Autore: Bordiga89

  • Associazionismo: malattia senile del riformismo

    La pandemia ha rappresentato per Milano qualcosa di più di una parentesi sanitaria. Ha accelerato processi già in corso: impoverimento, solitudine, espulsione degli abitanti dai quartieri centrali, precarizzazione del lavoro culturale, scomparsa degli spazi accessibili e trasformazione della città in un ambiente sempre più ostile a qualsiasi attività che non produca profitto. Durante i mesi più duri del Covid, mentre le istituzioni mostravano tutta la propria insufficienza, in molti quartieri sono nate reti di solidarietà, brigate volontarie, casse di mutuo soccorso, distribuzioni alimentari, sportelli contro gli sfratti e forme spontanee di sostegno reciproco.

    Per qualche mese è sembrato che la paralisi della metropoli avesse aperto una possibilità. La sospensione della normalità mostrava che una parte considerevole della vita sociale poteva essere organizzata senza mercato e, almeno inizialmente, senza istituzioni. Chi portava la spesa agli anziani, raccoglieva denaro per chi aveva perso il lavoro o distribuiva pacchi alimentari non stava semplicemente offrendo un servizio: rispondeva direttamente a un bisogno, costruiva relazioni e dimostrava nella pratica l’impotenza delle strutture esistenti.

    La riapertura ha però ricondotto gran parte di questa energia entro forme riconoscibili e amministrabili. Le reti informali sono diventate associazioni; il mutuo soccorso si è trasformato in volontariato; gli spazi politici in centri culturali; i militanti in operatori; gli abitanti in utenti. Quello che durante l’emergenza era apparso come un principio di autorganizzazione è stato progressivamente reinserito nell’economia del Terzo settore.

    Non si tratta di un complotto e neppure, necessariamente, di un tradimento consapevole. L’associazione si presenta anzitutto come una soluzione pratica. Permette di aprire un conto corrente, sottoscrivere un contratto, ottenere una concessione, partecipare a un bando, ricevere finanziamenti, pagare un affitto, stipulare un’assicurazione. In una città nella quale il costo degli immobili rende quasi impossibile mantenere uno spazio indipendente, costituirsi in associazione appare spesso come l’unico modo per sopravvivere.

    Il problema comincia quando ciò che dovrebbe essere uno strumento diventa la forma stessa della politica.

    Occorre perciò distinguere l’associazione dall’associazionismo. La prima è una forma giuridica che può essere adottata, anche per necessità, da esperienze politiche molto diverse. Il secondo è una concezione della trasformazione sociale: l’idea che la moltiplicazione di associazioni, reti mutualistiche, cooperative e spazi autogestiti possa modificare gradualmente la società senza spezzare i rapporti capitalistici che la organizzano. Non è dunque la presenza di uno statuto o di un consiglio direttivo a rendere riformista un’esperienza. Il riformismo comincia quando la necessità tattica viene elevata a modello politico, quando la sopravvivenza dell’ente sostituisce gli obiettivi del movimento e quando l’amministrazione dei bisogni immediati viene presentata come un processo già in atto di superamento del capitalismo.

    La distinzione tra associazione e associazionismo, tuttavia, non deve essere trasformata in una separazione astratta. Le due dimensioni si richiamano continuamente e il confine che le divide non è mai stabilito una volta per tutte. La forma associativa può essere adottata per ragioni esclusivamente tattiche, ma non per questo rimane un involucro neutro, incapace di modificare ciò che contiene. Essa impone ruoli, procedure, responsabilità legali, scadenze, bilanci e interlocutori; seleziona alcune attività e ne rende più difficili altre; attribuisce un peso crescente a chi possiede le competenze necessarie alla gestione. Lo strumento costruito per servire il movimento può così cominciare a trasformare il movimento secondo le proprie esigenze.

    All’inizio si costituisce un’associazione per ottenere uno spazio; successivamente occorre organizzare attività per conservarlo. Si partecipa a un bando per finanziare un progetto già deciso collettivamente; in seguito si progettano le attività in funzione dei bandi disponibili. Si elegge un direttivo per adempiere a un obbligo formale; col tempo il direttivo concentra informazioni, rapporti e capacità decisionali. Si introduce la tessera per rispettare una norma; progressivamente la comunità politica viene sostituita dal corpo amministrativo dei soci. Nessuno di questi passaggi costituisce isolatamente un tradimento. È il loro accumularsi a produrre una trasformazione qualitativa.

