Categoria: Città

  • Olimpiadi

    L’aria di Milano era ancora intrisa del gas CS sparato dai celerini e gli scontri in Corvetto erano già una pagina archiviata: avevano catturato l’attenzione della gente per un breve istante, prima che essa fosse definitivamente conquistata dalle imprese sportive degli atleti italiani. Questo il punto di caduta della mobilitazione contro i Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026; una mobilitazione nata nel 2022 e che negli ultimi quattro anni aveva impegnato una parte consistente del movimento milanese. È triste vedere tante energie spese in un percorso risolversi in un nulla di fatto, e lo è a maggior ragione se si considera che il lavoro svolto dal CIO (il comitato contro le Olimpiadi) è dal punto di vista dei contenuti politici nulla di meno che eccezionale: la quantità e la qualità dei documenti che nel corso degli anni sono stati prodotti e la loro efficacia nel denunciare l’insostenibilità dei giochi sono a mio modo di vedere incontestabili. Cos’è perciò che è mancato per far sì che una mobilitazione capace di svolgere un tanto lodevole lavoro d’inchiesta fosse anche in grado di portare a compimento la ragione per cui era nata, ovvero sabotare la macchina olimpica? Chi cercherà la risposta analizzando il percorso passo per passo con la lente d’ingrandimento è destinato solo a perdere del tempo: trovare un episodio esemplare, un momento stonato da esibire come prova di cosa sia “andato storto”, è impossibile, perché un simile episodio non esiste. Ciò che non ha permesso alla mobilitazione di colpire il bersaglio con la dovuta forza non riguarda infatti uno o più ipotetici errori commessi in un determinato momento specifico, ma piuttosto lo spirito e l’approccio generale con cui la mobilitazione è stata concepita. Ciò che è mancata, a ben vedere, è la convinzione di poter davvero sabotare le Olimpiadi, di poter davvero scalfire un qualcosa di così più grande di noi. Convinzione che da una parte risiede in un’analisi obiettiva dei rapporti di forza in campo, a noi decisamente sfavorevoli, ma che dall’altra ha finito per essere la classica profezia autoavverante: se i primi a non credere nell’efficacia di un progetto sono i suoi promotori, difficilmente lo faranno gli altri. E così, nonostante fossero in molti a dirsi nauseati dall’evidente e gigantesca speculazione che si celava dietro ai cantieri olimpici, trovare in questa moltitudine possibili alleati è stato sostanzialmente impossibile: il problema non era che la gente fosse in disaccordo con le rivendicazioni politiche del comitato, ma che non vedeva in esso uno strumento credibile per opporsi ai giochi; non poteva farlo, dato che -era evidente- non lo faceva nemmeno chi il comitato l’aveva costruito. Lo spirito che sin dal primo momento ha animato la mobilitazione è stato, in sostanza, quello di uno sconfittismo rassegnato, un “si fa quel che si può”: e dato che bloccare le Olimpiadi non si poteva, tutto ciò che rimaneva da fare era un atto di presenza, testimoniare coi propri corpi che c’era una Milano che le Olimpiadi non le voleva. Questo era tutto ciò che i rapporti di forza in campo consentivano di fare: osare di più voleva dire fare il passo più lungo della gamba, rischiando di inciampare; e l’eventuale caduta, vista la stretta repressiva del governo Meloni, avrebbe potuto rivelarsi molto dolorosa. Quest’analisi sarebbe stata convincente, se non fosse che i fatti di Torino di appena una settimana prima ne avrebbero anticipatamente mostrato le lacune. Mi riferisco chiaramente agli scontri avvenuti nel quartiere Vanchiglia il 31 gennaio, durante il corteo in risposta allo sgombero di Askatasuna. Quel giorno la rabbia dei compagni è esplosa violentissima e incontenibile, e sarà difficile far dimenticare alla gente le immagini della camionetta in fiamme o del celerino preso a martellate in testa. Il dibattito pubblico che si è acceso a seguito dei fatti di quella giornata avrebbe tenuto banco per tutte le settimane a seguire, anche quelle durante le quali si sono svolte le Olimpiadi: ecco quindi che Torino ancora una volta ci ricorda che se abbracciamo senza timore l’azione eversiva, dinamiche politiche si mettono in atto. E la reazione allo sgombero di un centro sociale può rovinare il clima olimpico. In questo contesto la giornata del 7 febbraio, con il corteo nazionale a Milano e l’innocua occupazione del Palasharp, hanno avuto un ruolo marginale, come una sorta nota a piè di pagina all’interno di una dinamica più ampia. Lo dimostra il taglio del servizio che Rete 4 ha dedicato all’occupazione del Palasharp: sin dal primo momento appare evidente che le due giornaliste infiltratesi alla taz non fossero lì per indagare sulle inesistenti intenzioni sediziose dei suoi partecipanti, ma per andare a caccia dei fantasmi di Torino. Fantasmi che ancora adesso, a giudicare dall’incessante martellamento mediatico sulla vicenda, turbano il sonno di chi pensava che bastasse uno sgombero per silenziare il dissenso ed eradicare il conflitto sociale dalle strade.

