di noi in una gabbia di rassegnazione e di
passioni tristi: noi oggi ci sentiamo impotenti perché la nostra potenza è imbrigliata nelle
maglie del potere. Ecco perché per realizzare la nostra volontà, per affrancare le nostre vite
dall’asservimento e dalla vessazione, noi non possiamo che ribellarci al potere, spezzare il
giogo che ci tiene legati a esso. Già questo sarebbe un atto in cui si esprime la nostra
potenza, in cui allo schema preordinato del potere contrapponiamo la nostra gioia e
l’affermazione della nostra capacità di decidere il nostro futuro. Perché la potenza è proprio
questo: è la capacità di attuare, tra le innumerevoli possibilità inscritte nel presente, quella
che più si confà al proprio essere; di trasformare la realtà in base al proprio volere.


Potere e potenza sono perciò perennemente e inevitabilmente contrapposti: l’uno cerca di
inibire l’altra, e viceversa la seconda di rovesciare il primo. Noi oggi ci troviamo assoggettati
al potere, e vogliamo perciò rovesciarlo per esprimere la nostra potenza: ma se mai avremo
successo, non saremo diventati forse noi il potere dominante? Come evitare il riaffermarsi di
una nuova forma di potere? Vogliamo davvero farlo? Sono interrogativi a cui non abbiamo
dato risposta, ma che è fondamentale tenere a mente per non ridurre l’idea di rivoluzione a
un insulso mutamento dei rapporti di forza all’interno della società. Ciò di cui siamo certi è
che il primo passo è quello di uscire dalla gabbia di impotenza in cui siamo rinchiusi, e
riconoscerci nella gioia dell’atto eversivo, nella forza del contatto umano, sfuggendo dalle
maglie della sorveglianza e del capitalismo cibernetico.


Ecco quindi che arriviamo al terzo e ultimo punto: l’isolamento a cui ci ha costretto la
pandemia e l’esplosione dell’IA hanno innescato una serie di trasformazioni cognitive che è
ancora troppo presto per analizzare. Ma i primi effetti sono evidenti, e non promettono nulla
di buono; ce ne rendiamo conto su di noi, ma si manifesteranno in modo ancora più
devastante su chi un mondo prima di questi mutamenti non lo ha mai conosciuto. Sono
effetti che riguardano la socializzazione, il linguaggio, le strutture stesse del nostro cervello.
L’esposizione continua a contenuti e l’eterno presente che caratterizzano la rete hanno
distrutto la capacità di elaborazione critica e razionale, la possibilità di separare il vero dal
falso, il giusto dallo sbagliato.


La politica oggi si combatte a colpi di meme, di post, di reel; la sinistra non ha esitato a
gettarsi in questo campo di battaglia, e se in un primo momento perdeva clamorosamente
(“the Left can’t meme”), adesso sembra avere recuperato terreno. Ma non è importante. Ciò
che è importante è che qualsiasi vittoria, da una parte e dall’altra, rischia di essere una
vittoria di Pirro, perché ottenuta a discapito di un avanzamento intellettuale e culturale
collettivo. Certo, il primo errore da evitare di fronte alle trasformazioni in atto è quello di
tenere un atteggiamento ottusamente reazionario e conservatore, e contrapporre a esse una
disperata difesa degli strumenti superati dal tempo: in effetti, anche l’invenzione della
scrittura ha ridotto alcune capacità intellettive dell’essere umano (si pensi per esempio
all’incredibile abilità mnemonica degli aedi durante la tradizione orale, che oggi sarebbe
impensabile); ma sarebbe folle tentare di negare gli innumerevoli e inimmaginabili beneficiche l’umanità ne ha tratto. Non possiamo però esimerci dall’evidenziare le miserie che le
nuove tecnologie e le intelligenze generative producono, e dai rischi di delegare così tanto di
noi a strumenti che conosciamo ancora così poco. Ma dei quali una cosa la sappiamo, e per
ora ci basta: i loro algoritmi non sono nelle nostre mani, ma in quelle del nemico, e sono
impossibili da democratizzare.


Forse è anche per questo che abbiamo deciso di tornare a usare la scrittura per
sistematizzare i nostri ragionamenti, e abbiamo pensato a una rivista come mezzo di
diffusione degli stessi. Perché in un mondo in cui il capitale sembra farsi sempre più
immateriale, ed esprimersi nell’immediatezza e nella fugacità, forse il recupero della solidità
del testo scritto e della carta stampata può essere un primo passo verso la via d’uscita, e
può gettare le basi per la costruzione di un’alternativa concreta e duratura.