    L’associazionismo non nasce quindi necessariamente da una scelta ideologica preliminare. Può emergere come risultato materiale della gestione quotidiana. Le necessità dell’associazione diventano criteri politici; la sua sopravvivenza si presenta come condizione irrinunciabile; ciò che mette in pericolo la sede, il finanziamento o il riconoscimento istituzionale viene progressivamente escluso dall’orizzonte delle possibilità. La tattica si converte allora in strategia senza che questa conversione sia mai stata discussa o deliberata.

    È in questo senso che l’associazionismo può essere definito la malattia infantile del riformismo.

    Dall’autogestione all’erogazione di servizi

    La Milano successiva alla pandemia ha moltiplicato bandi, concessioni e programmi rivolti a soggetti “senza scopo di lucro”, incaricati di realizzare attività sociali, culturali, educative e ricreative. Il bando comunale Prospettive di quartiere del 2023, per esempio, destinava immobili pubblici proprio a questa categoria di soggetti. Nello stesso anno il Comune ha assegnato uno spazio all’Associazione Mutuo Soccorso APS, realtà legata all’esperienza del Cantiere.

    Non interessa qui giudicare il singolo caso, ma osservare il dispositivo: per essere riconosciuta come interlocutrice, una realtà politica deve assumere una personalità giuridica, presentare un progetto, dimostrare la propria affidabilità e promettere una serie di ricadute sociali misurabili.

    Il rapporto tra amministrazione e spazi non è più fondato soltanto sulla repressione. È fondato anche sull’inclusione selettiva. L’istituzione non si limita a sgomberare ciò che non controlla; offre ad alcune realtà la possibilità di restare, purché diventino leggibili secondo il linguaggio amministrativo. Il conflitto viene tradotto in progettazione, il bisogno in “utenza”, la partecipazione in una successione di attività, la trasformazione sociale in “impatto sul territorio”.

    Questo modello si è esteso ben oltre gli spazi provenienti dalle occupazioni. Circoli, associazioni di promozione sociale, cooperative e imprese sociali gestiscono ormai una parte rilevante della socialità accessibile in città: corsi, doposcuola, palestre, concerti, presentazioni, mercati, cucine popolari, sportelli psicologici e attività mutualistiche. Svolgono spesso un lavoro utile, talvolta indispensabile. Ma proprio questa utilità rischia di nascondere la funzione politica complessiva che sono chiamati ad assumere.

    A mano a mano che lo Stato sociale arretra, il Terzo settore ne occupa i vuoti. Non abolisce le cause della povertà, dell’isolamento o dell’emergenza abitativa: ne amministra gli effetti. Dove mancano servizi pubblici compaiono volontari, progetti temporanei e lavoratori sottopagati. Dove il mercato espelle, l’associazione include una piccola quota degli esclusi. Dove il quartiere viene trasformato dalla rendita, lo spazio culturale produce una socialità che può perfino accrescere l’attrattività della zona. L’associazionismo, inteso non come semplice ricorso alla forma associativa ma come ideologia della trasformazione molecolare e graduale, diventa così la malattia infantile del riformismo: la convinzione che sia possibile cambiare la società accumulando piccole isole di socialità alternativa, senza affrontare i rapporti che determinano la forma della città nel suo complesso.

    Prendere lo spazio o trasformare la città?

    In Prendere la fabbrica o prendere il potere?, pubblicato nel 1920, Amadeo Bordiga criticava l’illusione che l’occupazione e l’autogestione delle singole fabbriche potessero costituire, di per sé, una via graduale verso il comunismo. La fabbrica occupata continuava a dipendere dal mercato, dal credito, dalle materie prime e soprattutto dal potere politico della borghesia. Senza una trasformazione generale dei rapporti sociali, la conquista locale dell’apparato produttivo era destinata a rimanere un episodio isolato o a essere riassorbita nel sistema esistente.