    Ma ognuno ha i suoi fantasmi, e anche il movimento milanese ha i propri: mi riferisco a quelli del catastrofico e sciagurato corteo No-Expo del primo maggio 2015, le cui conseguenze anche a distanza di anni continuano evidentemente a farsi sentire. Quelle giornate sono state uno snodo cruciale, e hanno definito il paradigma narrativo che avrebbe caratterizzato tutto il decennio a venire: il povero Tia Sangermano che diventava suo malgrado l’emblema (sic) del manifestante disadattato e ignorante, le spugnette di Pisapia che oltre alle scritte sui muri cancellavano ogni forma di dissenso. La narrazione che si sarebbe imposta è quella di una dicotomia lacerante tra la Milano “antagonista”, rumorosa ma isolata, e la Milano della gente normale, da valorizzare, rappresentata dalla maggioranza silenziosa che si è rimboccata le maniche e ha ripulito la città dalle devastazioni. Tutto ciò avveniva (forse non casualmente) proprio nel periodo in cui stava iniziando a imporsi quell’idea di città oggi nota a tutti con il nome giornalistico “modello Milano”: l’Expo è stato il grimaldello con il quale hanno aperto la porta alla rivoluzione urbanistica che si sarebbe data negli anni seguenti. Se sto tornando indietro così tanto, andando a riesumare fatti passati da più di un decennio, è perché ritengo che in essi risieda parte delle risposte alle domande che animano questo testo. La débâcle del 2015 è arrivata infatti proprio nel momento in cui i processi di trasformazione urbana di cui si è accennato si manifestavano per la prima volta in modo tanto eclatante, e c’era ancora ampio margine per contrastarli: da lì in poi sarebbero apparsi sempre più ineluttabili, e opporsi a essi sempre più inutile. Complice di questo è stato anche l’immobilismo del movimento, impegnato a fare i conti con le conseguenze della Caporetto di quel primo maggio: ci avrebbe impiegato anni (ammesso lo abbia fatto), anni in cui ogni volta che si dava una forte mobilitazione di piazza, potenzialmente eversiva, proprio chi avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di incendiario e spargere benzina sul fuoco vi si approcciava con un misto di diffidenza e pavidità, come frenato dal timore che potesse ripetersi ciò che era accaduto nel 2015. Una strategia attendista che da un lato ha indubbiamente avuto l’effetto di calmare le acque, smorzando l’onda che minacciava di travolgere qualsiasi forma di opposizione sociale, ma che dall’altro ha reso sempre più evidente l’impotenza dei presunti “antagonisti” di fronte alle trasformazioni in atto: si è definiti “antagonisti” nel momento in cui ci si contrappone in modo netto e radicale all’esistente, se si sceglie di non farlo si diventa qualcos’altro. Una scelta del tutto legittima e pienamente comprensibile: citando un celebre passo biblico, “[…] c’è un tempo per demolire e un tempo per costruire, un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per la guerra e un tempo per la pace […]”; ecco, sarebbe sciocco accusare di pavidità chi a seguito del corteo No-Expo ha valutato che non fosse il tempo adatto ad attaccare il nemico in modo frontale, scegliendo quindi di abbandonare momentaneamente lo scontro aperto in favore di un più lento lavoro di ricomposizione e ricucitura. Il punto è che non è questa la scelta presa dal movimento milanese: tentando di tenere il piede in due scarpe, non ha rinnegato le proprie prassi politiche conflittuali, ma le ha edulcorate, tentando di trasformarle in una performance studiata a tavolino. L’intento era forse quello di uscire dall’isolamento rivolgendosi a tutti contemporaneamente: violenti e non violenti, militanti e non militanti, giovani e meno giovani. Tentando di parlare a tutti, però, si è finiti per non parlare davvero a nessuno: ecco quindi che la ragione per cui i validissimi contenuti politici che vengono prodotti dal movimento cadono a vuoto è che manca loro un destinatario. Questa mancanza può essere colmata solamente facendo una scelta di campo netta, parlando in modo chiaro degli obiettivi che si intendono raggiungere, senza la paura di perdersi dei pezzi per strada per via delle posizioni che si esprimono. Perché tentare di compiacere tutti per non lasciarsi indietro nessuno ha il solo effetto, alla fine, di essere abbandonati da chiunque, rimanendo soli.