    La stessa critica può essere applicata oggi agli spazi metropolitani. Come non era possibile costruire il comunismo fabbrica per fabbrica, non è possibile costruire un’altra città associazione per associazione, sommando circoli, cooperative, orti urbani, doposcuola, palestre popolari e centri culturali. Ciascuna di queste esperienze continua a dipendere dalla proprietà immobiliare, dal denaro, dalle concessioni, dai finanziamenti, dal mercato degli eventi e dai rapporti con l’amministrazione.

    Bordiga riconosceva nell’occupazione della fabbrica un segnale importante della volontà operaia di non lavorare più secondo gli ordini del padrone. Ciò che respingeva era il passaggio da questa manifestazione di antagonismo all’illusione che fosse sufficiente prendere possesso di singole unità produttive. Allo stesso modo, l’apertura di uno spazio sociale può esprimere il rifiuto concreto della città mercificata, senza che questo significhi che al suo interno siano già nati rapporti liberati dal capitalismo.

    Il rischio è confondere una posizione di lotta con un’anticipazione autosufficiente della società futura. Lo spazio sottratto temporaneamente alla rendita viene immaginato come un frammento di comunismo già realizzato. Ma se deve pagare un affitto, partecipare a bandi, vendere bevande, attirare pubblico e dimostrare la propria utilità sociale, esso rimane materialmente inserito nei rapporti che intende contestare.

    Il problema non è che l’esperienza sia “impura”. Il problema è perdere la consapevolezza di questa contraddizione, trasformando una necessità tattica in una virtù politica. L’associazione finisce allora per presentare come nuova forma di vita ciò che è, molto più modestamente, una modalità collettiva di sopravvivenza dentro la società esistente.

    L’autorganizzazione locale dimostra che alcuni bisogni possono essere affrontati senza la mediazione immediata del mercato e dello Stato, ma non costituisce ancora un superamento dei rapporti capitalistici. È il punto di partenza di una possibile ricomposizione, non il suo compimento.

    La rivoluzione non è una forma organizzativa

    In Partito e classe del 1921, Bordiga polemizza contro la ricerca di un meccanismo organizzativo capace di produrre automaticamente una politica rivoluzionaria. Sindacalisti, consiliaristi e sostenitori di nuove organizzazioni economiche credevano di poter superare il riformismo sostituendo le vecchie strutture con forme più immediate, orizzontali o aderenti alla produzione.

    Per Bordiga, questa ricerca partiva da un presupposto sbagliato: che la soluzione dell’antitesi tra le conquiste quotidiane e il programma rivoluzionario potesse essere affidata a una determinata forma organizzativa. La sua conclusione è netta: «La rivoluzione non è una questione di forma di organizzazione». Essa richiede invece l’unificazione di forze attive intorno a una dottrina, a un metodo e a uno scopo generale.

    Al di là della soluzione bordighiana — la centralità del partito comunista — la critica conserva la propria forza. Nessuna forma garantisce da sola il contenuto politico di un’esperienza. Un’associazione può essere formalmente democratica e materialmente oligarchica; non avere scopo di lucro e riprodurre lo sfruttamento del lavoro; praticare il mutualismo e contribuire alla pacificazione sociale; dichiararsi autonoma e dipendere interamente dai finanziamenti pubblici.

    La forma associativa non è dunque né rivoluzionaria né riformista in sé. Non è però nemmeno indifferente al contenuto che ospita. Ogni struttura tende a produrre esigenze proprie, a selezionare determinati comportamenti e a consolidare specifici rapporti di potere. L’associazione diventa riformista quando queste esigenze acquistano la precedenza sugli obiettivi per cui era stata costituita e quando l’organizzazione assume come proprio orizzonte la gestione permanente degli effetti del capitalismo.

    Ciò non avviene perché distribuire alimenti, organizzare un doposcuola o offrire consulenze siano attività riformiste in sé. Avviene quando queste attività cessano di essere momenti di una lotta più ampia e diventano fini autosufficienti; quando chi vi partecipa viene fissato nel ruolo di volontario, operatore o beneficiario; quando la continuità del servizio prende il posto della ricomposizione politica tra persone sottoposte alle medesime condizioni.

    L’illusione consiste nel pensare che la moltiplicazione quantitativa di esperienze associative produca prima o poi un salto qualitativo: più spazi, più progetti, più reti, più “buone pratiche” dovrebbero costruire gradualmente un’altra società. Ma la somma delle attività non modifica necessariamente la loro direzione. Cento associazioni impegnate ad amministrare la precarietà non costituiscono ancora un movimento contro la precarietà.

    La cittadinanza dei soci

    L’associazione promette apertura, ma si fonda sull’appartenenza. Per entrare occorre tesserarsi; per decidere occorre essere soci; per organizzare un’attività occorre rispettare uno statuto; per lavorare occorre spesso fingersi volontari. La tessera, apparentemente innocua, introduce una distinzione precisa tra chi appartiene allo spazio e chi ne resta fuori. La comunità politica tende così a trasformarsi in una comunità amministrativa.

    Non è il costo della tessera il punto. Il problema è il tipo di soggettività che essa produce. L’associato non è necessariamente chi partecipa a una lotta, ma chi aderisce a un ente. Non interviene sulla base di una condizione condivisa, ma usufruisce delle attività previste dallo statuto. La sua capacità di azione si esercita dentro confini già definiti: assemblea annuale, consiglio direttivo, bilancio, quote, responsabilità legali.

    In Il principio democratico del 1922, Bordiga osservava che le procedure democratiche non possiedono un valore universale e non possono essere separate dai rapporti sociali entro cui operano. L’uguaglianza formale degli individui chiamati a votare non cancella le disuguaglianze materiali che determinano la loro effettiva capacità di incidere sulle decisioni. Il ragionamento può essere esteso alle associazioni contemporanee. Uno statuto democratico non impedisce che il potere reale si concentri nelle mani di chi possiede le competenze amministrative, mantiene i rapporti con le istituzioni, conosce i meccanismi dei finanziamenti o dispone del tempo necessario per occuparsi quotidianamente della gestione. Il voto dei soci può ratificare una struttura oligarchica anziché metterla in discussione.

    La democrazia formale non è falsa perché le assemblee siano necessariamente truccate, ma perché interviene quando gran parte delle decisioni è già stata determinata dalle necessità economiche: bisogna rispettare il bando, mantenere la concessione, raggiungere gli obiettivi, pagare le utenze, garantire le entrate. L’assemblea può scegliere come adattarsi a questi vincoli; molto più raramente può sottrarsene. La risposta non consiste quindi nell’opporre semplicemente l’assemblea al consiglio direttivo. Anche l’assemblea può diventare un meccanismo di ratifica e riprodurre le gerarchie create dalla divisione del lavoro gestionale. Può limitare la burocratizzazione, ma non garantisce di per sé l’autonomia politica. Il problema rimane la capacità collettiva di discutere e mettere in questione i vincoli materiali che orientano le decisioni, anziché limitarsi a distribuirne democraticamente l’amministrazione.

    Anche il linguaggio cambia. La mensa diventa “progetto di contrasto alla povertà alimentare”; il doposcuola “azione educativa territoriale”; l’assemblea “percorso partecipativo”; la festa “attività di autofinanziamento”. Non si tratta soltanto di parole. Ogni traduzione corrisponde a un diverso interlocutore. Il destinatario non è più principalmente il quartiere o la classe sociale a cui ci si rivolge, ma il funzionario che valuterà la domanda, la fondazione che erogherà il finanziamento, l’ente che dovrà rinnovare la concessione.

    L’attività viene progettata in funzione della propria rendicontabilità. Occorrono obiettivi, indicatori, destinatari, presenze registrate e risultati certificabili. Ciò che non può essere misurato — la costruzione di fiducia, la disponibilità al conflitto, la capacità di interrompere la normalità — perde valore. Sopravvive ciò che può essere trasformato in una riga di bilancio.

    La trappola della sopravvivenza

    La forza di questo meccanismo consiste nel fatto che non viene imposto soltanto dall’esterno. È riprodotto quotidianamente dalla necessità di mantenere aperti gli spazi. Bisogna pagare l’affitto, le utenze, i lavori di ristrutturazione, i permessi, la sicurezza, la SIAE. Bisogna organizzare eventi capaci di attirare pubblico e produrre entrate. Il tempo politico viene consumato dalla gestione.