    La dinamica che ha caratterizzato gli scontri in Corvetto fotografa tutto ciò in modo perfetto, e vale più di mille parole: l’avanguardia di pochi sparuti compagni abbandonata a sé stessa dal resto del corteo, composto in parte da chi non aveva mai creduto, in parte da chi non aveva mai voluto, che scoppiasse realmente il conflitto. Un isolamento fisico che è appunto la perfetta rappresentazione di quello politico: e per il quale bisognerà prima o poi prendere contromisure. Perché gli alleati ci sono, basta solo avere il coraggio di sceglierli.

  • Leoncavallo

    “L’uomo ragionevole si adatta al mondo; l’irragionevole persiste nel voler adattare il mondo a sé. Perciò ogni progresso dipende dall’uomo irragionevole.” (G. B. Shaw)

    Parlare del Leoncavallo è fondamentale per capire lo stato di salute del cosiddetto “movimento”, o di ciò che ne resta. Dopotutto, se quello che un tempo era forse il centro sociale più importante in Italia, epicentro della conflittualità sociale e spazio-simbolo dell’Autonomia, viene sgomberato nell’indifferenza collettiva, fermarsi un momento per riflettere su come ciò sia potuto accadere è quanto meno doveroso. Doveroso sia per il rispetto nei confronti della lunga storia del Leoncavallo e dell’importanza che per anni esso ha avuto nelle lotte sociali di questo paese, sia perché se dopo una disfatta di tali dimensioni non si analizzano le dinamiche che l’hanno resa possibile, si è destinati a subire in futuro sconfitte ancora peggiori.