    Lo spazio nato per sottrarre una porzione di città alla valorizzazione capitalistica rischia così di trasformarsi in una piccola impresa della socialità. Può non avere scopo di lucro ed essere nondimeno subordinato alle necessità di qualsiasi attività commerciale: riempire il calendario, aumentare le presenze, vendere cibo e bevande, comunicare sui social, costruire un marchio riconoscibile.

    Anche quando il lavoro è volontario, il modello non cambia. Anzi, l’assenza di salario può diventare una risorsa economica fondamentale. Il volontariato consente di offrire a prezzi contenuti ciò che, se tutti fossero regolarmente pagati, costerebbe molto di più. In nome della causa comune viene così normalizzato un lavoro gratuito che altrove verrebbe denunciato come sfruttamento.

    La precarietà non scompare: viene moralizzata. Non si lavora gratis per il profitto di un padrone, ma per “far vivere lo spazio”. E poiché lo spazio deve continuare a esistere, ogni critica alla sua gestione può essere percepita come una minaccia alla sopravvivenza collettiva.

    A quel punto il mezzo ha sostituito il fine. Non si mantiene più uno spazio per rendere possibile una politica; si fa politica per mantenere lo spazio.

    Spazio contro cemento

    In Spazio contro cemento, pubblicato nel 1953 su «Il programma comunista», Bordiga mostra che la città capitalistica non è un contenitore neutro nel quale possono essere introdotti usi differenti senza mettere in discussione la struttura complessiva. La concentrazione urbana, la rendita fondiaria, l’edificazione intensiva e la subordinazione dello spazio alle necessità della produzione formano un unico sistema.

    La contraddizione non è semplicemente tra edifici brutti ed edifici belli, tra amministratori corrotti e amministratori onesti, tra quartieri senza servizi e quartieri ben progettati. È tra lo spazio necessario alla vita della specie e il cemento attraverso cui il capitale immobilizza valore, produce rendita e concentra esseri umani e funzioni economiche.

    Anche lo spazio associativo più radicale opera dentro questa struttura. Può sottrarre temporaneamente un edificio all’abbandono, offrire socialità non completamente mercificata e difendere attività espulse dal mercato ordinario. Non può però ignorare che la propria esistenza dipende dalla forma capitalistica della città. La contraddizione emerge con particolare chiarezza nei processi di gentrificazione. La presenza di spazi culturali, laboratori, circoli e iniziative sociali può rendere attrattiva una zona precedentemente considerata marginale. La socialità prodotta gratuitamente o a basso costo diventa una qualità del quartiere incorporata nei valori immobiliari. Ciò che nasceva per contrastare l’espulsione può contribuire involontariamente a prepararla.

    Il capitale non ha bisogno di distruggere immediatamente ogni esperienza alternativa. Può utilizzarla come avanguardia inconsapevole della valorizzazione urbana. Prima arrivano gli spazi culturali e le attività associative; poi aumentano l’attenzione, i consumi, gli affitti e il valore degli immobili; infine vengono espulsi tanto gli abitanti poveri quanto gli stessi spazi che avevano contribuito a rendere desiderabile la zona.

    La critica di Bordiga impedisce quindi di pensare la liberazione dello spazio come una somma di usi alternativi del patrimonio esistente. Non basta cambiare il contenuto di alcuni edifici se rimangono intatti la proprietà, la rendita e il modo in cui il capitale organizza l’intera metropoli.

    Dalla solidarietà alla sussidiarietà

    Durante il Covid molte reti milanesi hanno scoperto la potenza del mutuo soccorso. Ma solidarietà e sussidiarietà non sono la stessa cosa. La solidarietà parte dall’uguaglianza tra chi partecipa a una condizione comune; la sussidiarietà assegna invece alla società civile il compito di integrare ciò che l’amministrazione non riesce o non vuole più garantire.

    Nel primo caso, la distribuzione alimentare può diventare il punto di partenza per organizzarsi contro salari insufficienti, licenziamenti e affitti insostenibili. Nel secondo diventa un servizio destinato ai “fragili”. Nel primo caso, chi riceve e chi distribuisce possono riconoscersi nella stessa precarietà; nel secondo si separano il volontario e il beneficiario, l’operatore e l’utente.

    La forma associativa tende a consolidare questa separazione. Deve dimostrare di possedere competenze, continuità organizzativa e capacità di gestione. Per farlo si professionalizza. Emergono coordinatori, progettisti, responsabili della comunicazione, presidenti e consigli direttivi. La base sociale, quando esiste, viene convocata per legittimare decisioni prese altrove o per fornire gratuitamente il lavoro necessario alla loro realizzazione.

    La politica cede il posto alla governance. Non si decide più insieme che cosa fare contro una determinata condizione; si amministra un progetto già finanziato, con obiettivi e scadenze stabiliti.

    Questo non rende inutili le attività svolte. Una mensa può continuare a rispondere a un bisogno reale, così come un doposcuola o uno sportello possono migliorare concretamente la vita delle persone. La questione è se il servizio diventi un luogo di incontro e organizzazione tra persone sottoposte agli stessi rapporti oppure le separi stabilmente tra erogatori e destinatari. La critica non riguarda l’utilità immediata dell’intervento, ma la direzione politica che esso contribuisce a costruire.

    La pace sociale degli spazi alternativi

    La funzione riformista dell’associazionismo non consiste nel rendere gli spazi meno radicali sul piano estetico. Uno spazio può conservare simboli antagonisti, ospitare dibattiti rivoluzionari e organizzare concerti militanti, pur essendo ormai perfettamente integrato nella gestione della città. La radicalità del linguaggio può convivere con la moderazione delle pratiche. Milano ha imparato a utilizzare gli spazi “alternativi” come dispositivi di compensazione. Essi raccolgono popolazioni che il mercato ordinario non riesce a includere, offrono socialità a prezzi relativamente bassi, assorbono lavoro culturale precario e producono forme di appartenenza locale. In cambio ricevono una tolleranza condizionata, qualche finanziamento o la possibilità di concorrere per una sede.

    Il conflitto viene così territorializzato e isolato. Ogni spazio si occupa del proprio quartiere, della propria programmazione e della propria sopravvivenza. Le energie vengono frammentate in decine di progetti, ciascuno con il proprio statuto, bilancio e marchio. La rete cittadina si riduce spesso a una collaborazione tra enti: partenariati, festival condivisi, richieste di finanziamento congiunte.

    È proprio contro questa frammentazione per categorie e località che Bordiga insiste in Partito e classe. L’organizzazione economica immediata tende a rinchiudere gli individui nel mestiere, nella fabbrica o nell’interesse particolare; la politica rivoluzionaria dovrebbe invece unificare le diverse condizioni entro un movimento generale. Trasposto alla metropoli contemporanea, ciò significa superare la divisione per cui ogni associazione amministra il proprio settore — cultura, migrazioni, povertà, casa, educazione, salute — senza ricomporre le cause comuni di quei problemi.

    Non nasce così una forza capace di opporsi alla trasformazione capitalistica di Milano, ma un ecosistema di soggetti che competono per risorse sempre più scarse. È questa la vittoria più profonda del modello associativo: aver sostituito l’organizzazione politica con la cooperazione tra organizzazioni.

    Usare l’associazione senza cadere nell’associazionismo

    La critica dell’associazionismo non implica il rifiuto astratto di ogni associazione. Il problema non si risolve opponendo alla forma giuridica una purezza informale. Anche l’assenza di strutture può produrre gerarchie nascoste, irresponsabilità e chiusura; né si può ignorare che, nelle condizioni attuali, una veste associativa sia talvolta necessaria per difendere uno spazio, stipulare un contratto o garantire continuità alle attività.

    La questione non è dunque se costituire o meno un’associazione, ma se l’associazione rimanga uno strumento subordinato al processo politico oppure diventi un fine che subordina a sé il movimento. Nel primo caso, la struttura legale serve a proteggere e sostenere una forza collettiva che la oltrepassa. Nel secondo, la conservazione dell’ente, della sede, dei finanziamenti e dei rapporti istituzionali finisce per determinare ciò che il movimento può pensare e fare.