    Nel riferirmi alla reazione allo sgombero del 21 agosto ho parlato di “indifferenza collettiva” e potrebbe sembrare un’esagerazione: dopotutto, nei giorni immediatamente successivi, molte sono state le voci levatesi in difesa del Leoncavallo, anche all’interno della cosiddetta “società civile”; e il 6 settembre le strade di Milano sono state attraversate da un corteo immenso, ventimila persone che marciavano per una sola ragione, ovvero manifestare la propria solidarietà al centro sociale. Eppure, già il giorno dopo il corteo, la città è andata avanti come se nulla fosse stato, e il movimento pure, senza che gli eventi delle settimane precedenti avessero un impatto reale e concreto sulla politica cittadina. A pochi mesi dagli eventi, la situazione si è ulteriormente aggravata, con il Leoncavallo ridotto a scrivere “lettere aperte” alla cittadinanza, lettere che nel migliore dei casi vengono ignorate, nel peggiore ricevono risposte polemiche. Un quadro ben diverso rispetto a quanto accaduto il 16 agosto del 1989, quando il precedente tentativo di sgombero venne bloccato per ore dalla strenua resistenza degli occupanti, che salirono sui tetti e risposero con una pioggia di sassi e molotov, dando il via a una guerriglia urbana senza precedenti. La determinazione, la violenza e la radicalità della risposta che i leoncavallini decisero di mettere in atto quel giorno si sono impresse in modo indelebile nell’immaginario collettivo, e rappresentano ancora oggi uno snodo cruciale per tutto il movimento autonomo italiano, non solo milanese. Certo, paragonare i due momenti tra di loro è impietoso: dal primo al secondo sono passati più di trent’anni, e una reazione del genere sarebbe oggi impensabile, poiché l’Autonomia, e i CS con essa, hanno subìto una serie di trasformazioni irreversibili; ma è proprio per questo che è importante parlare della fine del Leoncavallo, per provare a stilare un bilancio di tali trasformazioni, capire dove esse ci hanno condotto, stabilire quali strade non sono più percorribili e quali invece lo sono.

    Prima di cominciare, è necessario precisare che chi scrive non nutre nei confronti dei centri sociali alcun tipo di idolatria. I CS sono una forma di organizzazione di cui il movimento ha scelto di dotarsi in un determinato momento storico, e per molti decenni hanno certamente avuto un ruolo fondamentale nel formare e radicalizzare nuove soggettività rivoluzionarie, nel diffondere una controcultura e un immaginario alternativo, nel costruire conflitto sociale; luoghi quindi la cui difesa era strategicamente imprescindibile in quanto centri nevralgici di produzione di idee e pratiche sovversive. Bisogna tuttavia fare molta attenzione a non confondere i mezzi con i fini, gli strumenti con gli obiettivi: l’esistenza del centro sociale è lo strumento con cui raggiungere un determinato obiettivo politico, non l’obiettivo politico ultimo della lotta. Il lento ma inesorabile declino dei CS e la loro sempre minore capacità di avere un impatto sulla politica cittadina e nazionale vanno letti proprio a partire da questa progressiva confusione tra mezzi e fini: nel momento in cui l’obiettivo politico sembrava sfumare -per una molteplicità di ragioni che non analizzeremo in questa sede- l’obiettivo diventava la difesa dello spazio occupato in quanto tale, sostituendo così il fine con il mezzo. In questo modo i CS da luoghi politicamente fertili, con gli occhi e la mente puntati verso l’esterno e un orizzonte strategico ben definito, si sono spesso trasformati in oasi (apparentemente) felici e isolate dal resto della società, “spazi liberati” dalle contraddizioni di un capitalismo che al di fuori di essi avanzava sempre più feroce. Si è così generato uno scollamento tra “spazio liberato” e società: il primo è infatti definibile “liberato” solo in virtù del proprio rapporto di alterità rispetto alla seconda, la seconda è dove hanno luogo le contraddizioni e le forme di oppressione da cui il primo si dichiara liberato. Questa dicotomia, andando progressivamente a esacerbarsi, finisce col rimuovere dal gioco l’elemento più importante, vale a dire la prospettiva di una trasformazione concreta e strutturale dell’esistente: se infatti l’alternativa al mondo capitalista la si sta costruendo hic et nunc all’interno degli spazi liberati, tutto ciò che rimane da fare è crogiolarsi al loro interno nell’attesa che spazi del genere si moltiplichino e si diffondano a macchia di leopardo su tutto il territorio. In questa prospettiva, l’azione politica del militante del centro sociale non può che consistere nella cura del proprio orticello, nella difesa dello spazio in quanto tale: il mezzo, appunto, sostituisce il fine, lasciando che il proprio posto venga occupato da altri strumenti di lotta. Quali? Troppo spesso, i mezzi tattici che il movimento ha deciso di impiegare includono il dialogo e il compromesso con le istituzioni, gli accordi sottobanco con la questura, e una conflittualità di piazza al tempo stesso mitigata ed estetizzata, in alcuni casi addirittura rinnegata. Molti CS hanno scelto di sopravvivere in questo modo, anche a costo di un forte ridimensionamento della propria influenza politica, e di un sempre maggiore isolamento rispetto alla “società civile”. Sopravvivere a tali condizioni tuttavia si sarebbe presto rivelata una vittoria di Pirro, perché quella di “liberare” uno spazio dalle contraddizioni del mondo esterno altro non è che un’illusione: il “mondo esterno”, anche se lo chiudi fuori, prima o poi verrà a bussare alla tua porta, e se necessario la sfonderà. E quando questo accade l’occupante del CS è messo di fronte alla realtà della propria condizione: incapace di avere un impatto sul “mondo esterno” (talvolta persino di comunicarci), isolato dal resto della società e chiuso in spazi liberati che poi così liberati non sono.

    Nel frattempo, mentre il movimento procedeva a passo spedito sulla strada che lo avrebbe condannato all’irrilevanza, le città italiane -e Milano in particolare- seguivano un modello sempre più orientato verso il neoliberismo: sono già stati scritti fiumi di inchiostro sui processi di gentrification e privatizzazione che in pochissimo tempo hanno cambiato il volto di interi quartieri, e non è scopo di questo articolo affrontare questioni già abbondantemente trattate da altri. Ciò che si vuole qui sottolineare è che tali processi hanno potuto diffondersi in modo così rapido anche grazie alla totale incapacità dei centri sociali di opporvisi. Non solo: non più in grado di trasformare la società, non hanno nemmeno saputo evitare che fosse la società a trasformare loro. Il Leoncavallo in questo senso è il caso più eclatante. Mentre infatti il cosiddetto “modello Milano” si imponeva in modo sempre più invasivo, il centro sociale era via via meno presente nelle strade e nelle piazze, probabilmente impegnato a interloquire con il Comune per accordarsi sui prezzi dell’affitto. E mentre la città si trasformava intorno a lui, il Leoncavallo si trasformava in linea con lei, svuotandosi quasi totalmente di ogni proposta politica e completando la propria evoluzione (o forse sarebbe meglio dire involuzione) diventando in sostanza un eventificio dove fricchettoni e studenti fuorisede potessero godersi una serata a prezzi calmierati, fruendo dell’experience milanese senza pagarne il dazio dell’esclusività. Negli ultimi anni, contrariamente ai princìpi di autogestione che rivendicava, il centro sociale si reggeva su personale pagato in cucina, buttafuori all’entrata, feste a 10 euro di ingresso; nient’altro che una riproduzione, in piccolo, delle dinamiche capitaliste che avvenivano al di fuori. Altro che “spazio liberato”.

    Eppure, quando la minaccia di sgombero dell’immobile di via Watteau si fa concreta, accade l’impensabile: il movimento milanese si stringe intorno al centro sociale, e al Leoncavallo si ricomincia a parlare seriamente di un modello diverso di città, del valore degli spazi occupati, di diritto all’abitare. Questo non tanto per merito del Leoncavallo, quanto di tutte quelle anime e collettività che lo hanno attraversato negli ultimi mesi della sua storia, nella speranza che l’attacco potesse rappresentare un momento di rinascita. Speranza che si sarebbe presto rivelata vana: nei comunicati e negli interventi pubblici infatti il direttivo del Leoncavallo si è sempre dimostrato disinteressato a raccogliere la sfida, e aprirsi a un processo di ricostruzione; dopotutto, il farlo avrebbe significato mettersi in discussione, rinunciare a un protagonismo che finora aveva avuto, ripensare radicalmente le proprie analisi e le proprie pratiche. A tutto ciò il Leo preferisce assumere un moderatismo che è lo specchio di ciò che era ormai diventato: si appella al proprio “valore simbolico”, lancia strali contro il fascismo del governo Meloni e del suo ministro Piantedosi, ma non una parola contro la sinistra istituzionale, la quale anzi è chiaramente l’interlocutore privilegiato, dato che ciò che le si recrimina, in sostanza, è di “non aver fatto abbastanza”, di non essersi spesa adeguatamente per trovare una soluzione ai guai del CS. Ecco quindi la parabola del Leoncavallo: le istituzioni, un tempo nemico da accogliere a sassate, sono ora un padre benevolo al quale rivolgersi per ricevere approvazione e legittimità.

    Naturalmente, nemmeno il già spesso connivente con le istituzioni movimento milanese poteva avallare una linea in cui si palesava tanta subalternità; e il Leoncavallo ha preferito rompere con esso piuttosto che alzare la voce coi propri padroni. Questo ha portato al disastro del 6 settembre: due cortei distinti, quello “antagonista” condannato all’irrilevanza, quello del Leoncavallo ridotto a passerella della sinistra istituzionale, gremita di giornalisti pronti a intervistare i vari esponenti di PD e AVS lì presenti… nonché quel luminare politico di Claudio Bisio che afferma con sorprendente nonchalance: “io non sono favorevole al fatto che sia occupato, spazi del genere andrebbero regolarizzati dalle istituzioni”. Ecco quindi che in un corteo che poteva e doveva essere riempito delle nostre rivendicazioni, dei nostri contenuti, delle nostre vertenze, a prendersi la scena è ancora una volta la sinistra liberal, che sfrutta la piazza per portare avanti il suo unico obiettivo: attaccare Giorgia Meloni. E il “movimento”, come troppo spesso avviene negli ultimi anni, è relegato a giocare il ruolo di stampella di questa sinistra, di utile idiota, manovalanza non pagata. Chi pensa che questa sia un’esagerazione, consideri il fatto che il movimento è sceso in piazza per il Leoncavallo, mentre il Leoncavallo la sua vera partita non la stava certo giocando nelle assemblee o nelle piazze, ma nelle aule del Comune, con il quale stava negoziando un possibile trasferimento in via San Dionigi, nel Corvetto. Questa ipotesi è poi definitivamente sfumata, ma il solo fatto che sia stata presa in considerazione dalle varie parti è la perfetta rappresentazione di ciò che è oggi il “modello Milano”, e di come il movimento stesso contribuisca al suo successo: il Corvetto, quartiere popolare da anni abbandonato a sé stesso, e sul quale la giunta Sala ha puntato gli occhi, viene rivitalizzato artificialmente trapiantando al suo interno uno dei luoghi simbolo della controcultura milanese; in tal modo, con il quartiere attraversato da giovani alternativi, studenti fuorisede, et similia, è possibile attrarre nuovi investimenti, rendendolo un quartiere appetibile alla middle class urbana e cacciando i suoi attuali abitanti: famiglie appartenenti alle fasce economiche più basse, immigrati e italiani di seconda generazione, soggettività spesso marginalizzate e in situazione di forte precarietà. Un processo di gentrification del quale, se si fosse concretizzato, il movimento sarebbe stato non soltanto complice, ma concreto (seppur incosciente) attuatore.

    Ora, questo articolo non vuole essere uno sterile j’accuse fine a sé stesso -anche perché ritengo che le dinamiche finora esposte siano ben note a chiunque faccia o abbia fatto politica in determinati ambienti. Ciò che mi spinge a scrivere non è la pretesa da anima bella di puntare il dito contro l’incoerenza dei compagni, quanto la convinzione che molto potesse essere fatto per evitare che lo sgombero del Leoncavallo rappresentasse una sconfitta tanto irreparabile. Mi avvio verso la conclusione rivolgendomi perciò a tutte quelle organizzazioni, collettività e soggettività politiche di varia natura che, una volta preso atto della strategia che i leoncavallini intendevano perseguire, hanno deciso di prendere una strada diversa, rifiutandosi il 6 settembre di sfilare al fianco del PD. A mio modo di vedere, le opzioni che questo rifiuto lasciava aperte erano sostanzialmente due:

    -prendere la testa del corteo (o quanto meno tentare di farlo) per indirizzarlo verso via Watteau e forzare il blocco della polizia, con l’obiettivo di rioccupare l’immobile portandosi dietro le migliaia di persone in manifestazione

    -chiamare un corteo alternativo, che dimostrasse di essere “contro la città dei padroni” non solo nelle parole ma anche nei fatti, mettendola a ferro e fuoco, e marcando così in modo netto la propria lontananza nei confronti della manifestazione autorizzata

    Entrambe le strade erano tranquillamente percorribili, e anche nel peggiore degli esiti gli elementi positivi da raccogliere dalla giornata non sarebbero mancati: se non altro, si sarebbe data una risposta “di movimento” allo sgombero di un centro sociale, senza consegnare la questione alle schermaglie tra la giunta Sala e il governo Meloni. Schermaglie quanto mai leziose ed effimere, dato è apparso subito evidente che lo scalpo del Leoncavallo fosse il prezzo preteso da Meloni in cambio dell’appoggio dato a Sala nel contesto dei guai giudiziari del sindaco relativi al caso “Salva-Milano”. Ecco, se c’era un modo per tirarsi fuori da tutto questo e tentare di far saltare il banco era proprio quello di rivendicare da parte del movimento il proprio protagonismo all’interno della questione, di dimostrare ancora una volta che quella del Leoncavallo è storia nostra, non loro. Il farlo avrebbe certamente significato assumersi tutti i rischi che è possibile aspettarsi quando si va allo scontro diretto con le istituzioni, ma di sicuro si sarebbe dato un esito ben diverso dal misero fallimento dettato dalla macchinosa e cervellotica scelta di partecipare alla piazza del 6 settembre, ma non insieme al corteo del Leoncavallo che partiva da Porta Venezia, concentrandosi in Stazione Centrale e dando vita a uno spezzone “di movimento”, “antagonista”, spavaldo nei proponimenti ma nella realtà dei fatti blando tanto quanto quello istituzionale.

    A distanza di mesi, stiamo assistendo a un aumento vertiginoso della stretta repressiva del governo, e a un attacco sempre più aperto ai centri sociali e alle forme di dissenso; eppure sembra che la lezione del Leoncavallo non sia servita a nulla, perché le dinamiche che hanno portato allo sgombero si riproducono senza sosta; e quella del 6 settembre non è stata l’ultima occasione sprecata dal movimento, ma gliene sono succedute altre, e altre ancora sembrano destinate a venire. Forse in fondo a qualcuno sta bene così, ma se scrivo questo articolo è perché sono nonostante tutto convinto che buona parte del “movimento” non aspetti altro che la gabbia di impotenza in cui siamo rinchiusi venga spezzata, ma è rassegnata all’idea che questo non accadrà mai; perché la via di uscita da questa gabbia sembra lunga e impervia, e nessuno sembra conoscerla. Eppure per imboccarla basterebbe partire da cose semplici: avere ben chiaro chi sono i propri nemici, e chi gli alleati; tornare a dotarsi di pratiche conflittuali, ma conflittualità reale, non spettacolarizzata; fare una scelta di campo netta, e rendere i propri cortei e i propri spazi luoghi in cui gente come Fratoianni e Claudio Bisio non metterebbero mai piede, e se lo fanno mandarli via a calci; avere il coraggio di rischiare quando serve, e smettere di cercare l’unità a tutti i costi per paura del conflitto interno. Sono questi passi piccoli ma fondamentali, e da soli non rappresentano certo la soluzione, ma darebbero vita a un terreno fertile da cui essa può germogliare.